L'arresto di alcuni narcos in Messico (foto LaPresse)

Perché l'Italia è un modello nella lotta contro i narcos

Maurizio Stefanini

I paesi dell’America latina guardano a Roma per imparare i metodi di contrasto alla criminalità organizzata. Ma Ingroia non lo conosce nessuno.

Il modello italiano di lotta contro le mafie interessa sempre più l’America Latina. Edgardo Buscaglia, fondatore di una disciplina ribattezzata “Analisi Economica e Legale dello Sviluppo”, giurista alla Columbia University, mafiologo di riferimento di New York Times, Suddeutsche Zeitung, Bbc e Cnn, co-presidente di quell’ Instituto de Acción Ciudadana para la Justicia y la Democracia che è una delle più autorevoli ong messicane attive nella lotta al crimine transnazionale, continua a ripetere ai messicani che è il modello di Italia e Colombia che bisogna tener presente per la lotta ai narcos. Lo stesso presidente del Senato Pietro Grasso quando nel 2012 da Procuratore nazionale antimafia fu intervistato dal quotidiano colombiano “El Tiempo” ricordò come la legislazione anti-mafia colombiana fosse strettamente ispirata a quella italiana. E nel 2012 fu l’Interpol che annunciò la costituzione a Caserta di una scuola in cui i poliziotti italiani avrebbero potuto insegnare il loro know-how anti-mafia ai colleghi di tutto il mondo.

 

Due, in particolare, i capisaldi su cui questo modello italiano si articola. Innanzitutto, il sequestro dei beni dei mafiosi, da reintrodurre nel circuito della legalità.  Questa è un’attività talmente importante che il direttore dell’Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata Umberto Postiglione dichiara di gestire oggi quella che è in pratica “la prima holding immobiliare italiana”, pur lamentandosi di disporre di “sole 50 persone” per farlo. In qualche modo, è una via mediana tra la strategia statunitense che invece punta soprattutto al sequestri dei carichi di droga e la più recente proposta della legalizzazione della marijuana che pure si sta dispiegando tra vari stati americani e l’Uruguay di Pepe Mujica. La prima è più muscolare. Come però denuncia il noto giornalista anti-narcos messicano Diego Enrique Osorno, in America Latina spesso rischia di degenerare in un brutale conteggio dei cadaveri. L’altra è più soft, ma a sua volta suscita vare perplessità a livello internazionale.

 

Il sistema italiano si basa anche su un secondo caposaldo: il reinserimento sociale dei minori. E proprio la combinazione tra questi due aspetti spiega la particolare attenzione che il nostro sistema suscita in America Centrale. È l’area geografica da cui passa l’85 per cento della droga diretta in Nord America, e i cui record mondiali di omicidi pro capite non dipendono solo dai narcos, ma anche dalle “maras”: le bande giovanili che ai narcos fanno da bassa manovalanza, e che si alimentano dallo sfascio delle famiglie.  Qui la cooperazione italiana ha investito 7,4 milioni,  di cui specificamente 700.000 euro a sostegno dei minori. Tra 2010 e 2014 c’è stato in particolare un Programma di Cooperazione dell’Istituto Italo Latinoamericano con il Sistema di Integrazione Centroamericano, per la formazione dei quadri dirigenti. Dal 2011 è partita la prima fase di un Piano di Appoggio grazie al quale 163 giudici e poliziotti centroamericani hanno appreso il know how anti-mafia italiano attraverso cinque corsi di specializzazione e visite di studio. E dal 2014 la seconda fase si è basata proprio sulla richiesta dei centro-americani di ricevere il sostegno italiano attraverso 22 progetti su quattro temi prioritari: reinserimento della popolazione carceraria, in particolare minorenni; classificazione delle carceri; tracciabilità dei flussi finanziari; sequestro dei beni provenienti da attività illecite.

 

[**Video_box_2**]Proprio questa esperienza è stata al centro di un importante seminario che si è tenuto alla Farnesina mercoledì 18 febbraio. “Da un male a volte può nascere un bene”, ha spiegato al Foglio il sottosegretario agli Esteri con delega per l’America Latina e Centrale Mario Giro. “L’Italia è il paese al mondo che ha più sofferto per la mafia, ma proprio per questa ragione ha sviluppato metodi di lotta anti-mafia che possiamo considerare una vera e propria eccellenza nazionale, allo stesso modo della Ferrari, della Ferrero o dei mobili. E infatti esportiamo anche questi metori”. Ovviamente, non è tutto oro quello che luccica. Il ministro degli Esteri del Guatemala Carlos Raúl Morales Moscoso, che al seminario ha lungamente sottolineato l’importanza dell’esempio italiano, interpellato dal Foglio per un giudizio sul tanto mediatizzato giudice Antonio Ingroia (incaricato dall’Onu per un posto anti-narcos in Guatemala che  non ha mai ricoperto) ha candidamente confessato: “Ingroia? Non lo conosco!”.

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