“Se nessuno educa, allora ogni aspirazione diventa un diritto che tu esigi” (l’illustrazione è di Norman Rockwell)

Ridateci i doveri

Stefano Di Michele
Chi se li ricorda più? Nella società che si scompone e si disgrega si parla solo di diritti. Un libro controcorrente di Luciano Violante. Che crede soprattutto nel dovere dell’eresia.

Forse diranno che è un reazionario. Non le fa paura? Luciano Violante sorride, scuote la testa. “Non me ne fregherebbe assolutamente nulla. So che non lo sono, e questo mi basta. Posso forse apparire conservatore su molti aspetti, ma dipende sempre da ciò che conservi. Anche Hitler passava per un rivoluzionario, un modernizzatore. Come Stalin e Mussolini”. Il libro più coraggioso di questi anni, a sinistra, forse l’ha scritto l’ex presidente della Camera. Ha per titolo “Il dovere di avere doveri” (Einaudi) – e nella stagione della contesa tra rottamatori e rottamati, nuovo e vecchio, governo e piazza, pronuncia parole che nessuno dice più, e che soprattutto nessuno pratica più. E altre, che invece vanno all’onore del mondo e della cronaca spicciola, sono ricondotte alla loro dimensione di impressionante (e pericoloso) luogo comune. Come un libro-salmone, che prova a risalire la corrente impetuosa nuotando al contrario, questo di Violante. Scrive, per esempio: “Non si vive di soli diritti. L’Italia ha bisogno di una nuova pedagogia civile, incentrata sull’equilibrio fra doveri e diritti, sul principio di responsabilità, sui valori della solidarietà politica, economica e sociale, come dispone l’articolo 2 della Costituzione”. Dovere – la parola che a Violante sta a cuore: “Quando i doveri sono muti, la scena della democrazia è occupata dalla silenziosa disgregazione della società e dal fragore dello scontro fra i diritti”. Diritti, appunto – la parola di cui si abusa. Bellissima parola, certo, di “evangelica semplicità”. Suggestiva – a ognuno piace, ognuno diritti promette, ognuno diritti rivendica. Violante ne svela la fragilità, di più: la corrosione che può portare alla democrazia stessa. “I diritti hanno bisogno dei doveri per vivere; quando si offusca la categoria dei doveri, l’unità politica si disarticola, prevale l’egoismo degli individui, la democrazia si sfalda, l’esercizio effettivo dei diritti rimane affidato al caso o ai rapporti di forza”. Racconta benissimo Violante, nel suo libro, “lo strabismo che fa ignorare la politica dei doveri”. Affonda la lama là dove senso comune e politicamente corretto disseminano soprattutto piacevolissimo ovvio: “L’esercizio dei diritti non è una corsa senza freni; comporta un limite morale che va oltre la dimensione puramente giuridica e riguarda la collocazione del singolo nella società, il destino della comunità nazionale, le sue possibilità di irrobustirsi e di guardare al futuro”.

 

