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Così il M5s è diventato il partito più polveroso d'Italia. Parola di radicale

La democrazia diretta, prima sbandierata, è stata ridotta a utensile per beghe intra partito. E addio politica. E' corsa ad arraffare eletti

14 Gennaio 2016 alle 14:49

Così il M5s è diventato il partito più polveroso d'Italia. Parola di radicale

I voti della camorra al Movimento Cinque Stelle a Quarto sono un problema di tutti. Il primo a non rendersene conto è Beppe Grillo, che infatti impone soluzioni risibili: espulsioni! dimissioni! Ma nessuno si salva da solo.

 

I voti criminali (a qualunque lista) sono invece un problema non nuovo della democrazia rappresentativa, cioè della scarsa efficacia delle elezioni nel selezionare rappresentanti capaci e dediti a servire l’interesse generale. La soluzione, dunque, non può essere trovata in meccanismi di disciplina interna più feroci di quelli applicati dagli altri. “C’è sempre un puro più puro che ti epura” è legge fisica che condanna ogni “partito degli onesti”.

 

Sbarazzarsi del moralismo settario e del giustizialismo è però solo il primo passo per avvicinarsi alla radice del problema: la deriva elitaria e antidemocratica della democrazia rappresentativa e della sua liturgia massima, quel concorso teatrale manipolato che chiamiamo “elezioni”. Attenzione: non solo e non tanto “come si argina nel mio partito?” ma “come si argina per tutti?”, cioè strutturalmente, attraverso quali riforme?

 

Credo che la risposta vada innanzitutto cercata in due direzioni: lo Stato di diritto e la democrazia diretta.

 

Quando sono le istituzioni stesse a vivere fuorilegge, ogni speranza di democrazia è perduta. Continuare ad ignorare le denunce del Partito radicale sul collasso del sistema giustizia italiano e sulla violazione delle norme interne e internazionali da parte dello Stato stesso significa rassegnarsi a riforme scritte sulla sabbia, vanificate in partenza dall’abuso di potere assurto a unica regola vigente.

 

Ma, se lo Stato di diritto liberale non è mai stato un marchio di fabbrica di Grillo e Casaleggio, almeno sulla democrazia diretta sembrava puntassero molto. Invece, da quando sono entrati trionfalmente nel Palazzo, la festa del cittadino-che-decide è finita prima di cominciare: niente proposte di referendum nazionali, niente leggi di iniziativa popolare, niente lotta in difesa di referendum a leggi popolari altrui. A parte qualche meritoria attività sugli Statuti comunali per diffondere lo strumento referendario, la partecipazione del cittadino, meglio se digitale, è stata confinata dai vertici del M5S all’interno di un solo ed unico luogo: il Partito (cioè, il Movimento); ad un solo ed unico scopo: fare eletti, seppur degradati al ruolo impossibile di portavoce-dei-cittadini. La presa della Bastiglia del regime italiano è dunque rinviata a quando il Partito (cioè il Movimento) avrà conquistato il potere, cioè il 50% più uno dei posti. Nel frattempo, liste ovunque, stesso simbolo dappertutto, nessuna concessione a specificità locali, né a esperienze civiche, né ad accordi politici: il Movimento dei Cittadini è così l’unico vero Partito Nazionale Elettorale rimasto in circolazione, completamente plasmato sulla base dell’obiettivo di fare più eletti (portavoce) possibile, con una struttura centrale di marketing e propaganda e una struttura locale che, nel terrore di creare un partito, trova legittimazione solo negli eletti. Il risultato è che gli eletti sono il partito.

 

La contraddizione è evidente: se l’Italia non è (come in effetti non è) una democrazia, aspettarsi che siano gli eletti selezionati da un voto antidemocratico a riportare in vita la democrazia è un controsenso logico. Eppure, su questo azzardo si fonda la strategia a cinque Stelle.

 

La storia radicale potrebbe suggerire anche a loro qualche riflessione, perché le conquiste per le quali siamo (nel bene o, per alcuni, nel male) identificati dipendono poco dai risultati elettorali delle liste di nostra diretta emanazione, ma dalle lotte (nonviolente, giudiziarie, referendarie) delle quali le incursioni elettorali sono state occasione e strumento in più, ma senza mai illudersi potessero da sole innescare la rivoluzione liberale.

 

[**Video_box_2**]Dalla stagione referendaria degli anni ‘70 ad oggi la “seconda scheda” prevista dalla Costituzione non è certo rimasta illesa dai colpi dell’antidemocrazia. Ma un tentativo di recupero va tentato, anche operando sul piano locale. Il 23 e 24 gennaio terremo a Napoli un incontro aperto sulla città e il federalismo, con l’obiettivo di rilanciare la centralità degli strumenti di iniziativa popolare ad ogni livello. Per imporre nell’agenda politica obiettivi di interesse generale, innanzitutto sulla qualità dell’ambiente e dei servizi pubblici, vogliamo promuovere l’attivazione sistematica non solo di referendum consultivi o vincolanti e di delibere popolari, ma anche forme di coinvolgimento dei cittadini nella determinazione delle priorità, nell’elaborazione di proposte e nel controllo dell’attività di governo, ricorrendo sia ai nuovi strumenti digitali sia agli antichissimi strumenti della democrazia ateniense, come il sorteggio, da affiancare alle elezioni.

 

Il federalismo municipale e fiscale, l’’autogoverno locale attraverso una rigorosa applicazione della sussidiarietà sono - assieme al recupero dello Stato di diritto - obiettivi urgenti irrinunciabili per una forza che ambisca ad essere alternativa “di governo” e non “di potere”.  Coinvolgere cittadini informati e consapevoli nelle decisioni pubbliche è esercizio faticoso e difficile, che necessita di investimenti sulla scuola, sul servizio pubblico di informazione e su nuovi strumenti di interazione ed esercizio della cittadinanza.

 

Le soluzioni miracolose non esistono, ma certamente occuparsi solo del proprio orticello alla lunga non può funzionare, nemmeno quando l’orticello cresce e fa tanti frutti, qualche volta avvelenati come a Quarto.

 

Marco Cappato è Presidente di Radicali Italiani

Marco Cappato

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