Non esistono buche gratis

I lavori pubblici non servono a dar lavoro ma a fare cose utili per la collettività

Non esistono buche gratis

I lavori pubblici

 

Nulla di più naturale che una nazione, dopo essersi garantita che una grande impresa debba andare a vantaggio della comunità, la faccia realizzare a valere sul risultato di un contributo comune. Ma la pazienza mi sfugge, lo riconosco, quando sento addurre a sostegno di tale risoluzione questa stupidaggine economica: “E’ del resto il mezzo per creare lavoro per gli operai”. Lo Stato apre una strada, costruisce un palazzo, raddrizza una via, scava un canale; con ciò, dà lavoro ad alcuni operai, è ciò che si vede; ma priva di lavoro altri operai, e questo è ciò che non si vede.

 

Ecco la strada in fase di costruzione. Mille operai arrivano tutte le mattine, se ne vanno tutte le sere, portano a casa il loro salario: questo è sicuro. Se la strada non fosse stata decretata, se i fondi non fossero stati votati, questa brava gente non avrebbe trovato là né quel lavoro né quel salario; questo è sicuro, ancora. Ma è tutto? L’operazione, nell’insieme, non comprendeva anche qualche altra cosa?

 

Nel momento in cui Dupin (François Pierre Charles Dupin, politico ed economista francese, ndr) pronuncia le parole sacramentali: “L’assemblea ha approvato”, i milioni scendono miracolosamente su un raggio di luna nelle casse di Fould e Bineau (Achille Fould e Jean-Martial Bineau, entrambi ministri delle Finanze francesi, ndr)? Affinché il cerchio, come si di dice, sia chiuso, non occorre che lo Stato organizzi l’incasso come la spesa? Che metta i suoi esattori a caccia e i suoi contribuenti alle tasse? Studiate perciò la questione nei suoi due elementi. Pur constatando la destinazione che lo Stato dà ai milioni votati, non trascurate di constatare anche la destinazione che i contribuenti avrebbero dato – e non possono dare più – a quegli stessi milioni.

 

Allora, capirete che un’impresa pubblica è una medaglia a due facce. Su una appare un operaio occupato, con questo motto: ciò che si vede; sull’altra, un operaio disoccupato, con questo motto: ciò che non si vede. Il sofisma che io combatto in questo scritto è ancora più pericoloso applicato ai lavori pubblici, perché serve a giustificare i lavori e le spese più folli. Quando una ferrovia o un ponte hanno un’utilità reale, basta invocare quest’utilità. Ma se non si può, cosa si fa? Si ricorre a questa mistificazione: “Occorre procurare del lavoro agli operai”. Detto ciò, si ordina di fare e disfare i giardini del Campo di Marte. Il grande Napoleone, si sa, credeva di fare opera filantropica facendo scavare e riempire canali. Diceva anche: “Che importa il risultato? Occorre vedere soltanto la ricchezza sparsa fra le classi operaie”.

 

Un'opera pubblica è come una medaglia a due facce. Su una appare un operaio occupato; ma sull'altra c'è un operaio disoccupato

Andiamo al fondo delle cose. Il denaro ci illude. Chiedere il contributo, sotto forma di denaro, di tutti i cittadini a un’opera comune è effettivamente chiedere loro un contributo in natura: poiché ciascuno di loro si procura, con il lavoro, la somma della quale è tassato. Ma che si riuniscano tutti i cittadini per fare loro effettuare, per prestazione, un’opera utile a tutti, ciò potrebbe comprendersi; la loro ricompensa sarebbe nei risultati dell’opera stessa. Ma che dopo averli convocati, li si obblighi a fare strade dove nessuno passerà, palazzi che nessuno abiterà, e questo con il pretesto di procurare loro lavoro: questo sarebbe assurdo e, certamente, potrebbero fondatamente obiettare: di questo lavoro non sappiamo che fare; preferiamo lavorare per nostro conto.

 

Il metodo che consiste nel fare contribuire i cittadini in denaro e non in lavoro non cambia nulla di questi risultati generali. Soltanto che con quest’ultimo metodo, la perdita si distribuisce su tutti. Con il primo, coloro che lo Stato occupa sfuggono alla loro parte di perdita, aggiungendola a quella che i loro compatrioti devono già subire. C’è un articolo della Costituzione che dice: “La società favorisce ed incoraggia lo sviluppo del lavoro... mediante l’attivazione da parte dello Stato, dei dipartimenti e dei comuni, di lavori pubblici atti ad impiegare le braccia disoccupate”.

