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Quei giovani intellettuali che vivono nella realtà aumentata (e artificiale) di PokemonGo

Per quanto relativamente giovane e relativamente istruito, appartengo alla felice minoranza che non esprime opinioni sui social network né gioca a Pokémon Go. Invece gli scrittori italiani – magari più giovani e più istruiti di me – vivono nella realtà aumentata. Lo ha dimostrato la recente polemica su Violetta Bellocchio.

19 Luglio 2016 alle 17:49

Quei giovani intellettuali che vivono nella realtà aumentata (e artificiale) di PokemonGo

foto LaPresse

Per quanto relativamente giovane e relativamente istruito, appartengo alla felice minoranza che non esprime opinioni sui social network né gioca a Pokémon Go. Invece gli scrittori italiani – magari più giovani e più istruiti di me – vivono nella realtà aumentata. Lo ha dimostrato la recente polemica su Violetta Bellocchio: un suo reportage su una brutta esperienza alla stazione di Rogoredo, pubblicato da Internazionale, ha scatenato sui social una spropositata furlana di invettive contro di lei o in suo favore, di post sarcastici o piagnucolosi, di vergognati-tu-che-sei-maschio e da-piccolo-mi-sfottevano-perché-obeso. Diventato pretesto per una rissa estiva o detonatore di tensioni pregresse, al punto da monopolizzare le bacheche degli intellettuali, l'articolo ha dato la misura di come, per gli scrittori promettenti, conti non tanto la baruffa in sé quanto la condivisione delle proprie opinioni online, alla stregua di portinai o istruttrici di pilates. La pratica della scrittura si sta dunque spostando da privata limatura per una esposizione su materiale pubblico (il libro, il quotidiano, la rivista) a pubblica espettorazione tramite mezzo privato (lo smartphone, l'iPad, il portatile).

 

Non so se si possa già dire che oggi il principale compito di uno scrittore sia scrivere sui social network; so però che in questo modo si crea un mondo artificiale costituito da giovani intellettuali potenzialmente disinteressati a qualsiasi altra cosa – un po' come le frotte che puntano il telefono sulla strada, vedono pupazzetti giapponesi sovrapposti all'asfalto grazie a un gioco grafico, e cambiano l'itinerario delle loro passeggiate allo scopo di catturare mostriciattoli che non esistono in realtà. Di tutto il parapiglia sull'articolo di Violetta Bellocchio ho capito soltanto una piccola verità su me stesso: non esprimo opinioni sui social network perché non gioco a Pokémon Go.

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