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Respingere è umanitario

Parla il generale che ha ideato per il governo australiano una strategia muscolare anti barconi illegali di immigrati. Ha funzionato: zero morti in mare e flusso dall’Asia bloccato. “L’Europa può imitarci”, ci dice Molan.

30 Aprile 2015 alle 06:18

Respingere è umanitario

Una nave della Marina australiana scorta un barcone di migranti fuori dalle acque territoriali

Roma.L’umanitarismo celebrato a parole ma sconfessato dai fatti. E una politica dell’immigrazione gestita dai governi ma su mandato dei trafficanti di clandestini. Se l’Europa vuole invertire questo status quo disastroso e mortifero, ritengo che sarebbe bene studiare la lezione australiana”. Lo dice al Foglio Andrew James Molan, detto Jim, generale in pensione dell’esercito australiano, uno dei veterani più decorati della guerra in Iraq del 2003 e delle operazioni a Timor Est, che più recentemente ha ideato il piano con cui il governo di Canberra è riuscito ad azzerare gli sbarchi di immigrati clandestini nel paese, anche ricorrendo ai respingimenti in mare. “Operation sovereign borders”, “Operazione confini sovrani”, così alla fine del 2013 la Coalizione guidata dai Liberali battezzò le sue scelte alternative a quelle dei Laburisti che erano al potere. Quando l’attuale premier conservatore, Tony Abbott, ne presentò le linee guida in conferenza stampa, a fianco a lui c’era questo signore imponente formatosi all’accademia militare, poi due volte laureato e dal 1971 nella fanteria di Sua Maestà di cui ha progressivamente scalato le gerarchie. “Rassegnate le dimissioni dall’esercito, sono stato uno dei due o tre coautori di quella proposta di policy", si schermisce oggi lui parlando. "Dopodiché il primo ministro mi ha nominato ‘special envoy’ per gestire gli aspetti organizzativi della nuova politica e rafforzare i contatti con paesi d’origine e paesi di transito dei barconi”. L’obiettivo primario era “controllare i nostri confini, far sì che nessuna persona che tentasse di arrivare illegalmente in Australia con una nave potesse mai essere accolta nel nostro paese, e salvare in questo modo vite umane”.

 

Prim’ancora di entrare nei dettagli dell’operazione messa in campo, Molan chiede di poter illustrare alcuni numeri. “Dal 2008 al 2013, sotto i governi laburisti, 800 barche sono arrivate illegalmente nel paese, con a bordo 50 mila persone. 23 mila soltanto nell’ultimo anno. Quasi 1.500 sono stati i morti accertati in mare”. 23 mila sbarchi in un anno, a fronte di una popolazione di 23 milioni di abitanti, non sono pochi; in proporzione, sono almeno quanti i 60 mila arrivati in Italia nel 2011 quando scoppiò la crisi libica (il picco più alto prima dell’ulteriore record del 2014). “Di fronte a questo crescendo, non valeva la pena allestire l’ennesimo comitato. Meglio un’operazione a guida militare, ma non una semplice operazione militare, con una sola persona pienamente responsabile di tutto il processo. Abbiamo scelto un generale ma poteva trattarsi anche di un dirigente della polizia o di altri”. La responsabilità in carico a un singolo individuo che risponde direttamente al ministro dell’Immigrazione, secondo Molan, ha eliminato quella sorta di “scaricabarile” sempre avvenuto tra le varie agenzie impegnate nella protezione delle frontiere. 

 

A quel punto, istituiti nuovi protocolli di sicurezza e nuove regole di ingaggio, il governo australiano ha iniziato a intercettare tutte le navi entrate illegalmente nelle proprie acque territoriali e a respingerle. Cosa vuol dire respingerle? “Nella massima sicurezza delle persone a bordo, si gira la prua degli scafi e si riaccompagna la nave al confine delle acque territoriali australiane – dice Molan – A quel punto la nave torna da dove è venuta, perlopiù in Indonesia”. A proposito della sicurezza delle persone a bordo, l’ex generale sostiene che “i particolari operativi sono sempre rimasti segreti e questo è stato uno dei fattori imprevedibili per i trafficanti e quindi di nostro successo”, ma Molan non esclude che siano avvenute riparazioni delle navi in alto mare, sostituzioni con navi vuote messe a disposizione dalla Marina, rifornimento di carburante e anche un primo screening dei passeggeri per chi avesse diritto allo status di rifugiato. Nel caso di persone che rischiano per il solo fatto di tornare nel paese da cui sono partite, allora queste sono trasportate sulle isole di Nauru o della Papua Nuova Guinea, piccoli stati con cui l’Australia ha stretto accordi per ospitare campi attrezzati in cui le pratiche vengono esaminate, con l’aiuto di organizzazioni umanitarie internazionali. Con una sola condizione: quanti arrivati via mare, se giudicati meritevoli dello status di rifugiato secondo la Convenzione di Ginevra, potranno ricevere accoglienza ovunque ma non in Australia. Il combinato disposto di queste misure sembra funzionare. In tutto il 2014, gli arrivi illegali via mare sono stati 157, a fronte degli oltre 20 mila dell’anno precedente. “I primi respingimenti hanno funzionato come un deterrente potentissimo, amplificato da passaparola e media. Queste persone tornavano alle coste da cui erano partite, o finivano a Nauru e in Papua Nuova Guinea, infuriate con gli scafisti che gli avevano mentito promettendogli l’Australia. Inoltre, da quando questo governo è in carica, non c’è stato più un immigrato morto nelle acque del nostro paese – dice Molan che precisa di non coprire più incarichi nell’esecutivo – Penso sia l’obiettivo umanitario più importante che abbiamo raggiunto. Oggi si può dire che il governo australiano non lavora più su commissione degli scafisti, offrendo un ‘servizio taxi’ a criminali cui prima bastava lanciare un Sos a qualche chilometro dalla costa per incassare diecimila dollari da ogni singolo malcapitato passeggero. Gli scafisti, invece, sono ancora i principali autori delle politiche migratorie europee”.

