Renzi alla prova del mercato. Dossier

Alberto Brambilla

Rai, antenne e banche. Ilva ed energia. Privatizzazioni e grandi newco. Riuscirà o no il governo a muoversi libero dalle catene delle ideologie sui dossier economici più sensibili? Cosa c’è sul tavolo di Palazzo Chigi

Roma. Agire secondo esigenze pragmatiche, per ragioni di cassa o per convenienza politica, senza steccati ideologici, tra stato e mercato. Il governo, finora, sulla politica industriale si è mosso spesso così. Ma nei prossimi mesi su quali terreni Renzi dovrà mostrare maturità e capacità di declinare una politica industriale non ideologica e basata sul merito? La Rai, e poi?

 

Rai Way-Mediaset, decida il mercato. Allo stato il controllo sul rispetto delle regole. Ma lascia al mercato quel che è del mercato. Il principio del “renzismo” è messo però a dura prova dall’offerta di Mediaset, inattesa e per certi versi “scandalosa”, su una fetta della Rai, azienda radiotelevisiva controllata dal Tesoro. Per rispondere alla sinistra Pd, ieri Renzi è stato chiaro: “E’ un’operazione di mercato, decide il mercato”, pur rassicurando sulla permanenza dello stato come azionista di maggioranza (“la regola del 51 per cento non si modifica”). Tuttavia l’Opa lanciata da Ei Towers su Rai Way presenta numerosi vantaggi, un po’ per tutti: la Rai può incassare 850 (preziosissimi) milioni, al servizio del suo rilancio; i soci privati ottengono un buon guadagno (il 50 per cento in quattro mesi, dalla quotazione). La nuova società delle torri potrebbe ridurre i doppioni (con vantaggio per l’ambiente) e coprire le parti di territorio oggi mal servite. Authority di controllo e Antitrust hanno i mezzi per imporre un sistema di governance e di controllo delle tariffe che vigili contro eventuali abusi, del resto improbabili: per quale motivo il gestore unico (come in Francia, Spagna, Regno Unito, Germania) dovrebbe danneggiare la Rai, suo primo cliente e secondo azionista? Renzi ha preso tempo appellandosi al decreto con cui si decise di collocare solo una quota di minoranza di Rai Way: più un regolamento a favore delle resistenze del sistema che non una regola aurea immutabile. Anche per questo la Borsa ha preso atto del no, ma non ha fatto dietrofront: qui si vedrà la capacità di governo del premier.

 

Scongelare banche e banchieri. “Noi siamo qui per fare le cose che non ha mai fatto nessuno”. Così Renzi ha annunciato una robusta scossa del sistema bancario, essenziale per il rilancio dell’economia. Di qui la mossa a sorpresa del decreto legge per affrontare la riforma delle Popolari, insabbiata in mille occasioni dalle lobby del settore dalla metà degli anni 80. Intanto ha preso velocità il tema della “bad bank”, ovvero la creazione di uno o più veicoli in grado di favorire la pulizia dei bilanci da incagli e sofferenze, eredità della crisi. Ricette più volte suggerite dal Fmi e gradite a Draghi. Obiettivo: favorire aggregazioni più solide senza scheletri nell’armadio e fornire all’economia il credito necessario. Non spaventa il premier la prospettiva del ritorno dello stato, seppur temporaneo, nel capitale Mps: se le riforme andranno avanti, non sarà difficile trovare soci stabili per il sistema, come dimostra il caso Intesa Sanpaolo, già feudo delle Fondazioni, oggi posseduta al 56 per cento da investitori esteri che scommettono sull’Italia.

 

Reti delle mie brame e armi da Guerra. Mettetevi d’accordo o fate spazio. Non è un mistero che tra i dossier sulla scrivania di Renzi ci sia Metroweb, fascicolo allegato a quello di Telecom Italia, multinazionale alla ricerca di un azionariato (stabile). Entrambi si richiamano a un tema ancora più importante: gli investimenti per dotare l’Italia di infrastrutture per la banda larga e ultralarga dignitose. Renzi finora ha atteso, con pazienza, che i protagonisti del settore, nell’area pubblica (vedi Cdp e la controllata F2i) e nell’area privata (la public company di Marco Patuano), trovassero l’intesa su business plan, investimenti, tecnologie, altro. Ma il tempo passa, i competitor scalpitano.

 

Vodafone è alla finestra. Gli investimenti, materia indispensabile per cogliere la ripresa, rischiano di segnare il passo, nonostante i 10 miliardi promessi da Telecom. Urge che Renzi dissotterri al più presto l’ascia di Guerra. Andrea, beninteso.

