Chi ha ancora paura dell'aborto

Redazione

I manifesti di CitizenGo e la rimozione della vita dal dibattito pubblico

La comparsa lunedì a Roma, e quella prevista nei prossimi giorni – se non saranno censurati prima – dei manifesti contro l’aborto di CitizenGo in vista della manifestazione pro-vita prevista sabato nella Capitale, ha dimostrato ancora una volta che in Italia la libertà di espressione vale soltanto per certi temi. Chi prova a dire – magari in termini forti e provocatori come in questi manifesti – che l’aborto è un omicidio, viene messo all’indice. Le reazioni delle femministe, e di una grossa fetta del Partito democratico guidata dalla senatrice Monica Cirinnà, sono state analoghe a quelle che a inizio aprile accompagnarono l’affissione di un altro manifesto, sempre a Roma, che ricordava semplici verità sulla vita di un feto nel grembo di una madre. La rimozione di quel cartellone ci rese un po’ più simili alla teodemocrazia iraniana, scrivemmo allora. La richiesta di rimozione dei manifesti di CitizenGo, che paragonano l’aborto al femminicidio, fatta sulla base di motivazioni pretestuose (“Le interruzioni di gravidanza in Italia sono tra le più basse in Europa e in costante calo da dieci anni”, ha detto Cirinnà, pertanto “è necessario che nessuno spazio venga concesso alla mistificazione”) ha il sapore ideologico della censura del pensiero non allineato. I toni di questa campagna possono essere sgradevoli quanto si vuole, ma ricordano a tutti il dramma dell’aborto selettivo, che ancora in diverse parti del mondo elimina nel grembo materno soprattutto le bambine. La verità è che in Italia non è più possibile aprire un dibattito serio sul tema dell’aborto, e chi ci prova senza seguire la traccia mainstream del diritto delle donne viene messo a tacere.

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