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L’assoluzione di Penati, lezione per i moralisti e i professionisti della cultura del sospetto

Per il tribunale di Monza l'ex presidente della Provincia di Milano ed ex sindaco del Pd è innocente "perché il fatto non sussiste". Chi è Penati, come è nato il caso e come si è coagulata attorno a lui una grande macchina del fango.

10 Dicembre 2015 alle 16:05

L’assoluzione di Penati, lezione per i moralisti e i professionisti della cultura del sospetto

Filippo Penati (foto LaPresse)

L'ex presidente della provincia di Milano ed ex sindaco di Sesto San Giovanni, Filippo Penati (Pd), è stato assolto in primo grado dal tribunale di Monza, presieduto da Giuseppe Airò, nell'ambito del processo sul cosiddetto “Sistema Sesto”. Penati era imputato di corruzione e finanziamento illecito dei partiti ed è stato assolto perché “il fatto non sussiste”. Anche gli altri nove imputati nel'ambito dello stesso processo sono stati tutti assolti. Per Penati l’accusa aveva chiesto una condanna a 4 anni.


 

Roma. Politico indagato: finisci subito su tutti i giornali. Politico ex indagato ma assolto, parzialmente o totalmente: finisci, se va bene, nel trafiletto dei trafiletti, dalla decima pagina in avanti. Va sempre così, e il web segue e amplifica il doppio binario: l’indagato coperto di insulti, l’ex indagato (poi assolto) nel dimenticatoio, più che altro ignorato. Accadrà domani, dopo l’assoluzione di Penati da tutte le imputazioni "perché il fatto non sussiste", ed era già accaduto tempo fa dopo l’assoluzione presso la Corte dei Conti sempre di Filippo Penati, ex presidente della Provincia di Milano, ex vicepresidente del Consiglio regionale lombardo, ex capo della segreteria politica di Pier Luigi Bersani (quando era segretario del Pd), ex sindaco della cosiddetta “Stalingrado d’Italia” (Sesto San Giovanni) – allora l’assoluzione era dal presunto danno erariale sull’acquisto del 15 per cento delle quote dell’autostrada Milano-Serravalle dal gruppo Gavio (i giudici hanno evidenziato “la mancata prova di un danno imputabile soggettivamente e contabilmente alla casse della provincia di Milano”). Assoluzione, in quell’occasione, accolta con un quasi-silenzio mediatico, a dispetto di tutti i paginoni con la grancassa anti-Penati letti nel 2011, con successivo processo monstre (penale e non) e due procure (Milano e Monza) in azione, e nonostante tutti i vari titoli sulla “banda di Sesto” usciti allo scoppio del “caso Penati” in Lombardia (all’inizio non tanto sull’autostrada Serravalle come viatico di arricchimenti e materia di “manovre” oscure, quanto per presunta corruzione e concussione nell’inchiesta sull’area Falck di Sesto San Giovanni). Il teorema del sospetto, nell’estate del 2011, si muoveva più o meno lungo la direttrice Penati indagato-Penati additato-Penati che, figurarsi, lavora nell’ombra, se non per sé, per l’uomo nero dei mondi rossi, alias Massimo D’Alema, con Pier Luigi Bersani chiamato di tanto in tanto in causa per fantomatiche presunte pressioni dietro le quinte. Che l’uomo Penati fosse innocente fino a prova contraria, come in moltissimi casi simili (riguardanti politici di destra come di sinistra), innocente fino a prova contraria come tutti i chiamati in causa, importava relativamente, nel contesto di un grande presunto scandalo, còndito anche di polemiche sulle scalate Unipol e sulle Coop rosse (gli anni erano quelli) – altro foraggio buono per il “caso”. Che l’uomo Penati sia stato ora assolto dalla Corte dei Conti (sull’acquisto delle azioni Serravalle) importa forse ancora meno. Eppure già quella sentenza diceva che non solo non c’era stato danno erariale sull’operazione finanziaria risalente al 2005 (il danno contestato ammontava a 100 milioni di euro), ma che non c’era neppure il profilo “psicologico” del dolo. Ed è come se del presente di questa storia restasse una traccia più debole dell’impronta delle passate accuse, quelle da cui Penati è stato assolto e quelle per cui non è stato condannato: accuse per cui l’ex presidente della Provincia di Milano – uomo di solida storia comunista poi riformista, uomo senza camicia botton-down e con l’accento “da fabbrica” alla Gino Bramieri, cresciuto in una casa di ringhiera detta “Il Cairo” e maturato politicamente in un’associazione di circoli cooperativi, sorta di bocciofila-Casa del Popolo – è stato sospeso (poi autosospeso) dal Pd. E magari Penati, ai tempi della presidenza della Provincia,  era considerato “uomo nero” ma per altri motivi, dal punto di vista politico, e aveva anche successo per questo: era uno che diceva, da sinistra, sul tema sicurezza, per esempio, le cose che quasi quasi neanche la destra sotto elezioni diceva (a Romano Prodi, allora premier, Penati faceva notare che forse non conveniva favorire la libera circolazione dei rom romeni “per non scontentare le imprese italiane che investivano in Romania” – e su questo poi si scontrò con l’avversario di centrodestra alle elezioni per la Provincia del 2009 Guido Podestà, uno che, a detta di Penati, andava al Parlamento europeo a parlare proprio di libera circolazione). Prima di finire nella polvere mediatica, Penati (nel 2004) aveva spopolato con un manifesto elettorale in stile “I soliti sospetti”, dove, da futuro presidente della provincia, incedeva con la mano in tasca su sfondo di architetture avveniristiche. Penati era quello cui a Milano si tributavano onori pubblici e snobismi privati: una certa intellighenzia non amava appunto i suoi modi “law and order” da ex professore che si aggirava per le piazze della sua seconda campagna elettorale per la Provincia con in testa questa massima: “La destra è come un bambino viziato, e l’ha viziato la sinistra”. Che Penati non fosse uno da sinistra da salotto (da lui allora punzecchiata al grido di: “Fate dibattiti autoassolutori”) è cosa certa, come certa è stata la freddezza del partito nel difenderlo. Tanto che, a un certo punto, è rimasta soltanto lontano ricordo, e simbolo del passato che non torna, la birra domenicale che Penati beveva con il “compagno” Pierluigi Bersani (ma oggi pare si scambino di nuovo sms).

