Margherita Boniver, ex ministro dell’Immigrazione con il governo Andreotti e già sottosegretario agli Esteri dal 2001 al 2006 (foto LaPresse)

Pianosa, altri sì. “Ora chiediamo all'Europa di aprire il portafoglio”

Giulia Pompili
Parla Boniver, ex ministro dell’Immigrazione: “Una politica europea non esiste. Era meglio quando decidevamo tutto da soli”

Roma. Ci vuole un piano. Trovare una “Ellis Island” italiana – l’ipotesi Pianosa dove costruire un centro temporaneo d’accoglienza. Ma sull’emergenza immigrazione ci vuole pure “una visione, una strategia politica che sembra mancare al governo. E poi bisogna smettere di perdere tempo aspettando un aiuto dall’Europa”, dice al Foglio Margherita Boniver, che è stata ministro dell’Immigrazione con il governo Andreotti all’inizio degli anni Novanta (un ministero senza portafoglio mai più rinnovato dopo quella esperienza, le cui funzioni furono assorbite dal Viminale) e per cinque anni, fino al 2013, presidente Commissione bicamerale Schengen. “L’Italia, e gli altri paesi confinanti del Mediterraneo, sono alle prese con esodi di proporzioni bibliche. Ci sono centinaia di migliaia di persone pronte a imbarcarsi soprattutto dai porti libici per raggiungere i territori Schengen”. Ma la situazione è complessa: “La Siria resta tra le vergogne della comunità internazionale incapace di aprire corridoi umanitari per chi è in fuga dai bombardamenti”. Dall’altra parte c’è il disastro “che ci siamo costruiti con le nostre mani, l’operazione Mare Nostrum del governo Letta. Salvare vite umane è un valore non negoziabile, ma Mare Nostrum ha spalancato un’autostrada”. E questi sono migranti che vengono soprattutto dai paesi subsahariani. “I cittadini eritrei, per esempio, hanno diritto alla protezione internazionale”, mentre migranti economici “come quelli che vengono dalla Nigeria, o dal Niger”, potrebbero essere riportati a casa, dice Boniver, attraverso accordi con gli stati con cui dialoghiamo. In ogni caso l’attendismo comunitario è deleterio e non porta a nulla: “Ora la Commissione europea ha dato il via all’embrione di programma che dovrebbe ispirarsi alla missione Atalanta contro la pirateria. Ma appunto, è ancora una bozza, e intanto aspettiamo il via libera del Consiglio di sicurezza dell’Onu”.

 

Quando invece le decisioni venivano prese direttamente dal governo, funzionavano. Boniver ricorda le riunioni del Consiglio supremo di Difesa al Quirinale durante l’emergenza immigrazione dai paesi balcanici. Le trattative con Milosevich per aprire i corridoi umanitari durante gli assedi di Vukovar e Dubrovnik in Croazia: “Sulle coste dell’Adriatico la Difesa aspettava l’arrivo di centinaia di migliaia di profughi, che dopo la guerra tornarono a casa”. E poi la notte del 6 agosto 1991, “quando arrivò dall’Albania e senza preavviso la Vlora, una nave con 24 mila albanesi. Li portammo, tra feroci polemiche, tutti nello stadio di Bari. Negoziammo con il governo di Tirana, appena eletto, il rimpatrio di tutti i cittadini. In cambio costruimmo un ponte di aiuti alimentari. Da soli, senza aspettare l’Europa, abbiamo sfamato l’Albania per un anno e mezzo in cambio dei rimpatri. E con l’Onu contro”.

 

Per l’ex ministro i paesi che chiudono le frontiere sono più che giustificati: “Pianosa è un’ipotesi da considerare ma vuol dire sempre pesare nelle tasche e le fatiche degli italiani. D’altra parte una politica europea dell’immigrazione non esiste. Da sempre ogni paese vuole o vorrebbe – e questo è ciò che rimprovero agli ultimi governi italiani – la tutela dell’interesse nazionale. L’immigrazione incontrollata è considerata una minaccia dagli stati-nazione, ecco perché quelli europei non hanno delegato sufficientemente Bruxelles. La Francia, l’Inghilterra, la Germania, per non parlare di paesi di transito come l’Ungheria e la Bulgaria, hanno tutti problemi con l’immigrazione sia legale sia illegale”.

 

[**Video_box_2**]Del resto le soluzioni più creative ci sarebbero: “Se ci fosse una politica mediterranea”, spiega Boniver, “si potrebbero costituire in Egitto o Tunisia dei campi di transito, per portare i migranti subito in territorio non-Schengen”. Altri deterrenti provocatori potrebbero essere: sospendere Schengen in Sicilia (tranne che per i cittadini italiani); prevedere un piano di ripopolazione dei comuni dell’Appennino completamente disabitati, far lavorare i richiedenti asilo per qualche ora al giorno, tutto su base volontaria: “Credo che molti sarebbero ben contenti di dimostrare che non sono fannulloni, ma che sono obbligati dalle norme a non lavorare”, conclude Boniver: “Ma l’Europa deve mettere mano al portafogli”.

  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”, ed è in libreria con "Sotto lo stesso cielo" (Mondadori). È terzo dan di kendo.