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“Il 20 giugno siamo in piazza per difendere la famiglia e la ragione”

"Il ddl Fedeli, il ddl Cirinnà, il ddl Scalfarotto sono altrettanti tentativi di rieducazione, stravolgimento per legge della natura umana e imposizione arrogante del pensiero unico”. Parla l’organizzatore Massimo Gandolfini, medico psichiatra.

18 Giugno 2015 alle 10:56

“Il 20 giugno siamo in piazza per difendere la famiglia e la ragione”

Roma. Toni pacati, atteggiamento umile e bonario, Massimo Gandolfini è il presidente del Comitato “Difendiamo i nostri figli” che organizza una grande manifestazione il 20 giugno a Roma (ore 15.30, piazza San Giovanni), contro l’educazione al gender nelle scuole e il ddl Cirinnà. La manifestazione è stata convocata piuttosto in fretta, senza sostegno né politico, né mediatico. Eppure, da quello che è possibile intravedere, appare destinata a un notevole successo. Si scende nell’arena pubblica, sostiene Gandolfini, “non per affermare, di contro ad altri, una visione confessionale, una verità rivelata, o, come qualcuno dice, un’ideologia, bensì per difendere una verità di ragione, imprescindibile per il bene comune. Il ddl Fedeli, il ddl Cirinnà, il ddl Scalfarotto sono altrettanti tentativi di rieducazione, stravolgimento per legge della natura umana e imposizione arrogante del pensiero unico”. Cosa sta accadendo, professore? “Oggi, chi afferma ciò che è scritto nella nostra Costituzione, ciò che era normale dire sino a 2-3 anni fa, rischia di finire sulla graticola come Barilla, o come Dolce e Gabbana. La ragione viene schiacciata, triturata dall’ideologia, cioè dalla volontà di potenza di chi crede di poter plasmare il reale con la forza dell’arbitrio e della tecnica. All’imperium rationis, si va sostituendo la ratio imperii, la forza bruta del potere; alla veritas quae facit legem, cioè alla legge che coglie e conserva l’ordine naturale presente nella realtà, si sostituisce l’autorità, del più forte, che definisce ‘giusto’ il frutto delle sue manipolazioni. Solo alcuni giorni fa, il 14 giugno, Papa Francesco ha ribadito per l’ennesima volta che siamo di fronte a ‘colonizzazioni ideologiche che avvelenano l’anima’, e ha raccontato di famiglie che ‘debbono ricatechizzare i figli quando tornano dalla scuola’”.

 

Il professor Gandolfini parla chiaro, senza timidezza e senza perdere la serenità. Leggendo il suo curriculum, ascoltando il parere di tante persone che lo apprezzano, ci si accorge che non è stato scelto a caso. Padre di sette figli, tutti adottati, conosce cos’è la famiglia; cos’è il desiderio di un figlio proprio, che non arriva; cos’è l’amore inteso come servizio e i figli vissuti come dono e come compito. Medico, frequenta ogni giorno, nelle corsie di ospedale, la scienza e l’uomo, i limiti e le potenzialità della prima, la natura misera e grande, per dirla con Pascal, del secondo. Neurochirurgo e psichiatra, ha studiato e raccontato, in testi come “I volti della coscienza” e “Mamma e papà servono ancora? Psico-neurobiologia nel dibattito sul matrimonio gay” (entrambi per Cantagalli), la relazione mente-corpo, così sottesa al discorso gender, e la necessità, per la formazione dell’identità psicosessuale di ogni persona della figura femminile materna e della figura maschile paterna.

