La stepchild adoption non è un cavillo

Redazione
L’ormai celeberrimo art. 5 del ddl Cirinnà, quello che riguarda l’adozione del figliastro, è fatto di poche righe: “All’articolo 44 lettera b) della Legge 4 maggio 1983, n. 184 dopo la parola ‘coniuge’ sono inserite le parole ‘o dalla parte dell’unione civile tra persone dello stesso sesso’”.

L’ormai celeberrimo art. 5 del ddl Cirinnà, quello che riguarda l’adozione del figliastro, è fatto di poche righe: “All’articolo 44 lettera b) della Legge 4 maggio 1983, n. 184 dopo la parola ‘coniuge’ sono inserite le parole ‘o dalla parte dell’unione civile tra persone dello stesso sesso’”. A partire da queste righe, sul Post un articolo documentato, ma che evita di dire qualche cosa di essenziale, spiega che la nuova legge non cambierà un dato di fatto che già esiste, perché la legge del 1983 già riconosce la “adozione in casi particolari”, sui quali però decide il giudice. E in questi casi particolari può anche rientrare il caso di coppie omossessuali (e non sposate, of course). Dov’è lo scandalo?, si dice. La stepchild adoption c’è già. Nessuno scandalo, infatti. Ma le domande che in molti si pongono, e che abbiamo già posto anche sul Foglio, restano inevase.

 

E la spiegazione legalistica offerta dal Post (e da molti) non vi risponde. Innanzitutto, il fatto che l’articolo della legge 1983 sulle adozioni in questione (e  tutto il suo Titolo IV) norma le adozioni in casi particolari. E in questi casi è sempre l’istanza di un giudice a valutare l’opportunità (che sempre deve essere a vantaggio del minore), dunque non una norma che valga di per sé. Quindi eccezioni, non regole per le quali basta “inserite le parole ‘o dalla parte dell’unione civile tra persone dello stesso sesso’”. Inoltre, inserire quelle paroline significa passare da casi “particolari” al principio della omogenitorialità, stabilendo come un dato di fatto (e provate a guardarlo dalla parte del minore) che non esistano differenze tra una madre e un padre, o un genitore A e un genitore B. Davvero sono solo paroline?

 

Intanto ieri il presidente della Cei, Angelo Bagnasco, si è augurato un dibattito in Parlamento “ampiamente democratico” e “una votazione a scrutinio segreto”, scatenando polemiche. Evidentemente, non è solo questione di paroline.