Impopolare di sicuro rischia di essere, Violante. “Mah, io credo soprattutto nel dovere dell’eresia. Arrivato a un certo percorso della vita, si deve pure dare un contributo non sul versante comodo, ma possibilmente su quello scomodo. Qualcosa che aiuti a riflettere. Lo considero un fatto generazionale. Poi, per carattere, non ho mai dato peso alla comodità delle cose da dire”. La storia di Luciano Violante – magistrato, parlamentare, presidente della Camera; oggi insegna Diritto pubblico alla Sapienza – ha intrecciato per decenni la storia della sinistra italiana. E perciò, inevitabilmente, il suo ragionamento innanzi tutto la carne viva della sinistra va a toccare – ché la sinistra, e quasi con grottesco fervore negli ultimi anni, alla causa dei diritti (alla causa di ogni diritto: come tale appellato, e così fenomenale santificazione per ogni pretesa) pare votata. “I desideri come diritti”, annota. E mentre cala la sera su Roma, dopo una lezione all’università, spiega: “Le grandi agenzie di educazione nel nostro paese non ci sono più: né i partiti né la chiesa né la famiglia. E se nessuno educa, allora ogni aspirazione diventa un diritto che tu esigi. Nella storia, noi abbiamo avuto due grandi classi sociali, la borghesia e il proletariato, entrambe insegnavano ai loro figli che esistevano i doveri. Venuto meno chi educa, è venuto meno il patto educativo”. Ma pure la politica se ne guarda bene. “Una politica che ha un frenetico bisogno di consenso è difficile che punti sul sentimento del dovere. I doveri sono sempre quelli degli altri. Quale politico, oggi, parla di dovere? Nessuno. In Renzi ogni tanto traspare il concetto, ma la parola non c’è mai. Siamo in una fase di partitocrazia senza partiti. I partiti non sono (non sono più) comunità politica, ma solo meccanismi di aggregazione verticale: Renzi o Bersani, Berlusconi o Fitto”. Nel saggio, a nessuno Violante liscia il pelo per il suo verso – né alla sinistra né alla destra, né alla chiesa né ai sindacati, né ai colleghi magistrati né agli intellettuali sempre in posizione di comodo. “Lunghi anni di demagogia hanno disabituato gli italiani all’adempimento delle proprie responsabilità e hanno concentrato sulle varie ‘caste’, con un pizzico di furbizia demagogica, l’intera responsabilità della crisi italiana. Le responsabilità dei gruppi dirigenti, pubblici e privati, ci sono e sono gravi. Ma questo non esime i cittadini dalla loro responsabilità”. Scrive anche: “I diritti diventano strumenti di democrazia e di soddisfacimento di legittime pretese individuali quando possono contare sull’unità politica e sui doveri di solidarietà come valori che fondano il processo di civilizzazione del paese e ne garantiscono lo sviluppo. Altrimenti diventano fattori di egoismo individuale, rottura sociale e arretramento civile”.

 

Di nuovo alla sinistra si torna. La storia politica del dott. Violante Luciano, giudice istruttore, incrociò il Partito comunista negli anni Settanta. Ecco: la sinistra di oggi, e quella di ieri. Quando è avvenuto il suo distacco dall’idea di dovere? “Innanzi tutto il Pci trasmetteva senso del dovere, più che senso del diritto. Credo che nella sinistra, scomparsa l’antica classe dirigente, sia arrivata una generazione meno attenta al partito che a se stessa”. Evoca, Violante, la notissima definizione di “gauche caviar”  – “una sinistra che vive condizioni di vita indipendenti dalla politica, che vive di ‘opinioni educative’ e che matura dentro di sé una forma di disprezzo per l’altro, non sente il dovere di appartenere a una comunità e di servirla. E la ricostruzione di un senso di comunità è l’unico meccanismo che ci può far uscire dalla crisi in cui ci troviamo”. La parola “dovere” una volta la politica incrociava. Violante cita quella frase di Moro – apparsa pure in un manifesto dopo il suo assassinio da parte delle Br – così profetica, quasi lettura dei giorni nostri: “Questo Paese non si salverà e la stagione dei diritti e delle libertà si rivelerà effimera se in Italia non nascerà un nuovo senso del dovere”. O la citazione che si affaccia da un libro di Mino Martinazzoli, altro democristiano di rango, altro di sicuro non reazionario: “Dico – con molta predeterminazione – che serve una sequenza di restaurazione. Di severa restaurazione democratica. Di contro alla dissociazione degli egoismi, ai fantasmi dell’utopia, alle tavole ossificate delle ideologie totali, vale il recupero di una regola. Nessuno, infatti, dovrebbe dimenticare che se muore la regola, neanche le eccezioni possono sopravvivere”. E non era forse il massimo del dovere espresso in politica, quell’austerità che Enrico Berlinguer proponeva agli italiani – Berlinguer che una sera del ’76 telefonò a Torino al dott. Violante, per sapere se si candidava nelle liste del Pci (sarebbe avvenuto tre anni dopo). E ragiona adesso, Violante, intorno a quella irritante definizione – così cara alla “sinistra del cachemire” – su Berlinguer “anti-italiano”, paradosso supremo, così che se uno a quel senso del dovere si richiama può passare per anti-italiano, e invece per perfetto italiano, addirittura “arci-italiano”, se come modello in un personaggio di  Checco Zalone si riconosce.

