di Antonio Gurrado
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Vincere quaranta a zero significa rispettare l'avversario
I ragazzini di Nuoro sono stati sbattuti come mostri sulle pagine dei giornali per aver vinto una partita di calcio. Esempio di una tara culturale più vasta
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13 APR 22

Eccomi a difendere il diritto dei bambini a giocare a pallone, ivi inclusi quelli di Nuoro che sono stati sbattuti come mostri sulle pagine dei giornali per aver vinto una partita quaranta a zero. La Federcalcio stessa ha dichiarato trattarsi di un episodio inaccettabile, e tutti giù a dire che il calcio è divertimento non umiliazione, che dopo un tot di goal dovevano fermarsi, che adesso i loro avversari traumatizzati resteranno bollati a vita come incapaci e non giocheranno mai più.
Eppure a me sembra che il calcio in sintesi consista in questo: se uno riesce a segnare, segna, mentre, se non ci riesce, sacramenta perché non ha segnato. I ragazzini colpevoli della goleada hanno avuto quaranta occasioni da rete e le hanno sfruttate, mostrando rispetto per il gioco e quindi anche per l’avversario, che quelle regole ha accettato e condiviso.
Ma non sorprende che i perpetratori dei quaranta goal siano ora additati dalle gazzette come criminali, poiché rientra in una tara culturale più vasta: in Italia chi niente niente è bravo a far qualcosa deve subito essere fermato, soffocato, controbilanciato, perché ciò che merita con talento e impegno è un fattore di squilibrio e non va bene. Al contrario chi perde non può accettare la sconfitta, figurarsi l’inferiorità, ma deve assurgere a vittima – di un’ingiustizia, della crudeltà, della sorte malandrina – per far venire i sensi di colpa al vincitore. Per questo, anche fra ragazzini che giocano a calcio, viene ritenuto meno umiliante andare a piagnucolare dai genitori, dai quotidiani, dalla Federcalcio, anziché prendere quaranta goal e dichiarare sorridendo: “Il risultato ci sta un po’ stretto”.