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Verde dalla vergogna

Se il dibattito su agricoltura, cibo e innovazioni biotecnologiche dovesse seguire i paradigmi prediletti dalla guru altermondialista Vandana Shiva allora davvero Stephen Tindale, ex leader di Greenpeace, si meriterebbe l’etichetta di “apostata”.

11 Giugno 2015 alle 09:47

Verde dalla vergogna

L'ex leader di Greenpeace, Tindale, ha definito “moralmente inaccettabili” le posizioni dei suoi ex compagni di strada ecologisti

Roma. Se il dibattito su agricoltura, cibo e innovazioni biotecnologiche dovesse seguire i paradigmi prediletti dalla guru altermondialista Vandana Shiva – secondo la quale alle mefistofeliche “Leggi dello Sfruttamento e del Dominio” si oppone la salvifica “Legge della Restituzione” – allora davvero Stephen Tindale si meriterebbe l’etichetta di “apostata”. Accusabile appunto di aver abbandonato l’adesione fideistica alla Legge della Restituzione che, così vuole la Shiva “ambasciatrice” pure dell’Expo milanese, mette al bando più assoluto gli organismi geneticamente modificati (Ogm). L’ex dirigente di Greenpeace, infatti, è da giorni sulle prime pagine dei quotidiani inglesi per una intervista concessa alla Bbc, la rete radiotelevisiva pubblica del Regno Unito. Lunedì scorso, durante la trasmissione “Parlorama”, ha definito “moralmente inaccettabili” le posizioni dei suoi ex compagni di strada ecologisti, quelli che – per usare le parole dell’apostata in questione – antepongono “l’ideologia” ai bisogni dei poveri del mondo.

 

Tindale, ben conosciuto ai sudditi di Sua Maestà per aver ricoperto il ruolo di executive director di Greenpeace fino al 2005, in passato aveva già fatto marcia indietro sul “no” pregiudiziale all’energia nucleare per scopi civili. Oggi invece è finito in prima pagina, anche su quotidiani di sinistra come l’Independent, per la sua “decisione di parlare”, per la sua convinzione che la ricerca scientifica abbia fatto passi da gigante e ormai consenta effettivamente di sviluppare piante “ibride” più resistenti a siccità e malattie varie. “E’ necessario che anche gli oppositori dicano che le cose sono cambiate”, ha detto. “La stragrande maggioranza degli scienziati ritiene che gli Ogm siano sicuri. E sono preoccupato per Greenpeace e altri movimenti verdi perché, mantenendo un atteggiamento così intransigente, potrebbero dare l’idea di preferire l’ideologia alle azioni umanitarie”. D’altronde nel Regno Unito il dibattito in materia è più che vitale. Ancora di recente alcune inchieste giornalistiche hanno costretto organizzazioni non governative influenti, come Action Aid, a fare mea culpa per campagne di (dis)informazione finanziate in Africa, attraverso pubblicità nelle quali si metteva in guardia da “rischi di cancro, infertilità, eccetera” legati agli Ogm. A Londra poi, per espressa volontà del governo conservatore di Cameron, la ricerca in materia è libera di proseguire.

 

[**Video_box_2**]Quasi l’opposto, insomma, di quanto accade in Italia. Dove, quando si tratta di Ogm, agricoltori e scienziati devono aggrapparsi a tutto. Perfino a un recente e vago impegno del governo Renzi a “trattare e risolvere entro l’estate il tema della ricerca pubblica in campo aperto, garantendo la massima sicurezza delle nostre coltivazioni tipiche”. Perché nemmeno la ricerca, nel nostro paese, è consentita. Come ha ricordato al Foglio Eddo Rugini, ordinario di Agraria all’Università di Viterbo che nel 2012 si vide distruggere dalla forza pubblica l’ultima sperimentazione in campo aperto esistente nel nostro paese, semplicemente perché i protocolli necessari a regolare le sperimentazioni, da stilare per legge europea entro il 2007, sono sempre rimasti nel cassetto. Con il Parlamento italiano che proprio ieri approvava una sanatoria-ponte sulle infrazioni in essere, nell’attesa del nuovo indirizzo della Commissione Ue che riporterà ogni potere autorizzativo sulla coltura di Ogm all’interno dei confini dei singoli stati; un atteggiamento pilatesco che, in Italia, potrà equivalere alla chiusura definitiva del capitolo Ogm. E allora altro che “apostati”.

Marco Valerio Lo Prete

Marco Valerio Lo Prete

Al Foglio dal marzo 2009, dove entra appena laureato in Scienze Politiche, il suo cursus honorum è il seguente: stagista, praticante, redattore dell'Economia, coordinatore del desk Economia e poi dal 2015 vicedirettore. Nasce nel 1985 sull'Isola Tiberina. Nella Capitale si muove poco: asilo, scuole elementari e medie, liceo e università, tutto nel giro di pochi chilometri quadrati. In compenso varca spesso (e volentieri) le frontiere del Paese natìo. Prima per studiare un anno nella ridente Rochester (New York, USA), poi – dopo numerose e più brevi escursioni – emigra all'Université Libre di Bruxelles per sei mesi. E a Bruxelles ci ritorna, ancora per sei mesi, per affiancare un formidabile manipolo di Radicali che lavora al Parlamento Europeo. Mentre si trova nel punto del globo più distante da Roma, facendo ricerca sull’immigrazione all’Università di Melbourne, in Australia, riceve una e-mail dal Foglio: non ci crede, pensa sia spam, invece è uno stage. Da qualche tempo si applica allo studio della lingua tedesca.  

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