La Tangentopoli del sesso contagia la pubblica amministrazione italiana

Antonio Gurrado

Ma perché la pubblica amministrazione vuol essere la santa inquisizione? Un punto chiave del nuovo contratto degli statali, di cui discutono oggi governo e sindacati, è il capitolo dedicato alla violenza di genere e alle molestie sessuali. La nuova legge prevede la denuncia obbligatoria dei molestatori da parte dei superiori anche qualora l’eventuale vittima non dovesse sporgere denuncia; sanzioni fino alla sospensione trimestrale per quei superiori che non dovessero denunciare le molestie non denunciate dalle eventuali vittime; procedimento disciplinare con confronto all’americana (che, in Italia, vuol dire all’italiana) fra eventuale vittima e presunto molestatore; licenziamento per molestie anche in caso di avvenuta prescrizione in sede tribunalizia.

 

Chissà cosa succederà agli statali licenziati perché trovati colpevoli dal frettoloso procedimento disciplinare nel proprio ufficio ma poi magari assolti da un più ponderato regolare processo. Questa bella giurisprudenza non solo certifica la scarsa fiducia della pubblica amministrazione italiana nei confronti della giustizia italiana, ossia la scarsa fiducia dello Stato nei confronti dello Stato. Certifica anche che in Italia le leggi si scrivono sull’onda dell’emozione: dobbiamo questa stretta draconiana alla cagnara del #metoo e del caso Weinstein. La pubblica amministrazione ambisce forse a elevare la grigia vita degli statali al ben più emozionante livello della distruzione giacobina delle carriere di un Fausto Brizzi o di un Kevin Spacey, così che nel loro piccolo anche i travet possano sentirsi delle star; senza pensare che uno Stato che si emoziona è uno Stato che non ragiona.

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