Il giudice Paolo Borsellino

Indagare o indagarsi

La grande guerra delle Antimafie nel labirinto nebbioso della Sicilia

Giuseppe Sottile

Perché la commissione della Bindi appena sbarcata a Caltanissetta apre un’inchiesta sui “movimenti”. Il singolare caso di Confindustria. Non sarà una passeggiata. Perché non c’è verità, nell'isola, che non abbia la sua controverità.

Sono più di vent’anni che i giudici di Caltanissetta indagano sull’omicidio di Paolo Borsellino. Hanno celebrato quattro processi ma non hanno ancora trovato la strada per venire fuori dal labirinto. Un labirinto giudiziario: dove ogni verità finisce per smentire un’altra verità, e dove ogni pentito viene puntualmente smentito da un altro pentito.

 

In questa Caltanissetta, così nebbiosa e incerta, è arrivata l’altro ieri in pompa magna la commisione parlamentare Antimafia, quella presieduta da Rosy Bindi. Una novità. Basti pensare che in oltre cinquant’anni di vita la gloriosa commissione non era mai andata oltre Palermo e si era guardata bene dal mettere piede in terre scottanti, come quelle che dal Vallone si estendono fino a Mussomeli e che negli anni del feudo furono regno di boss come Giuseppe Genco Russo e Calogero Vizzini. Gente senza peli sulla lingua: “Qui, chi mette la testa fuori dalla tana, pum pum”, avvertiva bonario e crudele l’onorevole Calogero Volpe, un democristiano che li conosceva bene e che per sette volte riuscì a farsi eleggere in Parlamento.

 

Ma la commissione guidata dalla Bindi non è arrivata l’altro ieri a Caltanissetta per capire il perché dei processi che non si chiudono mai o per scovare gli eventuali eredi dei mammasantissima che, con la forza della lupara, spodestarono baroni e sovrastanti, e si impadronirono delle loro terre e delle loro miniere di zolfo. No. L’Antimafia, quella ufficiale, grande e istituzionale, è venuta a Caltanissetta per indagare sull’altra antimafia, quella nata dopo la stagione delle stragi, sull’onda dell’emozione per l’uccisione di Falcone e Borsellino, ma anche perché di quella mafia e di tutto quel sangue non se ne poteva più. Un’antimafia che si è estesa e dilatata a ogni settore, in ogni provincia, coinvolgendo associazioni spontanee, come “Addiopizzo”, e associazioni di ben più solida consistenza come “Libera”, fondata dal torinese don Luigi Ciotti e trasformata dai suoi manager in una holding di dimensioni nazionali; un’antimafia, quella sulla quale indagherà la Bindi, che ha scavalcato da tempo il recinto doloroso dei familiari delle vittime e ha sempre più coinvolto categorie già strutturate, come quelle degli imprenditori o dei commercianti. La Confindustria siciliana ad esempio, prima con Ivan Lo Bello e poi con Antonello Montante, ha tentato di segnare un confine tra chi pretendeva di gestire le proprie aziende con la complicità protettiva di Cosa nostra e chi intendeva invece battersi per un mercato libero dal condizionamento mafioso.

 

Certo, di errori ne sono stati fatti e non c’è passaggio, nella storia di questa antimafia, come ogni cosa nata in Sicilia, dove non sia affiorato l’immancabile, abusato gattopardismo del tutto cambia perché nulla cambi. Certo, molte di queste associazioni si sono man mano trasformate in lobby, monopolizzando finanziamenti pubblici e arrogandosi perfino il diritto di assegnare attestati di legalità ai propri amici e canaglieschi mascariamenti ai propri nemici. Certo, dopo l’antimafia dell’innocenza è arrivata l’antimafia degli affari e pure l’antimafia del potere: Rosario Crocetta, issando la bandiera della legalità, è riuscito a conquistare la presidenza della regione siciliana e a distribuire incarichi e consulenze a un cerchio magico di fedelissimi; a cominciare da quell’Antonio Ingroia, che fu pubblico ministero della famosa trattativa tra stato e mafia e che dopo quell’impresa, montata sui giornali di mezzo mondo, tentò pure l’azzardo di una sua discesa in politica. Oggi però, sia la bandiera del governatore Crocetta sia quella dell’ex magistrato Ingroia, amministratore di un’azienda partecipata dalla regione, mostrano i segni di un profondo logoramento: la Corte dei Conti li subissa con pesantissimi richiami alle regole della buona amministrazione e, in tempi di mafia e antimafia, anche i bambini dell’asilo dovrebbero sapere che non c’è legalità senza l’osservanza delle regole.

