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La commedia dei due Esposito

Gli altarini familisti di una sentenza berlusconicida. Il figlio pm del giudice di Cassazione che ha elaborato e letto il verdetto di condanna contro Berlusconi soleva andare dall’imputato giudicato da suo padre a chiedergli di fargli fare carriera in politica, anche in pendenza del giudizio medesimo.

25 Marzo 2015 alle 13:39

La commedia dei due Esposito

Il giudice Antonio Esposito (foto LaPresse)

Il figlio pm del giudice di Cassazione che ha elaborato e letto il verdetto di condanna contro Berlusconi (parliamo dei due Esposito, come nelle commedie di Totò) soleva andare dall’imputato giudicato da suo padre a chiedergli di fargli fare carriera in politica, anche in pendenza del giudizio medesimo. La frode fiscale attribuita al padrone di Mediaset e statesman e outsider italiano, ma non ai suoi amministratori, come prezzo per un rifiuto o un’incapacità a promuovere il cursus honorum del figliolo? Ma no. Non vogliamo dire tanto.

 

Ci vogliono le prove. Ci sono delle cravatte regalate dal Cav. al giovane Ferdinando, esplicite, durante i ripetuti colloqui eleganti ad  Arcore, prima della condanna paterna, ma non c’è un Rolex. Ci sono le sue ammissioni esplicite, quelle di Ferdinando figlio di Antonio Esposito: volevo i pantaloni del politico e li ho chiesti a don Berlusconi, ma non se ne può inferire assolutamente che “poi ha provveduto paparino a vendicarmi” Quindi è tutto a posto. Salvo che noi in solitario su questo giornale abbiamo sempre chiamato quella sentenza, che contribuì alla storia politica italiana più della farsa detta processo Ruby, risoltasi in pochade voyueuristica, la “sentenza Esposito”. Et pour cause, miei cari.

 

Nutro poche speranze nella stampa nazionale e nel funzionamento della giustizia, che stanno correndo appresso agli scatoloni pieni di soldi dell’ingegner Incalza e all’arsenale, un taglierino per il pesce giapponese, della mafia de Roma. A chi possiamo rivolgerci, noi del Foglio, che meriteremmo la presidenza della Cassazione honoris causa? Alla stampa straniera per esempio. Quei pecoroni se la sono bevuta tutta. Visto che l’Italia è borbonizzante, è molto diversa dalla giustizia newyorkese, dove te la puoi cavare se non ci sono prove stracerte anche se una cameriera ti denuncia per stupro e ti trovano il dna del tuo seme dieci minuti dopo nella tua stanza d’albergo, allora tutto è possibile. Così il culetto rotondo e ordinario e privato della signora El Marough e le ambizioni di un Ferdinando Esposito, bello a papà, vengono messe in secondo piano: c’era un delinquente a palazzo, e non si dica che la giustizia italiana è politicizzata. A parte i colleghi del Wall Street Journal, pochi si sono accorti di come è veramente fatta l’Italia o hanno fatto finta di non accorgersene perché in fondo è più comodo remare nelle galere con la canaglia degli schiavi.

 

Dunque il primo di agosto di un anno e mezzo fa, regnante Enrico Letta con il conforto di Alfano e Lupi, Berlusconi viene condannato per frode fiscale (ed è se Dio vuole pendente un giudizio alla Corte europea di giustizia), condannato in simili illustri circostanze, da una magistratura figliante e paterna e cuginante. Il Cav. risorto dal caso Ruby e dal caso Fini-Montecarlo aveva quasi rivinto le elezioni del febbraio 2013, e impedito agli avversari di vincerle, aveva varato un secondo mandato al Quirinale e un governo di larga coalizione con il nipote del suo numero due. Ed ecco che già in agosto trovano il modo di dargli un altro colpo, che pensano decisivo, a lui e all’autogoverno degli italiani. Il gruppo della sussidiarietà, Letta e soci lupeschi, decide che di Berlusconi si può fare a meno, una squadretta ristretta è meglio di una maggioranza con lui. Ma hanno fatto i conti senza il Matteo, che li sgomina vincendo le primarie del Pd e andando a Palazzo Chigi con il patto per le riforme detto del Nazareno. Tutto, ma proprio tutto, dalla cacciata del capo del governo eletto nel 2011 allo sfascio della maggioranza possibile nel 2013, tutto è stato architettato da politici complici di una magistratura cugina e ferocemente personalizzata e politicizzata.

 

[**Video_box_2**]Ora sono sconfitti i pregiudizi sulla furbizia orientale di Ruby e vengono allo scoperto gli altarini della sentenza Esposito, senza voler pensare male, senza per carità stabilire relazioni improprie. Il figliolo del Signor Giudice di Ultima Istanza aveva chiesto qualcosa che il Cav. non gli ha dato: una svolta politica e di carriera nella sua vita, da ottenere a mezzo di ripetute visite con cravatte in regalo. Chissà se i tanti cialtroni che hanno commentato gli eventi si sveglieranno dal torpore della loro intelligenza e della loro morale.

Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara

Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

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