 

Acciaio e Ilva, molto stato poca siderurgia. A dicembre il governo Renzi ha intaccato la più grave crisi industriale dal Dopoguerra l’inedito approccio della nazionalizzazione per decreto dello stabilimento siderurgico Ilva di Taranto, la prima manifattura per numero di addetti. Alta ambizione rilanciarlo e poi rivenderlo con profitto per lo stato a dei privati, soccorso in stile americano, modello Obama a Detroit. Il “pacchetto Ilva” includeva compensazioni ai cittadini affumicati per decenni. A tre mesi da allora, le ambizioni di lungo termine si confrontano con la grave sofferenza produttiva della fabbrica in un certo senso aggravata dal decreto stesso che, prima di stanziare risorse cash, ha aperto la procedura di amministrazione straordinaria determinando l’insolvenza del gruppo Ilva. Il tempo è cinico. I minerali ferrosi sono contingentati, i fornitori sono in agitazione da settimane – solo oggi gli autotrasportatori  tornano a marciare –, fotocopia in Liguria dove si lavorano i laminati piani fatti a Taranto, produzione ai minimi storici (i due altiforni principali, decotti, sono da manutenere e andranno in fermata), fedeli clienti, come Arvedi, non s’affidano più a Ilva. Il debito (3 miliardi di euro, per metà in mano alle banche creditrici) è destinato ad aumentare, non s’è parlato di ristrutturazione. Nella peggiore delle ipotesi lo stato dovrà intervenire con massicce dosi di ammortizzatori sociali per decine di migliaia di addetti diretti e dell’indotto. Il Parlamento sta portando urgenti modifiche al decreto, nel tentativo di rastrellare risorse finanziarie e assicurarsi credito dalle banche (finché non diranno “stop loss”). Renzi e i commissari governativi sembrano avere sottovalutato la complessità del sistema Ilva. Il premier ha istituito una task force che vanta manager come Andrea Guerra, ex Luxottica, ma nessun siderurgico doc. Nella newco, da cui dovrebbe partire il rilancio, non sono previsti da subito partner industriali ma fondi specializzati in ristrutturazioni: rischiano di non bastare. Vale l’appunto di Pellegrino Capaldo, banchiere e politico vicino al Vaticano (che fu un motore della siderurgia pubblica tarantina): è mancata un’analisi specifica, bisogna chiarire se Ilva è davvero risanabile.

 

[**Video_box_2**]Strategico è “incassare e consolidare”. I difensori dell’interesse strategico nazionale purchessia avranno di che preoccuparsi visto che l’entusiasmo per le privatizzazioni è tornato a Palazzo Chigi e dintorni, per citare il Financial Times che in agosto notava invece una certa flemma. Lo stato offrirà sul mercato il 5 per cento di Enel che segna il ritorno di fiamma (e 2,2 miliardi da mettere in cassa). Privatizzazione tout court appena conclusa è invece la vendita delle Ansaldo Breda e Sts di Finmeccanica alla giapponese Hitachi. La cessione era attesa da anni, se l’è intestata il renzianissimo ad Mauro Moretti; tra i mugugni per la perdita del gioiello del segnalamento Sts (contropartita per liberarsi dei treni Breda). Il passaggio al rispettato colosso nipponico, ben piazzato in Europa – diversamente dai newcomer cinesi Insigma – favorirà l’interesse estero per fusioni acquisizioni in Italia, dice Reuters. Moretti, ripuliti i vari organi amministrativi da ex generali lottizzati, dovrà concentrarsi sull’aeronautica e aerospazio raggruppando le varie Alenia e Agusta per settori eliminando le società satellite, vedremo tra un mese alla presentazione del bilancio. Consolidare starà a lui.

  • Alberto Brambilla
  • Nato a Milano il 27 settembre 1985, ha iniziato a scrivere vent'anni dopo durante gli studi di Scienze politiche. Smettere è impensabile. Una parentesi di libri, arte e politica locale con i primi post online. Poi, la passione per l'economia e gli intrecci - non sempre scontati - con la società, al limite della "freak economy". Prima di diventare praticante al Foglio nell'autunno 2012, dopo una collaborazione durata due anni, ha lavorato con Class Cnbc, Il Riformista, l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) e il settimanale d'inchiesta L'Espresso. Ha vinto il premio giornalistico State Street Institutional Press Awards 2013 come giornalista dell'anno nella categoria "giovani talenti" con un'inchiesta sul Monte dei Paschi di Siena.