 

E’ ormai un ventennio – dai giorni del crollo della Prima Repubblica – che l’idea del dovere si è fatta straniera. E forse, le radici risalgono addirittura a prima. “L’ultimo grande libro sul tema dei diritti lo ha scritto Giorgio Lombardi negli anni Sessanta. Dopo, nient’altro…”.  Appunto: quando i partiti smisero di fare i partiti, e il mito della società civile (della perenne sua insaziabilità: d’ogni proprio diritto, d’ogni altrui dovere) prese la mano e poi la guida, definitivamente lanciando la stagione del mito che rischia di travolgerci. Ci fu pure il famosissimo saggio di Norberto Bobbio, intitolato “L’età dei diritti” (segnala Violante che “quel titolo evoca incisivamente un processo di fortunata, quanto disordinata, espansione dei diritti e delle libertà individuali che si prolunga da circa vent’anni” ), a marcare l’andamento degli anni seguenti. Violante annuisce, poi precisa: “Però lo stesso Bobbio, in un’intervista, disse che se avesse avuto ancora qualche anno davanti avrebbe voluto scrivere ‘L’età dei doveri’…”. Non lo ha fatto, e quindi questo suo “Il dovere di avere doveri” è quasi quel libro mancato… Violante scatta, scuote la testa: “Per carità, no, non facciamo questi paragoni…”. Ma, Bobbio o non Bobbio, è un libro lo stesso incandescente (politicamente, culturalmente), il suo. Che parla innanzi tutto alla sinistra – sorda, peraltro, come la destra. Che per pagine e pagine si occupa non solo dello “strabismo della politica”, ma anche di quello della magistratura, della “giurisdizione come potere” – e lungamente, e polemicamente, si sofferma sul “caso Stamina”. Sostiene l’ex presidente della Camera: “Oggi gli interventi del giudice, o del pubblico ministero, per l’incertezza delle leggi e la pluralità delle fonti del diritto, nazionali, europee, regionali, sono caratterizzati da amplissimi spazi di discrezionalità e di imprevedibilità, che possono giungere, come abbiamo visto, sino alla disapplicazione della legge. Perciò il potere dal quale bisogna guardarsi non è solo quello politico ma anche quello giudiziario”. Dice pure: “Una democrazia non vive di soli diritti e di giudici volenterosi. Vive anche di adempimenti dei doveri, di forza morale, di rispetto delle regole, di fiducia nel futuro”.

 

Politici che inseguono anziché guidare, genitori che non educano, figli viziati più che amati, ragazzi cresciuti nel culto dei propri diritti e completamente assenti in quello dei doveri. I gruppi, le lobby, le corporazioni – e cita Giacomo Leopardi, a sostegno, Violante, “ciascun italiano fa tuono e maniera da sé”. Le mille buone intenzioni, i mille scricchiolii che si avvertono nella tenuta della società. Un capitolo del libro tratta del “riequilibrio fra diritti e doveri” – che poi, nella tanto sbandierata Costituzione, così si chiama la sua prima parte, quella fondamentale: “Diritti e doveri dei cittadini”, mica solo diritti – una “pariordinazione” che esiste sulla Carta (in senso fisico, in senso letterale)  ma non nella realtà, dove a predominare è “il catalogo infinito dei diritti”, “la retorica dei diritti assoluti che ha portato a sviluppare oltre misura la categoria dei diritti inviolabili e a trascurare la categoria dei doveri inderogabili”. Osserva curiose contraddizioni, “aspetti più critici”, Violante, come “l’infinito espandersi dei diritti, sino al limite del puro desiderio; l’indifferenza per i diritti sociali; l’affiancamento, paradossale, alle ambizioni pervasive del mercato, che sarebbero favorite dall’espansione dei diritti individuali ma sarebbero invece frenate dall’irrobustimento dei diritti sociali; una scarsa considerazione per gli effetti autoritari dell’invasione dei campi della politica compiuta in nome dei diritti da parte della giurisdizione”. Analisi che certo urticanti dovrebbero apparire, alla vasta galassia dei soggetti dei nuovi diritti che occupano per intero il cielo della politica – centottanta pagine di razionale, chirurgico scardinamento di una ventennale costruzione: effimera in gran parte, nella sostanza capace di minare l’intero edificio sociale. “I doveri – spiega l’autore – esprimono, forse più dei diritti, il legame politico fra i cittadini e favoriscono il senso di appartenenza al corpo sociale”.

