Flavio Tosi (foto LaPresse)

Che faso, me cazo?

Redazione

Cattivo consigliere, in politica, il rancore arroventato. Flavio Tosi dovrebbe saperlo, è uomo di mondo partitico da tanti anni e sindaco troppo popolare per danneggiarsi come un esordiente.

Cattivo consigliere, in politica, il rancore arroventato. Flavio Tosi dovrebbe saperlo, è uomo di mondo partitico da tanti anni e sindaco troppo popolare per danneggiarsi come un esordiente. Invece niente, il dirigente veronese accusa lo sfregio subìto nella partita per le regionali venete e pone le premesse per una fragorosa scissione nella Liga veneta. Il risultato è a corta gittata: un gruppo autonomo di scontenti anti Salvini (lui il vero bersaglio, Zaia il gigantesco pretesto) che si consegna al progetto illusorio di un patto coi neocentristi pulviscolari di Angelino Alfano. In Veneto?? In Veneto. Ora, Tosi ci aveva abituati da anni a una visione spregiudicata e anomala, nel mondo leghista. Sufficientemente personalizzata, incline al così detto respiro nazionale come un proto Salvini col prognatismo spigoloso ma più coltivato e senza felpe gruppettare.

 

Poi la natura matrigna l’ha deluso: una Lega agonizzante (tendenza ancien régime bossiano) e costretta a ripensarsi era lo spazio giusto per scommettere su Tosi; una Lega arrembante ancorché condannata a un’opposizione di lusso, la Lega salviniana insomma, obbliga Tosi a saltare un giro e a masticare fiele. Può succedere, l’essenziale è non perdersi. Ma lui che fa? Spacca come un estremista sperando di vendemmiare al centro. Almeno così pare. Errore blu, in un Veneto che per tre quarti adora gli urlatori padani e per il restante quarto comincia a sentire il fascino del riformismo liberale renziano (tra Jobs Act e dintorni). Risultato: Zaia potrebbe vincere maluccio, Tosi rischia di diventare un Fini mignon e più periferico ancora. Se sta bluffando spericolatamente, auguri sinceri. Se no, una prece.

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