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Ridurre gli sprechi non raddrizza il capitalismo municipale. Il caso Atac

Luciano Capone
Razionalizzare le spese e punire gli abusi è necessario e doveroso, ma non servirà a nulla, perché i problemi dell’azienda dei trasporti romana sono molto più gravi

Roma. In questi giorni l’Atac è salita agli orrori delle cronache per una serie di scandali, spese folli e assenze ingiustificabili raccolte in un paio dossier inviati alla procura di Roma dal dg di Atac Marco Rettighieri e dal senatore pd ed ex assessore ai Trasporti di Roma Stefano Esposito: dal dipendente Atac che diventa fornitore di gomme della stessa azienda per milioni e milioni di euro, alle 111 mila ore di distacchi sindacali molte delle quali ingiustificate, passando per il dopolavoro in mano ai sindacati che gestisce lamensa aziendale per milioni di euro. Senza dimenticare i precedenti scandali dei biglietti falsi e le continue e perenni parentopoli che hanno gonfiato i bilanci dell’azienda di clientele. Si tratta di fatti e comportamenti intollerabili, che producono rabbia e indignazione nei contribuenti e negli utenti che sborsano tanti soldi per un servizio pessimo.

 

Se l’emersione degli scandali rende evidente l’impossibilità di andare avanti con questo andazzo, dall’altro si corre il rischio di ritenere che quello dell’Atac sia un problema di sprechi e corruzione. Basta incidere questi bubboni, cambiare i dirigenti, eliminare i privilegi delle “caste” e l’azienda inizierà a funzionare. E’ la stessa demagogica illusione che ha fatto credere a buona parte dell’elettorato di poter risolvere i problemi cronici del paese tagliando gli stipendi dei parlamentari e le auto blu.

 

Eliminare gli sprechi più macroscopici e punire gli abusi è necessario e doveroso, ma non servirà a nulla, perché i problemi dell’azienda dei trasporti romana sono molto più gravi. L’Atac, come calcola Andrea Giuricin, tra il 2009 e il 2014 ha accumulato circa 1 miliardo e 100 milioni di deficit, che si vanno a sommare agli oltre 5 miliardi di sussidi che l’azienda ha ricevuto dagli enti locali. Questo per restare agli ultimi 5 anni, ma in realtà l’azienda non vede utili dalla notte dei tempi. Secondo i calcoli dell’ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli, il deficit della sola Atac è pari al 30 per cento di tutto il deficit nazionale nel settore del trasporto pubblico locale. Si tratta di un’azienda tecnicamente fallita e che, stando ai criteri indicati dal ministro Marianna Madia sulle partecipate, andrebbe liquidata per il suo profondo e continuo rosso.

 

Dei problemi strutturali dell’azienda si è occupata la Fondazione Einaudi con uno studio dal titolo eloquente: “Trasporto pubblico, Roma ultima in Europa”. “Il trasporto pubblico locale  sconta a Roma il peso della scelta strategica di basare l’offerta principalmente su trasporto su gomma – scrivono Rosamaria Bitetti e Nicole Genovese – Ciò nonostante gli investimenti in vetture sono i più bassi”. Il parco vetture di Roma infattiè il più vecchio, con un’età media di 8,75 anni, contro i 4,95 di Berlino, i 6 di parigi e i 6,9 di Londra. Le prevalenza del trasporto su gomma porta con sé una serie di altri problemi di efficienza, visto che si tratta del mezzo a maggior intensità di lavoro, che spiega anche l’organico monstre dell’azienda composto da circa 12 mila dipendenti: “Il costo del personale sul totale dei costi è a Roma pari al 47 per cento, quasi il doppio che a Londra (25 per cento) con circa un terzo dell’offerta”.

 

Le cose non vanno meglio se si guarda dal lato delle entrate: la remunerazione dei servizi corrisponde solo al 21 per cento dei ricavi totali, mentre è del 48 per cento a Berlino, del 55 per cento a Londra e del 65 per cento a Parigi. In pratica l’evasione è altissima, quasi nessuno fa il biglietto e questo perché, nonstante ci sia abbondanza di dipendenti, i dipendenti che svolgono l’attività di controllo sono pochissimi, solo 75. Questo perché le infornate di assunzioni hanno spesso riguardato figure non operative, come peraltro dimostra la crescita costante degli stipendi medi. Pochi investimenti, troppi dipendenti, tanti di loro che non fanno ciò che serve. A ciò vanno aggiunte le continue rivendicazioni sindacali: tra giugno 2013 e ottobre 2015 i lavoratori del trasporto pubblico romano hano proclamato 139 scioperi, uno alla settimana. Per oggi, ad esempio, è stato indetto l’ennesimo sciopero, contro l’accordo che vuole legare i salari alla produttività.

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  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali