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“Così non stai a fa’ giustizia, stai a fa’ pubblicità”, ci dice Pennacchi

Lo scrittore ci spiega perchè Mafia Capitale è una caccia alle streghe, na robba che nun ce se po' credere. “Aho, so du spicci, è tipo agendine a Natale”.

9 Giugno 2015 alle 17:10

“Così non stai a fa’ giustizia, stai a fa’ pubblicità”, ci dice Pennacchi

Foto LaPresse

Sta scrivendo il suo nuovo libro, Antonio Pennacchi – premio Strega con “Canale Mussolini”. “Sai che titolo avrà? ‘Canale Mussolini – Parte seconda’. Racconterà gli ultimi anni Quaranta e gli anni Cinquanta”. Così, là dove “Canale Mussolini” si fermava (col piccolo Antonio che nasce, partorito dall’Armida sotto un eucalyptus, in un campo minato), “Canale Mussolini – Parte seconda” riparte. E quando lo finirà? “E che ne so. Me state sempre a rompere li coglioni, non mi fate lavorare!”. E ride. E sfotte. E sbuffa. E insieme fa intuire l’incazzatura e il divertimento. Era per questa storia dei giudici, di Mafia Capitale… “Ancora? Non sono un intellettuale, uno che riflette. Sono uno che racconta le storie che conosce. Non è mio compito capire”. Ma può aiutare… “Aho, se sono io che aiuto a capire, vuol dire che sono proprio coglioni quegli altri! Che capire sarebbe pure il loro mestiere. Dai, non me ne frega un cazzo di tutta questa storia!”. Ma non è vero. Pochi secondi, e curiosità e passione hanno la meglio. Proprio partendo dalle storie del suo libro su cui sta lavorando. Anni duri e felici? “Racconto e basta. Giudizi di merito non ne voglio dare, non competono a me. Non si può mai dire che quella passata sia l’età dell’oro: solo la nostalgia ce lo fa pensare. Io racconto il passato, con attenzione alla mia piccola avventura personale, alla mia esistenza ormai alla fine, perché so’ vecchio. E quando saranno vecchi i miei figli, penseranno a com’era bello quello che adesso c’è e ci spaventa. Il meglio sta sempre dietro e non sta mai davanti”.

 

A tutta questa storia di Mafia Capitale, il “fascio-comunista” Pennacchi non crede. “Mi sembra solo un polverone”. E proprio la sua storia – “il mio piccolo mondo antico”, lo chiama lui – accende la sua diffidenza. “La fabbrica, la classe operaia, il lavoro collettivo, la solidarietà, le feste dell’Unità, tutto insieme”, elenca. E tutto faceva meno spavento – persino andare in autostop da Latina a Milano, “una carreggiata sola, adesso sul Raccordo anulare case di qua e case di là”, solo un’avventura e una scoperta, e  Latina, “la mia Latina, col passare degli anni è stata stravolta, a me pare più bella quella di prima”. Questo, per dire che Pennacchi certo snob non è, che sono gli occhi di trent’anni di fabbrica e qualche decennio da scrittore che scrutano – forzati dal rompicoglioni al telefono, più che da sua personale curiosità – dentro la cronacaccia di Mafia Capitale. Senza niente concedere né all’indignazione mediatica né al moralismo che becca intercettazioni sulle pagine dei giornali. Pure al Fatto – in partibus infidelium – l’ha detto: “’Sti cazzo di magistrati a me m’hanno rotto un po’ i coglioni!”.

 

Sarebbe a dire? “Senti, ci vuole o non ci vuole qualcuno che toglie le erbacce, raccoglie le siringhe dei tossici e si occupa dei vecchi? E poi, le cifre! Ma ti pare che ci sia qualcuno tanto scemo che si vende per diecimila euro, si fa comprare per una simile cifra, per un contributo elettorale? A me sembrano palle”. Ma le cifre… “Guarda, non parliamo di Roma, ma di Latina, che siamo 130 mila abitanti. Non so le cifre esatte, ma penso che per l’ausilio agli handicappati, per gli anziani, per certi servizi, un po’ di milioni vengano spesi. Milioni! Perciò… E questi lavori li fanno le coop. Coop fatte secondo la legge, qui nella patria del diritto dove si spiega che un ex criminale non va messo al muro, ma recuperato e reinserito. Questo fanno le coop: servono a recuperare. E allora, che cazzo vuoi da me?”.