 

[**Video_box_2**]Il premier conservatore australiano, Tony Abbott, negli scorsi giorni, dopo l’ennesima strage di immigrati nel Mediterraneo, ha invitato i colleghi europei a prendere esempio dal suo approccio. Tuttavia le obiezioni a una replica dello schema australiano in Europa sono molte. Per esempio la distanza enorme che separa l’Australia dal continente asiatico: “Veramente l’Isola di Java, in Indonesia, è distante tre giorni di navigazione di queste carrette da Christmas Island, avamposto australiano”, dice Molan. 430 chilometri contro i circa 500 chilometri che separano la Sicilia dalla Libia. Pure sui numeri in gioco, Molan si chiede se 23 mila sbarchi rispetto ai 23 milioni di australiani siano davvero pochi in confronto a 140 mila sbarchi nel 2014 rispetto a centinaia di milioni di europei. “Ma questi sono dettagli. La scelta che dovete ancora compiere è sulla strategia di fondo – dice – Se non intendete controllare i vostri confini, allora dovreste utilizzare le vostre navi per salvare tutte le persone che vogliono arrivare. Se invece intendete controllare i vostri confini, allora vi dovete emancipare dai trafficanti di uomini ed essere voi a decidere”. Bombardare i barconi può servire? “No”, replica il generale: “Annunciare pubblicamente che si affonderanno i barconi sulle coste libiche, vuol dire che da dopodomani non ci saranno più barconi sulle coste libiche. E che questi partiranno da altre coste”. La chiave è “respingere chi tenta le traversate illegali”. Ma la Convenzione di Ginevra sui rifugiati, così, non sarebbe rispettata: “L’Australia è riuscita a controllare i suoi confini e allo stesso tempo a rispettare convenzioni e diritti umani. Nella chiesa e nelle organizzazioni umanitarie ci sono persone di buona volontà che però vorrebbero convertire le forze navali europee in un servizio taxi verso il vostro continente. Finora è stata data una strana interpretazione della Convenzione di Ginevra. Quest’ultima impone di offrire protezione a chi fugge da una guerra, non di portare tutte queste persone in Italia. Piuttosto si pensi a creare una zona protetta sulle coste libiche dove ricondurre le navi cui sarà girata la prua. Lì si potrà avviare pure un esame di queste persone, per decidere dove riallocare i rifugiati, non soltanto in Europa, oppure rimandarli a casa”.

 

E’ necessario un accordo preliminare con gli altri paesi europei e mediterranei? “Un’intesa è auspicabile, ma in Australia abbiamo avviato la nostra politica in via unilaterale per superare le resistenze. L’Italia potrebbe fare così. Se funziona, gli altri seguiranno”. Molan parla dal paese del gruppo Ocse con più rifugiati pro capite, e assicura: “Quella che abbiamo attuato, oltre a essere una politica efficace, è una politica moderata. Tranquillizza le opinioni pubbliche, sgonfiando estremismi di destra e di sinistra. Se il premier Renzi deciderà di controllare davvero i confini italiani, l’Australia è pronta a offrire qualche consiglio”.

Marco Valerio Lo Prete

Marco Valerio Lo Prete

Al Foglio dal marzo 2009, dove entra appena laureato in Scienze Politiche, il suo cursus honorum è il seguente: stagista, praticante, redattore dell'Economia, coordinatore del desk Economia e poi dal 2015 vicedirettore. Nasce nel 1985 sull'Isola Tiberina. Nella Capitale si muove poco: asilo, scuole elementari e medie, liceo e università, tutto nel giro di pochi chilometri quadrati. In compenso varca spesso (e volentieri) le frontiere del Paese natìo. Prima per studiare un anno nella ridente Rochester (New York, USA), poi – dopo numerose e più brevi escursioni – emigra all'Université Libre di Bruxelles per sei mesi. E a Bruxelles ci ritorna, ancora per sei mesi, per affiancare un formidabile manipolo di Radicali che lavora al Parlamento Europeo. Mentre si trova nel punto del globo più distante da Roma, facendo ricerca sull’immigrazione all’Università di Melbourne, in Australia, riceve una e-mail dal Foglio: non ci crede, pensa sia spam, invece è uno stage. Da qualche tempo si applica allo studio della lingua tedesca.  

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