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Lo strano caso di quei ladri del veronese che non riescono a scassinare i bancomat

Antonio Gurrado

Non basta far esplodere uno sportello automatico per rubare i soldi. Due morali diverse della favola

Come l’uomo che morde il cane, fa più notizia il ladro che non ruba. Nei dintorni di Verona è accaduto due volte in poco tempo: i soliti ignoti adocchiano un bancomat e mettono in atto un piano non troppo sofisticato per scassinarlo, ovvero farlo esplodere. Botto, fiamme, ma la struttura non cede e le banconote restano al sicuro mentre i malviventi si danno alla fuga. Passa qualche giorno e aridagli: altro bancomat e altro tentativo, verosimilmente della stessa banda, di nuovo con la strategia dell’esplosivo. Ma il bancomat non si piega; soldi, nisba anche stavolta. Finché non li acciufferanno e non apprenderemo dalle loro labbra la ratio criminosa, resterò in dubbio fra due morali della favola.

 

Uno: in tempi di ladri gentiluomini, tipo quelli de “La casa di carta”, i furfanti veronesi erano disinteressati. Non miravano ai soldi ma al gesto eclatante in sé, alla pura estetica dinamitarda, alla performance senza refurtiva. Improbabile.

 

Due: in tempi di ladri studiosi, tipo quelli de “La casa di carta”, e di piani machiavellici capillarmente architettati in ogni piega, i furfanti veronesi hanno voluto lanciare un monito alle giovani generazioni, sabotando casse automatiche a cazzo di cane e rimanendone con un pugno di mosche. Come a dire che ormai, se non si investe seriamente sullo studio, non si va da nessuna parte nemmeno nel ramo del crimine. Al massimo si diventa ministro degli Esteri.

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