 

Dopo le dimissioni dalla vicepresidenza del consiglio regionale, Penati si è ritirato a vita privata, mettendosi a scrivere libri in stile vagamente legal-thriller e tornando alla vecchia professione di insegnante. Non più, come alle origini della carriera, come prof. di una materia dall’aria vintage come l’Educazione Tecnica, ma presso un’associazione religiosa di area francescana, dove leggenda dice che insegni italiano agli extracomunitari: nemesi, pensano forse quelli che lo tacciavano di insensibilità per le sorti degli immigrati. Segno dei tempi, pensano forse quelli che non ne possono più dei processi mediatici al posto e in anteprima rispetto a quelli reali (da Tangentopoli in poi, con tanti saluti al divismo per la serie tv di Sky “1992”).

 

Restano i fatti, e l’assoluzione nel merito della Corte dei Conti di cui poco si parla (magari anche con il retropensiero: “Eh però resta ancora in piedi il processo penale”).

 

[**Video_box_2**]Ma perché il caso Penati, sulle presunte tangenti, prima, e sulla Serravalle, poi, è diventato immediatamente un caso mediatico, non appena si è sparsa la notizia dell’indagine, per fatti risalenti ai primi anni Duemila? Forse anche perché Penati era alla fine di una parabola politica discendente (sconfitto alla Provincia e poi alla Regione), forse anche perché c’era il canovaccio: come in ogni inchiesta “esplosiva”, anche nel caso Penati, infatti, comparvero da subito due grandi accusatori, l’imprenditore Piero Di Caterina e il costruttore Giuseppe Pasini. A questo si è sovrapposto un altro sospetto (su altra denuncia): le suddette quote della Serravalle, bestia nera di ogni presidente della Provincia di Milano (il cosiddetto “nodo della viabilità” aveva fatto perdere il sonno, e forse anche il secondo mandato, contro Penati, nel 2004, all’ex presidente della Provincia di centrodestra Ombretta Colli, ché la viabilità, per un certo municipalismo milanese, era materia da gestire per tradizione “dal basso”). Altro presunto scandalo, quello della Serravalle, con Penati che dice “torno a fare il prof”., e altra grancassa manettara e anti-casta, non controbilanciata da degna amplificazione della notizia, nel gennaio di quest’anno,  sul “teste chiave contro Penati”, Renato Sarno, che proprio sul tema Serravalle e sul presunto interessamento di Massimo D’Alema (ma non solo) “ritratta tutto”, e soprattutto dice di non voler confermare dichiarazioni d’accusa rese in carcere e “figlie di uno stato psicologico deteriorato”. C’era, attorno alla testimonianza di Sarno, il giallo, anche quello assai mediatico, del file Excel sequestrato nel suo studio di architetto. Secondo gli investigatori, come scriveva Repubblica, nel file era contenuta “la contabilità del denaro ricevuto per sostenere Penati, tra cui i 368 mila euro arrivati a Fare Metropoli, la fondazione del politico”. Ma poi Sarno, in aula, aveva detto che “quelle somme erano semplici finanziamenti raccolti per la campagna elettorale tra gli imprenditori con cui avevo rapporti professionali. L’ho fatto per Penati come per Don Mazzi o per alcune iniziative in Africa”. Penati, in quell’occasione, aveva parlato: sta emergendo la “lacunosità” delle indagini, l’assenza di prove, la fiducia quasi esclusiva e preventiva nei due grandi accusatori, aveva detto (oggi tace).

 

La pronuncia assolutoria della Corte dei Conti è una parte del tutto; e agli occhi degli accusatori mediatici è forse piccola cosa. Eppure è sentenza, non supposizione.  

Marianna Rizzini

Marianna Rizzini

Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.

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