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Unità nazionale contro il terrore

Il blitz in Sardegna contro al Qaida dimostra che siamo in guerra. Dalla Libia all’anti terrorismo fino alla sponda sud del Mediterraneo. Le risposte che servono (e le retoriche da evitare).

24 Aprile 2015 alle 14:03

Unità nazionale contro il terrore

Un poliziotto delle forze speciali impegnato nel blitz contro il nucleo terroristico islamico in Sardegna (foto LaPresse)

L’identificazione e la cattura del gruppo di fuoco collegato ad Al Qaida in Sardegna e in altre regioni italiane rende evidente che il nemico lo abbiamo in casa. Alla preoccupazione che suscita questa consapevolezza fa da contrappeso la soddisfazione per l’efficienza del servizio operativo anti-terrorismo. Tra le modalità utilizzate dal gruppo terroristico per far arrivare gli adepti c’è anche l’uso di false documentazioni per ottenere il diritto di asilo, il che rende evidente il collegamento possibile, anzi probabile, degli insediamenti terroristici con il traffico di immigrati. Così anche questa questione, di fatto, rientra nel quadro di una guerra al terrorismo che dalla fraseologia retorica si sposta ora alla cronaca quotidiana. Siamo davvero in guerra e, se è così, anche l’iniziativa europea sul contrasto all’immigrazione clandestina dalla Libia va valutata su questo sfondo, e risulta proprio per questo largamente insufficiente. Anche se non si può sottovalutare il fatto che il tema sia diventato ineludibile nell’agenda europea, volendo trascurare la questione obiettivamente complessa della redistribuzione sul territorio europeo dei richiedenti asilo, quello che è assolutamente carente è la strumentazione per controllare (e ove possibile bloccare a terra) la partenza dei barconi, nei quali è ormai più che probabile si infiltrino soggetti legati al terrorismo islamico.

 

L’azione di intelligence che ha portato all’identificazione di questa cellula terroristica in Italia, come le altre scovate recentemente in Spagna e in Francia, probabilmente è stata favorita anche da una collaborazione tra i servizi europei e tra questi e quelli americani. E’ il segno che comincia a emergere una consapevolezza continentale della dimensione della sfida cui siamo chiamati a reagire. Proprio per questo spiace dover constatare che la stessa consapevolezza si attenua quando si tratta di affrontare un aspetto come quello del traffico di migranti che solo una visione miope o egoistica può considerare come un problema localizzato nel nostro paese, che si trova per ragioni geografiche, ma anche storiche e persino religiose (se è vero che un obiettivo dei terroristi era la Santa Sede) sulla prima linea del fronte.

 

[**Video_box_2**]Non è il momento delle polemiche, ci sarà tempo per valutare se il governo ha fatto tutto il possibile per ottenere in Europa un’assunzione di corresponsabilità meno avara. E’ invece il momento dell’unità nazionale e internazionale nella guerra contro il terrorismo islamico, una minaccia concreta, reale, avvertibile oramai in modo quotidiano. Le critiche hanno senso solo se aiutano a migliorare o a perfezionare gli strumenti per combattere e vincere questa guerra, non per alimentare polemiche politiche che appaiono del tutto fuori luogo e fuori tempo in questo scenario di guerra.

Redazione

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