"Once" e il nostro inconfessato amore per le macchine

Antonio Gurrado
Non so so se sia più preoccupante affidarsi a internet per vendere la verginità – l'ha appena fatto una ventenne di Seattle – o per trovare il vero amore. Il difetto degli accoppiamenti automatici fra potenziali anime gemelle è che, quando ci si affida a un algoritmo, viene meno la variabile umana.

Non so so se sia più preoccupante affidarsi a internet per vendere la verginità – l'ha appena fatto una ventenne di Seattle – o per trovare il vero amore. Il difetto degli accoppiamenti automatici fra potenziali anime gemelle è che, quando ci si affida a un algoritmo, viene meno la variabile umana: può facilmente rivelarsi fallimentare l'incontro fra due persone che, dati alla mano, avrebbero tutte le caratteristiche per piacersi. A quest'inconveniente cerca di ovviare una nuova app. Si chiama Once e affida il contatto fra persone compatibili a un terzo essere umano: un accoppiatore professionista che, dietro pagamento, per ogni utente riceve un novero di possibili partner (previamente scremati dall'algoritmo in base a fattori quantificabili: genere, età, distanza) e propone a ciascuno solo il partner che reputa più adatto. A occhio.

 

Sul Corriere, la storia di una di queste accoppiatrici è una parabola postmoderna da cui trarre insegnamento. Per cercar fidanzati per sé, infatti, l'accoppiatrice non si serve della app per cui lavora: riterrà più funzionali a incontrare gente metodi tradizionali quali l'amico in comune, l'evento sociale, il contatto visivo, l'attaccare bottone. Inoltre solo un terzo delle potenziali coppie messe in contatto dall'accoppiatrice decide d'iniziare effettivamente a conversare; meno del tasso d'interazione successivo ai contatti generati da app gestite da algoritmi. Se ne deduce che, rivolgendoci a internet per trovarci il vero amore, miriamo in realtà a soddisfare l'intima e inconfessata ambizione del nostro secolo: accoppiarci con le macchine.

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