 

Ma bastano le cose che sono state sin qui raccontate – errori e sbandamenti, eccessi e sovraesposizioni – per arrivare al punto dove è arrivata la Bindi, e cioè che la vecchia e appesantita commissione deve finalmente aprire gli occhi non solo sulla mafia ma anche e soprattutto sull’antimafia?

 

La visita in Sicilia era programmata da tempo, nel quadro di un giro di ricognizione che comprende diverse tappe, ma l’arrivo dei commissari parlamentari a Caltanissetta è coinciso martedì con l’arresto di Roberto Helg, il presidente della Camera di commercio di Palermo che, dopo tanti proclami contro le estorsioni e la firma di tantissimi protocolli di legalità, era stato sorpreso all’aeroporto di Punta Raisi mentre incassava una tangente di centomila euro per agevolare il rinnovo della licenza a un pasticciere. Innegabile esempio di un’antimafia di facciata, anzi da sottoscala, che qualche dubbio in seno alla commissione lo avrà di certo sollevato.

 

Non solo. A metà febbraio proprio Caltanissetta fu teatro di uno dei più clamorosi ribaltamenti di immagine: Antonello Montante, numero uno di Confindustria Sicilia, braccio destro di Giorgio Squinzi per la legalità e protagonista con Ivan Lo Bello della prima rivolta degli imprenditori siciliani contro boss e picciotti, è finito all’improvviso sotto inchiesta per concorso esterno. Tre o cinque pentiti – non c’è mai una sola verità negli intrighi di mafia – l’avrebbero tirato dentro una storiaccia di amicizie vecchie nate tra paesani in quel di Serradifalco, con l’immancabile corredo di una fotografia, scattata venti e passa anni fa in compagnia di un testimone di nozze poi rivelatosi un malacarne, e con quel codazzo di sospetti, allusioni, illazioni e circostanze tutte da verificare che i pentiti avrebbero consegnato nelle mani dei magistrati.

 

Mentre per Helg la verità, purtroppo per lui, è a portata di mano, per il capo di Confindustria Sicilia ogni interrogativo è destinato a suscitare nuovi interrogativi. Intanto, si saprà mai la verità? Chi stabilirà se Montante, tuttora protetto da una scorta che lo stato gli garantisce da quattordici anni, è un campione di legalità o un doppiogiochista senza scrupoli? I pentiti che lo mascariano sono mossi da un sincero spirito di giustizia o sono mandati da quegli stessi boss che Confindustria ha combattuto ed emarginato? E se Montante, ipotesi tra le ipotesi, fosse stato silurato da un’altra antimafia magari gelosa e invidiosa del fatto che lui, in virtù dei suoi rapporti con troppi prefetti e questori, fosse diventato una macchina da guerra buona per conquistare altri galloni e altre posizioni di potere? E se dopo le guerre di mafia stessimo per un paradosso assistendo a una guerra tra antimafie? Lo scontro esploso sulla gestione dei beni confiscati, patrimonio di quasi cinquanta miliardi, non potrebbe essere la spia di un conflitto ben più profondo e lacerante?