 

Beh, c’è la faccenda delle tangenti, del pizzo. “Senti, ho lavorato in fabbrica trent’anni,  e pure lì ho visto certe cose... O queste somme sono consistenti… Ma se sono pochi spiccioli siamo dalle parti, come si dice, della public relations, tipo agendine a Natale. Scusa, pure a qualche magistrato, per le feste, arriverà un panettone a casa”. Insomma, è infastidito? “Non mi infastidisce un cazzo. Nemmeno l’ipocrisia. Mi infastidisce la stupidità di questo paese, la sua elefantiasi, la sua burocrazia assurda. Mica mi piace,  questa storia dei magistrati non sottoposti a un giudizio di merito. E mi domando: non rischiano anche loro, come i nostri politici, a volte di essere dei dilettanti allo sbaraglio? E magari – non parlo di questa inchiesta in particolare, ma di andazzo generale – qualcosa devono pure fare, così finiscono con l’intercettare chi gli pare. A volte ho questa impressione…”. Altro che Roma, altro che le coop delle erbacce e della monnezza – “forse qualcosa di poco pulito c’è, ma mi lasciano perplesso le cifre che avrebbero intascato i corruttori”. “Irrisorie”, a parere dello scrittore. Che insiste: “Ma perché non vanno a chiedere, a vedere, quanto ci è costata per esempio la faccenda Alitalia? Lì sì che parliamo di miliardi!”.

 

[**Video_box_2**]“Ho l’impressione che sia scoppiata una sorta di caccia alle streghe. E che al primo posto ci siano i politici. Ora, che i politici siano coglioni è un dato di fatto, ma questa mania di intercettare tutto… Poi gli intercettati vengono sbattuti sui giornali, e il giudizio pare quasi formarsi lì. Ma così non stai a fa’ giustizia, stai a fa’ pubblicità”. Non è certo sconvolto dalle nuove su Mafia Capitale, Pennacchi. “In Italia gli scandali ci sono sempre stati. Però, a latere di questi, avveniva la ricostruzione, c’era il boom economico, ché pure i giudici volevano il benessere. Oggi si parla tanto male del consociativismo, ma quei due partiti messi sotto accusa, la Dc e il Pci, sapevano che stavano a costruire il paese, lo stato sociale... Ma non scherziamo! Con i criteri di oggi non gli avrebbero fatto fare niente!”. I politici sono però coinvolti. Il governo… “Dilettanti allo sbaraglio pure quelli. Ma come hanno fatto a perdere tutti quei voti? Ma come cazzo gli viene in mente di offendere la Bindi e D’Alema e Cofferati? Renzi dovrebbe piuttosto trovare un incontro con la tradizione del suo partito… Ma più che incapacità, mi pare di vedere inconsapevolezza”. Pausa. “Sì, qualcosa di giusto lo dice, come la storia dei sindacati… Ma chi ha pigliato, per consigliere? Non dico me, ma potrebbe prendersi Fabrizio Cicchitto. O un qualche bravo giornalista, che almeno la storia della tradizione la conosce e la rispetta… E mo’, posso torna’ a scrivere?”.

Stefano Di Michele

Diplomato in ragioneria, però con il minimo dei voti. Prima del Foglio, è stato per molti anni all’Unità. Ha studiato (con profitto) dalla suore, dove ha frequentato l’asilo e le elementari. E’ stato iscritto (non pentito) al Pci. Gli piace oziare, avere del tempo da perdere, leggere libri sui bizantini. Non viaggia, non sa l’inglese, non ha un blog, non capisce di calcio, non sa suonare nessun strumento musicale, non ha la patente. Ama appassionatamente i gatti, i papaveri e i cocomeri. Ne ha due (di gatti): Borges e Camilla. Detesta i cacciatori, la gente con la pelliccia, i toreri, i cristiani rinati (se non è venuta buona la prima ci sarà un motivo) e i Suv. Adora Elias Canetti, Borges (gatto e poeta), Brunella Gasperini, Pessoa, la Yourcenar, Cèchov, Kavafis, il suono della fisarmonica, il tenente Colombo, le strisce di Mafalda e andare la sera – a sentir racconti e a raccontare – dar filettaro. Da credente, è convinto che ci sia qualcosa di miracoloso e divino negli animali, negli alberi e nei versi di Emily Dickinson. In generale si fida della polizia, dei preti (a volte) e dei vecchi comunisti.

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