 

[**Video_box_2**]Tra le “concrete politiche dei doveri” (nello specifico, però, quasi si potrebbe dire: nelle mancate concrete politiche dei doveri), cita Violante il caso del servizio civile che ha sostituito il servizio militare obbligatorio. Su base volontaria, però. “Non sfugge che si tratta di una traduzione lassista della difesa della Patria come ‘sacro dovere del cittadino’ (art. 52 Cost.) (…) Se la formazione dei giovani è lasciata alla disponibilità di ciascuno di lasciarsi formare, e non a un generale dovere di cittadinanza che comporta per tutti i giovani, donne e uomini, l’essere educato a quei valori, viene meno tanto l’adempimento della norma costituzionale fissata nell’articolo 52, quanto il significato stesso della formazione ai doveri di cittadinanza”. Figurarsi quale popolarità – a sinistra, soprattutto; tra i ragazzi pure – può avere una simile posizione. Violante alza le spalle: “Ma non sempre ciò che è popolare è giusto; le conseguenze sulle giovani generazioni, in una fase della nostra vita nella quale sembrano essere scomparsi tanto i maestri quanto i luoghi di formazione, potrebbero essere tali da far superare le pur ragionevoli perplessità”. La frantumazione che una politica dei diritti – anche quelli inspiegabili, laterali, suggestivi, “insaziabili”, elevati al rango dei diritti reali e maggiori – finisce col produrre un inabissamento tanto dei rapporti sociali quanto di quelli politici. “Il rancore sembra aver saldamente preso il posto dell’antica contrapposizione” – l’amara sensazione. Ognuno urla il suo diritto, nessuno si occupa di quello dell’altro. Ogni compromesso, vissuto come tradimento.

 

Violante offre due esemplari citazioni, rispetto a questo rischio: una di Papa Ratzinger, l’altra di Amos Oz. Benedetto XVI ai parlamentari cattolici: “Il grido che reclama le grandi cose ha la vibrazione del moralismo: limitarsi al possibile sembra invece una rinuncia alla passione morale, sembra il pragmatismo dei meschini. Ma la verità è che la morale politica consiste precisamente nella resistenza alla seduzione delle grandi parole con cui ci si fa gioco dell’umanità dell’uomo e delle sue possibilità”. E il grande scrittore israeliano: “Nel mio mondo, la parola compromesso è sinonimo di vita. E dove c’è vita ci sono compromessi. Il contrario di compromesso non è integrità e nemmeno idealismo e nemmeno determinazione o devozione. Il contrario di compromesso è fanatismo, morte”. Ricorda un aneddoto, Violante, che spiega ciò che questo può essere, nella vita pratica – che è molto più sfumata, molto più complessa di come viene rappresentata oggi. “Quando facevo la prima media, mi mandarono nella sezione del  Pci del paese dove abitavamo. ‘C’è bisogno di qualcuno che vada a leggere l’Unità’. Erano contadini, quasi tutti analfabeti, che si alzavano alle quattro del mattino, per andare nei campi. La sera tornavano, si lavavano, a venivano in sezione a farsi leggere l’Unità. ‘Leggi qui’. ‘Leggi questo’ – stanchi, ma sempre lucidi. Poi il prete del paese andò a parlare alle mie zie: ‘Vostro nipote legge l’Unità nella sezione del Pci’. Pensavano tutti che volesse protestare. Invece: ‘Allora deve venire pure in sacrestia a leggere il giornale dell’Azione cattolica ai nostri’. Ecco, a volte sono così, i bisogni di fondo”. E alla fine di tutto, della conversazione con Violante e del suo libro, come nella famosa canzone di Fabrizio De André sul maggio francese, nessuno può credersi assolto: “Troppo spesso i cittadini hanno ritenuto che fosse sufficiente esigere buoni costumi dai politici, trascurando i propri doveri… E’ una spirale viziosa che soffoca la democrazia…”.

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