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Hamilton non si doveva scusare per aver detto al nipotino di non vestirsi da principessa

Ci sono tre cose che non tornano della faccenda del video postato su Instagram dal campione di Formula1 

28 Dicembre 2017 alle 15:08

Hamilton non si doveva scusare per aver detto al nipotino di non vestirsi da principessa

Diverse cose non mi tornano della faccenda di Lewis Hamilton – costretto a scuse imbarazzanti dopo avere detto su Instagram a un nipote di quattro anni che i maschietti non devono travestirsi da principesse – ma di una soltanto non mi capacito. Anzitutto mi chiedo perché mai una persona debba pubblicare una propria conversazione privata. Mi rispondo però che questa smania di intercettarsi da sé e autodenunciarsi è il frutto avvelenato dell’illusione su cui si fondano i social network: ossia che le celebrità possano vivere come persone qualsiasi allo scopo di far sentire le persone qualsiasi in grado di comportarsi come celebrità.

 

Inoltre, dato che Hamilton presta i propri vincenti servigi a una casa d’auto, mi chiedo perché non abbia preso a colpi d’alettone i tirapiedi della Mercedes quando sono arrivati a persuaderlo alla pubblica ammenda, visto che le aziende devono essere al servizio del talento e non viceversa; mi rispondo però che il nostro essere singoli individui irripetibili, teoricamente esaltato dai social network, di fatto ha valore fintantoché la nostra vita privata ci rende testimonial del pecorismo.

 

Poi non capisco perché per Natale il ragazzino abbia indossato un costume, domanda che sarebbe valsa anche qualora avesse deciso di vestirsi da pompiere anziché da principessa; ne deduco che la vita d’oggi è talmente superficiale e frivola che tutte le feste sono uguali e ogni giorno è Carnevale. Ma ciò che proprio non capisco è perché, in questa baruffa familiare, tutti abbiano preso le parti del nipote che piagnucola dicendo “voglio” anziché dello zio che dice “devi”. Singolare scelta, ergere a manifesto ideologico della nostra felicità i capricci di un bambino di quattro anni.

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Commenti all'articolo

  • maximus

    29 Dicembre 2017 - 10:10

    D'accordo su tutto; aggiungo che tutti i dubbi espressi da Gurrado potrebbero essere risolti (uso il condizionale per pura formalità, tanto non servirà a evitare l'accusa di complottismo) dicendo che si è trattato semplicemente di una messinscena, l'ennesimo contributo richiesto e ottenuto dall'evangelizzazione queering, secondo le note modalità di brainwashing teorizzate negli anni '80 e che non cito più perché ormai, dette e ridette, le conosciamo tutte fino alla noia.

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  • lisa

    28 Dicembre 2017 - 15:03

    Gurrado, per prima cosa buon anno, glielo auguro volentieri perché quando la leggo non mi sento sola. Poi. Se Hamilton doveva scuse a qualcuno, sono genitori del nipotino, non la società. Perché decidono loro come educarlo, non i correttissimi giornali, le femministe o le varie associazioni sull'uguaglianza dei generi (che non sono uguali, né lo saranno mai). E con ciò arrivo al dunque: ho la ferma intenzione di dire a mio figlio ogni volta che ne avrò l'occasione, che vestirsi da principessa è da femmina. Poi potrà giocare con le bambole e con le astronavi (come facevo io da piccola nell'indifferenza dei miei genitori conservatori) con i maschi o con le femmine. Ma se una cosa è maschile o femminile lo decidiamo io e suo padre. Quando sarà grande sarà libero di contestarmi. Intanto, se non lo faccio, la cosiddetta correttissima società influenzerà subdolamente mio figlio, raccontandogli che il suo sesso è irrilevante e che può andarsene in giro vestito da carro di Viareggio.

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