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La lunga caccia dell’inquisizione liberale ai Kim Davis d’America

L'inserviente del tribunale del Kentucky che si era rifiutata di firmare gli atti di matrimonio di due coppie gay è stata liberata dopo sei giorni di carcere. Ma il processo di erosione della libertà religiosa non si ferma, dice il teologo americano David Schindler, sempre più preoccupato (ma non sorpreso).

8 Settembre 2015 alle 19:47

La lunga caccia dell’inquisizione liberale ai Kim Davis d’America

Kim Davis

New York. “Quello che temo succederà, alla fine, è che i preti cattolici non potranno rifiutarsi di sposare persone dello stesso sesso. Potrebbe anche non accadere, certo, ma questo di sicuro è il risultato che lo stato spera di ottenere”. David Schindler, decano emerito dell’istituto John Paul II di Washington e direttore della rivista Communio in Nord America osserva preoccupato il processo di erosione della libertà religiosa che si sta consumando in America ad opera di leggi, sentenze, mandati, linee guida, corredate dal carcere per chi osa ribellarsi, magari appellandosi alla coscienza, categoria inammissibile nella logica legalista degli ideologi di questa evoluzione. Kim Davis è soltanto l’ultimo esempio. E’ finita in carcere – è stata liberata dopo sei giorni – per essersi rifiutata di mettere la sua firma su certificati di matrimonio per le coppie omosessuali (si è rifiutata di formare tutti i certificati, anche agli eterosessuali, dopo che la Corte suprema ha respinto il suo ricorso), attività prevista dal suo stato di clerk di una contea del Kentucky, perché la circostanza è in contraddizione con la sua coscienza informata dal credo protestante. Non ha fatto una campagna di piazza contro il matrimonio omosessuale, non ha cercato di convincere altri a seguirla, non ha ostacolato in modo significativo le coppie gay nella loro ricerca del certificato di matrimonio, che possono ottenere da un’altra contea dello stato, a poche miglia di distanza. Davis ha soltanto cercato di proteggere la propria coscienza, che disgraziatamente è entrata in rotta di collisione con la legge, e benché si tratti di un funzionario eletto con doveri ufficiali, il suo gesto ha un carattere essenzialmente privato ed è scevro di ambizioni politiche o movimentiste. L’inflessibile legge non prevede però eccezioni né attenuanti. Come in una vecchia canzone di The Bobby Fuller Four, Davis ha combattuto la legge, e la legge ha vinto.

 

Schindler, si diceva, guarda tutto questo preoccupato, ma per nulla sorpreso. La sua “profezia” sulla chiesa cattolica costretta a “conformarsi alla mentalità di questo secolo”, l’opposto dell’esortazione di San Paolo, non è l’estensione della logica esibita nella disputa del Kentucky, implicita nell’Obamacare, dominante nell’aula della Corte suprema: non c’è nulla che sia superiore o preceda la legge. Il credo religioso è accolto e amorevolmente tollerato dalla legge “soltanto se è totalmente irrilevante”, se non proietta conseguenze visibili sulla società, se non si muove nello spazio pubblico. “Questa forma ideologica di liberalismo sta radicalmente cambiando la società, ma devo dire che i semi dell’ambiguità antropologica che ora vediamo fiorire erano già presenti in Locke: era già tutto implicito nella particolare antropologia moderna che ha informato questo paese dalle sue origini. Sarebbe difficile spiegare altrimenti l’incredibile rivoluzione culturale avvenuta in pochi decenni. Basta pensare che abbiamo rinunciato alla fondamentale distinzione fra uomo e donna, un’evidenza naturale che per millenni nessuno si è sognato di mettere in discussione. E questo è l’esito di un percorso di vari secoli”, spiega Schindler, che non è d’accordo con chi – ad esempio il giudice della Corte suprema Clarence Thomas – giudica questa progressiva riforma della libertà religiosa come un tradimento degli ideali originari del liberalismo americano. Piuttosto si tratta dell’inveramento del desiderio autonomista dell’uomo moderno, incapace di pensare a un piano dell’essere superiore a sé che non sia riducibile un Dio formale stampato sulle banconote. E questa prospettiva, incrociata con gli ideali del liberalismo marcati a fuoco dalla legge, ha invaso ogni anfratto del dibattito. Anche le stesse posizioni religiose sono filtrate attraverso la lente liberale. Schindler aveva scritto che “il liberalismo ci trascina in una trappola: ci invita a dialogare in un supposto mercato delle religioni aperto e pluralistico, ma nel frattempo ha già riempito, in segreto, i termini del dialogo con una teoria delle religioni liberale. La fascinazione liberale per il pluralismo religioso nasconde il suo stesso ‘monismo’; la fascinazione liberale per la libertà religiosa nasconde la sua verità distinta sulla natura della religione”. Insomma: il liberalismo non è un campo neutro, è un camaleontico monismo che pervade ogni cosa, e l’impressione guardandosi intorno è che l’America sia passata nel giro di pochi anni alla fase del raccolto delle conseguenze sociali del processo.

 

[**Video_box_2**]Tanto che, nel caso di Davis, il ricorso al carcere rappresenta un salto di qualità: “Credo che i liberali classici non avrebbero mai voluto o permesso che fosse messa in prigione per il suo reato, avrebbero piuttosto cercato un compromesso per minimizzare i danni per tutti sulla base della ‘fairness’. In questo riconosco un balzo in avanti ideologico”, spiega Schindler. Anche un John Rawls, padre del liberalismo contemporaneo, avrebbe probabilmente invocato un compromesso, se non altro nel nome del “overlapping consensus”, il consenso per intersezione con cui si tende a trovare il compromesso meno dannoso per le parti in causa, specialmente per le più deboli. Non c’è dubbio che Davis rappresenti la parte debole della battaglia legale in corso, ma nessuno dei suoi avversari ideologici sembra particolarmente ansioso di esercitare la ‘fairness’ cara a Rawls. Su questa deviazione del corso liberale insiste anche Ryan Anderson, giovane intellettuale della Heritage Foundation e voce fra le più ascoltate nel dibattito su matrimonio e libertà religiosa. “Alcuni a sinistra dicono che devi eseguire tutti gli aspetti del tuo lavoro, a prescindere dal tuo credo, oppure dimetterti. Ma questa non è mai stata la pratica comune negli Stati Uniti. Abbiamo una lunga storia di accomodamenti degli obiettori di coscienza in diversi campi, inclusi gli impiegati statali. Vogliamo davvero dire che un impiegato competente per tutto il resto deve dimettersi oppure andare in prigione se esiste un’alternativa?”. Nel caso di Davis le alternative esistono eccome, ma per sostenere la sua logica ideologica, la legge necessita della massima rigidità possibile. Ogni eccezione rischia di farla ripiombare nel liberalismo “soft” di cui si sta celebrando il funerale.

 

Mattia Ferraresi

Mattia Ferraresi

Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.

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