Beppe Grillo (foto LaPresse)

Grillo e la maschera di governo (che non c'è più) della Fuck you & Associati

Claudio Cerasa
Di Maio e Di Battista potranno metterci tutta la buona volontà del mondo ma sanno bene che il movimento vive una contraddizione letale: funziona se non governa, se non governa non ha senso ma se governa non funziona.

Ci si può girare attorno quanto si vuole e si possono utilizzare le chiavi analitiche più sofisticate del mondo per descrivere la complicata fase politica che attraversa il Movimento 5 stelle ma alla fine dei conti la questione è semplice e anche se può apparire comica suona più o meno così: siamo sicuri che nel mondo grillino esista una alternativa concreta alla strategia del fuck you, dell’andate tutti a farvi fottere? I fatti di questi mesi, al di là del cabaret di Grillo, del suo ci sono ma non ci sono, del suo “rivoglio la libertà del comico”, ci dicono che il Movimento 5 stelle non esiste senza la modalità fuck you e il discorso non riguarda solo l’impossibilità di essere contemporaneamente di lotta e di governo ma riguarda l’essenza stessa del grillismo e il suo trovare una dimensione solo nella declinazione dell’andate-tutti-a-casa.

 

Probabilmente Grillo scherza quando dice di voler fare un passo di lato ma, osservando le non fortunate esperienze di governo a 5 stelle, è possibile che per un attimo anche il fondatore del Movimento sia arrivato alla conclusione che, fuori dal blog e lontano dalla politica del troll, il 5 stelle non può funzionare per le stesse ragioni che hanno portato alla sua nascita. Come può “crescere” un movimento che trae la sua forza dalla propria autoesclusione dal sistema politico? Fino a che Grillo era un simpatico comico che prometteva da piazze molto incazzate di voler rivoluzionare il mondo con il suo tsunami (tsunami che dopo cinque anni fatica ad arrivare sulle spiagge della politica, nonostante la crisi, le grandi coalizioni, i governi non eletti, le politiche lacrime e sangue, etc.) la retorica vuota dell’onestà, del voler far credere che fare politica è semplice come gestire casa propria, poteva avere una sua presa e costituire un sogno, per i più tonti, persino sincero. Oggi, però, nei giorni dei pasticci di Livorno, di Ragusa, di Gela, nei giorni in cui un movimento che avrebbe dovuto cambiare l’Italia dimostra di non saper gestire un comune di 40 mila abitanti (Quarto), risulta sempre più evidente che l’espressione “grillino di governo” è un grande e goffo ossimoro della politica. Ora che insomma la maschera del Movimento 5 stelle comincia ad alzarsi sul volto dei portavoce dei cittadini (uno, abbiamo capito, non vale uno ma vale al massimo un Quarto) si capisce perché la presenza del grillismo non è il grande avversario di Renzi bensì il suo principale alleato. Fino a quando si continuerà ad alimentare l’illusione che il beppegrillismo possa essere qualcosa di diverso dalla politica del fuck you, il presidente del Consiglio rimarrà l’unico catalizzatore possibile degli elettori di governo e avrà buon gioco a presentarsi come la sola alternativa all’Italia dei Fico e dei Di Maio.

 

[**Video_box_2**]In cinque anni la Casaleggio-Replicanti & Associati non è riuscita a creare un microchip capace di sostituire il file “scie chimiche” con il file “movimento di governo” e il risultato è che Di Maio e Di Battista potranno metterci tutta la buona volontà del mondo ma sanno bene che il Movimento vive una contraddizione letale: funziona se non governa, se non governa non ha senso ma se governa non funziona. Diceva Oscar Wilde che l’uomo è poco se stesso quando parla in prima persona ma dategli una maschera e vi dirà la verità. Grillo ha tentato la scena del grillino di governo e ha provato a infilare al Movimento la maschera istituzionale. La reazione è perfetta per il tour del comico: molte risate e molta comicità. Lo spettacolo non è finito, forse, ma intanto la maschera semplicemente non c’è più.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.