 

Come misura temporanea, in un periodo di crisi, durante un inverno rigido, questo intervento del contribuente può avere buoni effetti. Agisce nello stesso senso delle assicurazioni. Non aggiunge nulla al lavoro né al salario, ma prende lavoro e salari in tempi ordinari per distribuire, con una perdita è vero, in epoche difficili. Come misura permanente, generale, sistematica, non è altro che una mistificazione rovinosa, una impossibilità, una contraddizione che mostra quel poco di lavoro stimolato che si vede, e nasconde il moltissimo lavoro impedito, che non si vede.

 

Le imposte

 

Non vi è mai capitato di sentir dire: “L’imposta, è il migliore investimento; è una rugiada che fertilizza? Osservate quante famiglie fa vivere, e seguite, con il pensiero, la sua ricaduta sull’industria: è l’infinito, è la vita”. Per combattere questa dottrina, sono obbligato a riprodurre la confutazione precedente. L’economia politica sa bene che le sue argomentazioni non sono abbastanza divertenti perché si possa dire: repetita placent. Così, come Basilio, essa ha adattato il proverbio al suo impiego, ben convinta che nella sua bocca, repetita docent.

 

I vantaggi che i dipendenti pubblici trovano ad essere stipendiati è ciò che si vede. Il bene che ne risulta per i loro fornitori è di nuovo ciò che si vede. Ciò acceca gli occhi del corpo. Ma lo svantaggio che i contribuenti provano nell’adempiere all’obbligo, è ciò che non si vede, e il danno che ne risulta per i loro fornitori, è ciò che non si vede ancor di più, anche se dovrebbe saltare agli occhi dello spirito.

 

Quando un dipendente pubblico spende per suo profitto cento soldi in più, ciò implica che un contribuente spenda per suo profitto cento soldi in meno. Ma la spesa del dipendente pubblico si vede, perché si fa; mentre quella del contribuente non si vede, perché, ahimè! gli si impedisce di farla. Voi comparate la nazione ad una terra riarsa e l’imposta ad una pioggia fertile. E sia. Ma dovreste chiedervi anche dove siano le fonti di questa pioggia, e se non sia proprio l’imposta che prelevi l’umidità del suolo e lo renda secco.

 

Dovreste chiedervi ancora se sia possibile che il suolo riceva tanta di quest’acqua preziosa grazie alla pioggia, quanta ne perde con l’evaporazione. Ciò che c’è di molto positivo è che, quando Jacques Bonhomme conta cento soldi all’esattore, non riceve nulla in cambio. Quando, in seguito, un dipendente pubblico che spende questi cento soldi li rende a Jacques Bonhomme, lo fa in cambio di un valore uguale in grano o in lavoro. Il risultato definitivo per Jacques Bonhomme è una perdita di cento soldi.

 

E’ vero che spesso, o generalmente se si vuole, il dipendente pubblico rende a Jacques Bonhomme un servizio equivalente. In questo caso, non c’è perdita da una parte né dall’altra, c’è soltanto scambio. Così, il mio argomento non si rivolge affatto alle funzioni utili. Io dico: se volete una funzione, provate la sua utilità. Dimostrate che vale a Jacques Bonhomme, in cambio dei servizi che gli rende, l’equivalente di ciò che gli costa. Ma, a prescindere da quest’utilità intrinseca, non invocate come argomentazione il vantaggio che conferisce al pubblico dipendente, alla sua famiglia ed ai suoi fornitori; non sostenete che essa favorisca il lavoro.

 

Quando Jacques Bonhomme dà cento soldi ad un dipendente pubblico in cambio di un servizio realmente utile, è esattamente come quando dà cento soldi ad un ciabattino per un paio di scarpe. Se dà, dà, se lascia perdere, lascia. Ma, quando Jacques Bonhomme consegna cento soldi a un dipendente pubblico per non ricevere alcun servizio o persino per riceverne delle vessazioni, è come se desse i suoi soldi ad un ladro. Non serve a nulla dire che il dipendente pubblico spenderà questi cento soldi a gran profitto del lavoro nazionale; altrettanto ne avrebbe fatto il ladro; altrettanto ne farebbe Jacques Bonhomme se non avesse incontrato sul suo cammino né il parassita extra-legale né il parassita legale.

