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di Antonio Gurrado

Perché non dovremmo chiamare “ragazzi” quelli della chat “Shoah party”

In un gruppo Whatsapp, alcune persone tra i 16 e i 19 anni si scambiavano apologie di Hitler e Mussolini, materiale pedopornografico, immagini di violenze e insulti
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16 OCT 19
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Foto LaPresse

È facile scrivere “ragazzi” dando la notizia del gruppo di giovani sorpresi a scambiarsi, su un gruppo Whatsapp intitolato “The shoah party”, messaggi di questa risma: apologie di Hitler e Mussolini, riprese di bambine in atti sessuali, violenze su infanti, insulti a poveri e malati gravi, eccetera eccetera. Il termine “ragazzi” sottintende la ragazzata, derubrica l’efferatezza a scapestrataggine, sposta il peso della responsabilità sui genitori come se non avessero mai spiegato ai figli che i deboli non si insultano, i più indifesi si proteggono, Hitler e Mussolini lasciamo stare. A furia di chiamarli “ragazzi” passa in secondo piano il dettaglio che il più piccolo di loro va per i 16 anni e il più grande ne ha 19. Al posto di “ragazzi”, per comprendere la portata della notizia, bisognerebbe sforzarsi di leggere quanto segue: cittadini italiani di età compresa fra quella in cui si può già votare alle elezioni e quella in cui si vorrebbe farli votare in futuro.

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