 

Inevitabile, dopo aver parlato del 20 giugno, e aver sentito il suo ottimismo (“si muoveranno tante persone”) chiedergli perché abbia scelto di fare il medico in generale, e lo psichiatra in particolare. “Durante il percorso scolastico del liceo scientifico – risponde – tre materie mi avevano interessato e affascinato: fisica, scienze naturali e filosofia. Lo studio della medicina mi dava la possibilità di compiere questo ‘strano’ connubio fra scienze umanistiche e scienze cosiddette ‘dure’, quali fisica e scienze naturali. Inoltre, nella mia famiglia, risuonava sempre la mitica figura di un nonno medico condotto di un grosso paese del mantovano, che navigava dai parti alle broncopolmoniti, alle fratture, con un atteggiamento professionale che era un concreto ‘prendersi cura’ del malato, proprio ‘come un figlio’. La prima scelta di campo è stata la preferenza per le discipline chirurgiche, perché dotate di caratteristiche di immediatezza diagnostico-terapeutica, che le discipline mediche hanno in misura tendenzialmente minore. Altro aspetto accattivante era coniugare pensiero e azione: dalla diagnosi al ‘muovere le mani’. In questo contesto, la scelta per la neurochirurgia è stata dettata dal fascino che il cervello suscita in chiunque. Sentivo una grande attrazione per tutto ciò che riguardava il sistema nervoso. Decisi, così, di scegliere la specializzazione in Neurochirurgia e, più tardi, in Psichiatria, al fine di completare (per quanto possibile) lo studio della funzione neurologica: dal cervello alla mente”.

 

Oggi, professore, si assiste ad affermazioni del tutto contrastanti. Da una parte il materialismo dominante tende a negare che vi sia una differenza tra mente e cervello; dall’altra l’ideologia gender scinde a tal punto anima e corpo, mente e cervello, da sostenere che se una persona nasce maschio ma si sente femmina, la cultura annulla la natura.

 

“Oggi più che mai, grazie al grande sviluppo biotecnologico in ambito neurologico stiamo cercando di capire di più del rapporto esistente fra la ‘macchina’ cervello e la sua funzione cognitiva: pensiero, sentimenti, emozioni, decisioni, libera scelta… Nascono in questo modo le ‘neuroscienze cognitive’. A tal proposito, oggi si confrontano due grandi linee culturali: alcuni scienziati ritengono che il cervello condiziona in modo quasi assoluto ogni aspetto della nostra vita, compreso scelte, condotte e, quindi, esercizio della nostra libertà. Come affermava un filosofo di fine Settecento, come il fegato secerne la bile, così il cervello produce il pensiero e la mente. Si può definire questa posizione culturale ‘riduzionismo neurologico’, nel senso che ogni nostra istanza simbolica, cognitiva e relazionale trova nel solo cervello la causa prima efficiente. Personalmente appartengo alla categoria di quei neuroscienziati che affermano che il cervello è causa necessaria ma non sufficiente per spiegare la mente, il pensiero, la coscienza. E’ ovvio che senza cervello non c’è né coscienza né pensiero, ma il cervello non è una macchina rigidamente composta, essendo, anzi, continuamente rimodellata e plasmata – nella costituzione stessa delle reti neuronali che lo compongono – dal vissuto della vita quotidiana. Sinteticamente, il cervello è la causa seconda, o strumentale, nell’esercizio della nostra libera scelta, restando il vissuto la causa prima, o formale, in grado di condizionare il funzionamento cerebrale. Le neuroscienze non sono in grado né di affermare né di negare l’esistenza dell’anima. Ciò che possiamo, però, affermare è che, induttivamente, essendo l’uomo in grado di pensare se stesso, in un processo autocosciente che ci accompagna in ogni istante della nostra vita, e non potendo la materia (il cervello) pensare se stessa (la materia non è autocosciente), dobbiamo ammettere l’esistenza di “qualcosa” che forma e informa la nostra coscienza e il nostro corpo. Diventa difficile, per questo, giustificare posizioni rigidamente materialiste e deterministe; ma nello stesso tempo è scientificamente assurdo negare una stretta relazione mente-cervello, e affermare che ciò che siamo biologicamente, geneticamente, anatomicamente, a livello ormonale, e cioè maschi e femmine, non conta nulla, perché conterebbe solo ciò che vogliamo o decidiamo di essere. Sappiamo bene che anche il cervello è sessuato, che il cervello maschile e il cervello femminile hanno caratteristiche e peculiarità diverse. Se i trans continuano, purtroppo, a essere infelici e spesso a suicidarsi, anche dopo le operazioni chirurgiche e le giornaliere bombe ormonali, è proprio per questo. La scienza osserva la realtà e la descrive. Quando la manipola, un po’ alla cieca, assomiglia più alla magia che alla scienza vera: il caso di Bruce Reimer o la storia di Walt Heyer, dovrebbero insegnare qualcosa.