 

I vantaggi che i dipendenti pubblici hanno a essere stipendiati è ciò che si vede. Lo svantaggio dei contribuenti è ciò che non si vede

Abituiamoci perciò a non giudicare le cose soltanto per ciò che si vede, ma anche per ciò che non si vede. L’anno scorso, ero nella Commissione Finanze, perché, sotto la Costituente, i membri dell’opposizione non erano sistematicamente esclusi da tutte le commissioni; in ciò, la Costituente agiva saggiamente. Abbiamo sentito Thiers (Adolphe Thiers, statista e storico francese, ndr) dire: “Ho passato la mia vita a combattere gli uomini del partito legittimista e del partito clericale. Da quando il pericolo comune ci ha ravvicinati, da quando li frequento e li conosco e ci parliamo sinceramente, mi sono accorto che non sono i mostri che mi ero figurato”. Sì, le diffidenze si esagerano, gli odi si esaltano tra partiti che non si mescolano; e se la maggioranza lasciasse penetrare nel seno delle Commissioni alcuni membri della minoranza, forse si riconoscerebbe, da una parte e dall’altra, che le idee non sono così distanti e soprattutto le intenzioni non sono così perverse come si suppone.

 

In ogni caso, l’anno scorso, ero nella Commissione Finanze. Ogni volta che uno dei nostri colleghi parlava di fissare ad una cifra moderata l’appannaggio del presidente della Repubblica, dei ministri, degli ambasciatori, gli rispondevano: “Per il bene stesso del servizio, occorre circondare alcune funzioni di splendore e di dignità. E’ il mezzo per attirarvi gli uomini di merito. Innumerevoli sfortunati si rivolgono al presidente della Repubblica, e sarebbe metterlo in una posizione antipatica obbligarlo sempre a rifiutare. Una certa rappresentatività nei salotti ministeriali e diplomatici è uno degli ingranaggi dei governi costituzionali, ecc..”.

 

Sebbene tali argomentazioni possano essere discusse, meritano certamente un esame serio. Sono fondate sull’interesse pubblico, bene o mal valutato; e, quanto a me, io non vi faccio caso più che molti dei nostri Catoni, mossi da un gretto spirito di risparmio o di gelosia.

 

Ma quello che rivolta la mia coscienza di economista, quello che mi fa arrossire per la rinomanza intellettuale del mio paese, è quando si arriva (cosa cui non si manca mai) a questa banalità assurda, e sempre favorevolmente accolta: “Del resto, il lusso dei grandi funzionari pubblici incoraggia le arti, l’industria, il lavoro. Il capo dello Stato ed i suoi ministri non possono dare feste e serate senza fare circolare la vita in tutte le vene del corpo sociale. Ridurre i loro appannaggi, significa far morire di fame l’industria parigina e, per contraccolpo, l’industria nazionale”. Di grazia, signori, rispettate almeno l’aritmetica e non venite a dire, dinanzi all’Assemblea nazionale francese, per timore che a sua vergogna essa non vi approvi, che una addizione dà una somma diversa, a seconda che la si faccia dall’alto in basso o dal basso verso l’alto.

 

Allora, mi accordo con un terrazziere perché faccia un canale di drenaggio nel mio campo, concordando cento soldi.

 

Al momento di concludere, l’esattore mi sottrae i miei cento soldi e li fa dare al ministro dell’Interno; il mio contratto è rotto, ma il signor ministro aggiungerà un piatto in più al suo pranzo. Sulla base di cosa osate affermare che questa spesa ufficiale è un sovrappiù aggiunto all’industria nazionale? Non capite che là c’è solo un semplice spostamento di soddisfazione e di lavoro? Il ministro ha la sua tavola meglio fornita, è vero; ma un agricoltore ha un campo peggio drenato, è altrettanto vero. Un ristoratore parigino ha guadagnato cento soldi, ve lo concedo; ma concedetemi che un terrazziere di provincia non ha potuto guadagnare cento soldi. Tutto ciò che si può dire, è che il piatto ufficiale ed il ristoratore soddisfatto, sono ciò che si vede; il campo inondato e il terrazziere senza lavoro, è ciò che non si vede.

 

Buon Dio! che fatica dimostrare, in economia politica, che due più due fanno quattro; e, se ci arrivate, si scrive: “E’ così chiaro, che ne è noioso”. Poi votano come se non aveste dimostrato niente di niente.

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