La gioia e la commozione di Mina Welby ed Emma Bonino dopo il voto (foto LaPresse)

Il problema della legge sul biotestamento è l'idea di libertà che introduce

Giovanni Maddalena

Il Senato approva con 180 Sì. Ma l’aspetto più significativo per le sorti della società è il lato filosofico del testo: essere liberi coincide con la possibilità dell’autodeterminazione

Nel merito della legge sul biotestamento, che è stata approvata stamattina al Senato con 180 voti favorevoli, è già stato detto molto, se non tutto. Tuttavia, è il lato filosofico che la legge introduce e sostiene a essere l’aspetto alla lunga più significativo per le sorti della società. Pressati dal problema di accaparrarsi i voti a fine legislatura, la sinistra e il M5s che vogliono l’approvazione della legge forse non si rendono conto di quanto essa contribuisca a stravolgere la tradizione culturale e la compagine sociale del nostro Paese.

 

Dal punto di vista filosofico, la legge si basa su un solo presupposto culturale: la libertà coincide con la possibilità dell’autodeterminazione. Tale principio è strettamente legato alla tradizione liberale più radicale che difficilmente si sposa con le radici marxiste della sinistra italiana, se non per quella viscerale contrapposizione a tutto ciò che è in qualche modo “limite” e “dato”, come se in ogni cosa che sfugge alla determinazione dell’uomo ci fosse sempre un dio autoritario contro cui lottare.

 

In virtù di tale obsoleto retaggio culturale, che già Del Noce aveva indicato, la sinistra sposa la scelta della borghesia anglosassone più estrema, peraltro poi contraddicendola quando si tratta di garantire ai medici almeno l’obiezione di coscienza. Mi sfugge ancor di più che cosa c’entri tale libertà di autodeterminazione con la confusa ideologia a cinque stelle che, alternando libertà come autodeterminazione e come scelta del bene, appoggia l’insegnamento della teoria gender a Torino e ha dei dubbi sull’obbligatorietà di alcuni vaccini ma poi richiede l’obbligatorietà del riposo festivo per le famiglie a livello nazionale. Strano soprattutto che i M5s, che vedono spesso l’ombra lunga del complotto, in questo caso non si pongano la domanda di chi sia a guadagnarci dalla solita legge fatta di fretta, su nessuna istanza popolare ma solo sul battage dei casi speciali, gli “hard cases” che ispirano cattive leggi.

 

Tuttavia vorrei ricordare un problema logico-sociologico che non riguarda tanto le loro coerenze ideologiche quanto gli esiti culturali di ciò che approvano. La pura autodeterminazione su cui la legge si basa apre la via a quello che la logica chiama un “piano inclinato”. Se l’autodeterminazione è diritto, purché – secondo la massima troppo santificata – non si tocchi l’autodeterminazione altrui, perché non garantire anche poligamia, matrimoni con altri esseri viventi non umani, eutanasia attiva? Perché tenere le leggi contro le droghe, contro il possesso delle armi e a favore dell’obbligatorietà delle cinture di sicurezza? Si dirà che l’uso dell’argomento è erroneo perché non è detto che tali esiti accadano e ci possiamo sempre arrestare a un certo punto della china.

 

Non c’è dubbio che, per fortuna, in materia umana il progresso necessario non esiste. Non bisogna, però, essere ciechi alla tendenza in questo senso delle leggi italiane e, ancor di più, a ciò che avviene nella società statunitense, dove il liberalismo progressista è andato più avanti. Nelle università i professori devono indicare nel programma gli argomenti che possono urtare qualcuno (trigger warnings) per non turbare le coscienze altrui, autodeterminate in altro modo; nelle scuole occorre sempre assicurare i safe places dove nessuno sarà disturbato sulle proprie scelte sessuali o religiose; la droga, che è un problema sociale di prima importanza (vedere il libro di Ferraresi, Il secolo greve, per le statistiche), deve però essere venduta nei negozi. Poi il capolavoro del discorso sulle armi e sulla libertà di opinione, dove invece l’autodeterminazione non dovrebbe più valere: ci si può sempre autodeterminare ma non sulle armi, si può dire quello che si vuole purché non sia di destra. Ci sarebbero decine di esempi ma per dirlo in una parola: il liberalismo progressista, quello dell’andare sempre avanti senza valori di riferimento, che sono sempre autoritari (salvo i propri), è incartato su se stesso teoricamente da molto tempo – sono degli anni Ottanta le critiche dei comunitaristi americani – e giunge ora a un numero infinito di contraddizioni in ogni campo che vengono ormai avvertite da tutti gli osservatori leali.

 

La legge in discussione impone l’ennesimo passo avanti in un Paese che non ha quella tradizione e che potrebbe tranquillamente frenare, secondo un principio di prudenza e senza incrinare l’adesione a un liberalismo più cauto e comunitario. La pura autodeterminazione esalta la direzione di solitudine sociale verso la quale siamo già incamminati da decenni e la nuova legge aumenterà questo senso di marcia in cui, scollati gli uni dagli altri, tendiamo a “rotolare da soli” (Putnam), incapaci di trovare valori comuni e ragioni comuni per vivere e ora anche per morire, e dunque destinati a risolvere tutto nei tribunali, dove non a caso finisce molta della politica occidentale. Non normare alle volte significa lasciar spazio al dialogo – in questo caso tra parenti e medici – ritrovare considerazioni comuni e fiducia sociale. L’idea che la libertà sia quella di dubitare della ragione di tutti gli altri esseri umani non pare molto promettente per un popolo che avrebbe invece bisogno di coesione sociale e di fiducia e che invece, in nome della libertà assoluta, si ritrova sempre di più in libertà vigilata.

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