 

Qualcuno ha detto che un cattolico non scende in piazza, non alza la voce. Testimonia ogni giorno l’incontro con Cristo. “Non capisco la necessità di affermare questa contrapposizione. Testimonianza personale, giornaliera, umile, serena, e testimonianza pubblica non si escludono affatto. Non sono alternative. I cattolici non sono cittadini? Sono gli unici esclusi dalla polis? Devono stare fuori dal Parlamento e dall’agorà? Non è mai esistita questa posizione, nel magistero della chiesa. Benedetto XV fece il possibile per porre fine alla Prima guerra mondiale, Pio XII si è battuto per impedire la vittoria del comunismo in Italia, Giovanni Paolo II si è opposto al comunismo e alla guerra in Iraq, con Benedetto XVI fu convocato il Family day contro i Dico e a difesa della famiglia… Papa Francesco ha esortato più volte i laici a prendersi la loro responsabilità, anche politica (in senso lato). Manifestazione pubblica significa testimonianza; significa portare all’attenzione del dibattito pubblico istanze che altrimenti i media preferiscono inghiottire. Oggi al posto della democrazia, di ciò che pensa la gente, ci sono alcuni maître à penser che vogliono imporre a tutti lo stesso pensiero. Costoro fanno trasmissioni in cui chi ha certe idee è messo all’angolo, sin dal principio; diffondono spesso notizie false, tendenziose o parziali; ignorano l’opinione pubblica (che oggi nel nostro paese è in gran parte contraria al matrimonio gay), perché la vogliono plasmare, eterodirigere. In piazza, dunque anche perché il dibattito, finalmente ci sia. Una voce sola, omologata, contraria alla scienza e alla ragione, è troppo poco. Non è dialogo, ma monologo”.

 

Gandolfini la testimonianza personale giornaliera non la racconta. Ma riesco a “grattare” qualche notizia. E la confronto con ciò che ha scritto nel suo libro “Mamma e papà servono ancora?”, in cui parla dell’adozione, smentendo le innumerevoli chiacchiere sull’argomento (meglio dare i figli a coppie gay che lasciarli in orfanatrofio? Il problema non esiste affatto, essendo le coppie adottanti enormemente più dei figli adottabili. Centomila i figli di gay oggi in Italia? Cifra gonfiata, senza fondamento, ripetuta all’esasperazione, per dire che è normale e naturale ciò che non lo è…). Gandolfini e sua moglie, anche lei medico (ma ha rinunciato alla professione per la famiglia), hanno adottato sette figli: tre sudamericani e quattro italiani. Non propriamente una scelta facile, né pianificata. Quando si è aperti al bisogno del prossimo, si sente più facilmente il suo bussare, e si apre. C’è chi sceglie di affittare un utero di una donna indiana; chi di recarsi al supermarket degli ovuli e del seme congelato. E c’è chi ritiene che dinnanzi alla vita occorra un sacro rispetto: come Gandolfini, che qualcuno preferisce chiamare “Gandalf”. Non per la chioma bianca, ché gli manca, ma perché, come il protagonista del “Signore degli anelli”, è saggio, crede che ogni potere, anche scientifico, vada giudicato alla luce della verità, e, pur non cercandole, non ha paura delle battaglie che sembrano impossibili.

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