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Il futuro incompiuto di Cameron somiglia tremendamente al nostro

Un pensiero per David Cameron, oggi che s'è svegliato backbencher per la prima volta in più di un decennio. Le parole con cui ha formalmente concluso il mandato da primo ministro – “I was the future once”, un tempo ero il futuro – sono la mise en abyme di una carriera politica.

14 Luglio 2016 alle 17:30

Il futuro incompiuto di Cameron somiglia tremendamente al nostro

David Cameron e la sua famiglia lascia la residenza di Downing Street (foto LaPresse)

Un pensiero per David Cameron, oggi che s'è svegliato backbencher per la prima volta in più di un decennio. Le parole con cui ha formalmente concluso il mandato da primo ministro – “I was the future once”, un tempo ero il futuro – sono la mise en abyme di una carriera politica e la malinconica retrospettiva umana su anni a Downing Street che gli hanno dato una figlia e tolto un figlio (malato e morto, evento su cui ha spesso sorvolato chi vilmente identifica il privilegio soltanto con censo e ricchezza). Oltre che dimostrazione di fede in un sistema politico che fra i marosi si mantiene impeccabile da trecento anni, queste parole di sereno avvicendamento erano anche una battuta, un'ironica autocitazione, un colpo di coda geniale.

 

Giunto all'ultimo question time da primo ministro, Cameron si è congedato ripetendo le parole che avevano segnato il suo primo question time da capo dell'opposizione: quando, nel dicembre 2005, guardando dritto in faccia Tony Blair ma parlandone in terza persona, disse che “he was the future once” – un tempo, il futuro era lui. Di là dall'agone politico c'è uno scorrere del tempo che tutto travolge e accomuna gli opposti, rivelando che nella storia di ciascuno c'è una Brexit o un Rapporto Chilcot che segna il giro di boa, che tutte le vite convergono verso un punto di tramonto o annichilimento, e che giorno verrà in cui tutti saremo un futuro anteriore incompiuto. La constatazione “I was the future once” è la miglior traduzione inglese per la celebre massima di Montaigne, secondo cui anche sul più elevato cucuzzolo del mondo restiamo pur sempre seduti sul nostro culo.

 

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