I numeretti in centesimi non renderanno più equi i concorsi universitari

Antonio Gurrado

L'ateneo di Firenze sceglie “criteri più oggettivi” per selezionare i professori. Ma cercare un nuovo strutturato non serve a trovare il più bravo, bensì il più adatto

All’Università di Firenze, quanto a concorsi, hanno avuto certi problemini di cui sanno loro e tutti quelli che compulsano le notizie alla ricerca di scandali e baronie. Per questo il rettore ha fatto approntare un nuovo regolamento, ormai in via d’approvazione, per la selezione di docenti e ricercatori in base a “criteri più oggettivi”. Senza voler entrare nel merito (ché ogni ateneo dovrebbe godere della libertà accademica, cioè di autogoverno) si può tuttavia eccepire sul metodo e domandarsi se sorteggiare i commissari o tradurre i giudizi discorsivi in punteggi in centesimi garantisca davvero maggiore oggettività nella selezione. Mi spiego: quando un’università sta cercando un nuovo strutturato, non sta semplicemente indicendo una gara a chi è più bravo ma sta vagliando dei pari livello onde individuare il più adatto. Ogni gruppo di ricerca ha un proprio profilo intellettuale e un proprio indirizzo di scuola, così come ogni accademico che può candidarsi. La bravura dovrebbe essere un prerequisito, non il criterio della selezione, da basare invece su quanto il singolo candidato possa essere funzionale a quel settore di ricerca in quello specifico contesto. Comprendo le ragioni e le preoccupazioni del rettore fiorentino ma temo che questo nuovo regolamento dia in pasto a lettori avidi di scandali e a concorsisti col ricorso sempre in canna una tranquillizzante idea dell’università come postificio, a discapito di un ideale di ricerca in cui un commissario non vale l’altro, ogni candidato non va necessariamente bene per tutte le stagioni e il valore della produzione accademica non può essere misurato in numeretti. 

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