 

Per la commissione presieduta da Rosy Bindi l’annunciata indagine “sul movimento antimafia” non sarà comunque una passeggiata. Perché non c’è verità, in Sicilia, che non abbia la sua controverità. Il caso Montante sta lì a dimostrarlo. Se da un lato ci sono due procure che hanno ritenuto di metterlo sotto inchiesta, quantomeno per verificare le dichiarazioni dei pentiti, dall’altro lato c’è la procura nazionale Antimafia che pochi giorni dopo ha ritenuto anzi opportuno inviare al Parlamento una relazione nella quale si legge che Confindustria, proprio per la sua azione di contrasto, è costantemente sotto attacco dei boss, sia a Caltanissetta sia nel resto della Sicilia.

 

Rosy Bindi, per evitare equivoci e strumentalizzazioni, ha tenuto a precisare che la commissione si muoverà “con grande serenità e con intenti non polizieschi, ma politici”. E ha pure tenuto a sottolineare che, “per quanto ci riguarda, abbiamo ritenuto importante l’impegno di Confindustria e anche di altre associazioni nella lotta alla mafia”. Ma ormai il dado è tratto, l’indagine si dovrà fare. E sarà un’impresa difficilissima per la presidente Bindi tenere a bada i cinquanta commissari (25 senatori e 25 deputati) che fin dai prossimi giorni si troveranno di fronte a un arcipelago di sigle, a una complessità di storie e motivazioni, a diverse se non addirittura contradditorie “visioni del fenomeno”.

 

Fino a quando la materia d’indagine era la mafia, con il suo reliquario di nefandezze, era sin troppo facile mantenere l’unità della commissione. Ma di fronte all’indagine sull’antimafia e sulle antimafie, ogni partito finirà per seguire la propria convenienza politica. Si parlerà di Crocetta? Quelli che lo sostengono, e sono politicamente schierati con lui, produrranno una relazione di maggioranza per assolverlo da ogni peccato, anche il più lieve; mentre gli oppositori firmeranno quella di minoranza, ovviamente per ribadire le loro critiche e le loro riserve. Lo stesso se mai si discuterà di come la legalità è stata praticata e gestita, nei rispettivi ruoli, da Ingroia o da Montante o da don Ciotti: gli uni tenderanno a glorificare, gli altri tenderanno a demonizzare. E’ la politica, bellezza. Del resto, è dal 1962 che il Parlamento sforna, a ogni legislatura, una nuova commissione bicamerale. Sono cinquantatré anni che l’Antimafia, quella con la maiuscola e la magnificenza delle istituzioni parlamentari, vaga da un angolo all’altro dell’Italia, raccogliendo documenti e testimonianze per conoscere e approfondire, per combattere e prevenire. Sono cinquantatré anni che a San Macuto si redigono verbali e ci si accapiglia su ogni tesi, su ogni faldone, su ogni dossier. Cinquantatré anni di dibattiti, mai una verità.

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  • Giuseppe Sottile
  • Giuseppe Sottile ha lavorato per 23 anni a Palermo. Prima a “L’Ora” di Vittorio Nisticò, per il quale ha condotto numerose inchieste sulle guerre di mafia, e poi al “Giornale di Sicilia”, del quale è stato capocronista e vicedirettore. Dopo undici anni vissuti intensamente a Milano, – è stato caporedattore del “Giorno” e di “Studio Aperto” – è approdato al “Foglio” di Giuliano Ferrara. E lì è rimasto per curare l’inserto culturale del sabato. Per Einaudi ha scritto anche un romanzo, “Nostra signora della Necessità”, pubblicato nel 2006, dove il racconto di Palermo e del suo respiro marcio diventa la rappresentazione teatrale di vite scellerate e morti ammazzati, di intrighi e tradimenti, di tragedie e sceneggiate. Un palcoscenico di evanescenze, sul quale si muovono indifferentemente boss di Cosa nostra e picciotti di malavita, nobili decaduti e borghesi lucidati a festa, cronisti di grandi fervori e teatranti di grandi illusioni. Tutti alle prese con i misteri e i piaceri di una città lussuriosa, senza certezze e senza misericordia.