(Quasi) tutto quello che dovete sapere sulla Mers

Giulia Pompili
Moriremo tutti per la sindrome da coronavirus? Visto come è andata a finire con ebola, probabilmente no. Intanto in Corea del sud vanno molto le mascherine colorate

Nel caso in cui foste ancora incerti se partire o no per le vostre vacanze in Corea del sud, a causa della diffusione del coronavirus Mers (che provoca la sindrome respiratoria mediorientale da coronavirus), potete stare tranquilli: il governo di Seul ha deciso di provvedere alle vostre spese assicurative, coprendo fino a tremila dollari in caso di infezione e novantamila dollari in caso di morte per Mers. E in effetti gli stranieri in isolamento, secondo Kyodo News, sono tra i venti e i trenta, e il governo diffonde messaggi sulla situazione in 19 lingue diverse. Gli ultimi numeri parlando di circa 162 contagi (in aumento) 6.508 persone in isolamento, 19 persone guarite, venti persone uccise dalla sindrome. Il primo caso di decesso è avvenuto il primo giugno, e negli ultimi venti giorni il problema è diventato più politico. Perché gran parte dei contagi (si stima poco meno di 80) è avvenuto nello chiccosissimo ospedale Samsung Medical Center di Gangnam, il quartiere ricco di Seul, lasciato a gestire l’emergenza – in modo piuttosto disinvolto, praticamente da solo. La Mers non è l’ebola, non c’è un trattamento ufficiale ma la mortalità è poco oltre il 30 per cento dei casi. Eppure sembra impossibile per i cittadini che la capitale del paese non sia riuscita a tenere sotto controllo il contagio. La colpa, as usual, è ricaduta sul presidente Park Geun-hye – che ha dovuto rinviare anche una sua visita a Washington (“Hanno paura che porti la Mers negli Stati Uniti”, dicono le malelingue).

 

“Dov’è la leadership nella crisi Mers?”, si chiedeva una settimana fa in un editoriale il Chosun Ilbo, uno dei quotidiani sudcoreani più diffusi. In un momento di panico collettivo, 2.500 scuole sono state chiuse, ed è dovuto intervenire l’Organizzazione mondiale della sanità per farle riaprire (la visita della Park in alcune classi è stata pressoché ignorata).

 

Mascherine must have. Come nel caso del traghetto Sewol affondato, anche l’emergenza Mers colpisce prima di tutto l’economia sudcoreana. Cosa succede quando il nemico è invisibile, e chiunque potrebbe essere contagiato? Anzitutto si evitano i luoghi affollati, e infatti in venti giorni d’emergenza in Corea del sud solo alcuni coraggiosi vanno al cinema, nei musei, continuano a usare la metropolitana e i mezzi pubblici (-21,9 per cento dal 31 di maggio). Al contrario, aumentano le vendite di farmaci antipiretici e di purificatori d’aria. Ma i grandi vincitori sono le case produttrici di mascherine, la cui pubblicità perseguita chiunque navighi nell’internet sudcoreano. E’ una questione psicologica più che fisica, scriveva il Time, visto che le mascherine più diffuse difendono ben poco. Eppure su Twitter è un diluvio di selfie di personaggi famosi, starlette e presentatori che si fotografano con le mascherine alla moda: nere, rosse, coi teschi, con i gattini. Con una cinquantina di euro se ne può avere una di pelle, borchiata, molto fetish. Senza contare che le farmacie hanno fiutato l’affare, e la stessa mascherina che un mese fa costava un paio di euro ora ne costa il doppio.

 

Sui media europei il panico da Mers non è ancora arrivato, nonostante ci sia stato il primo caso di decesso in Germania. Si tratta di un uomo di 65 anni che in febbraio era stato negli Emirati, ed è morto per le complicazioni.
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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”, ed è in libreria con "Sotto lo stesso cielo" (Mondadori). È terzo dan di kendo.