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La mano visibile

Senza giustizia adeguata, non c’è libero mercato che tenga. Rileggere Adam Smith in Italia. Douglas Irwin, economista americano del Dartmouth College, su un “aspetto finora negletto” del padre dell’economia. Oltre la mano invisibile, il ruolo della giustizia nel fornire i corretti incentivi allo sviluppo. Il caso inglese vs. Spagna e Portogallo.

16 Febbraio 2015 alle 10:51

La mano visibile

“Non è richiesto molto altro, per condurre un paese al livello più alto di opulenza, se non la pace, una tassazione non asfissiante e un’amministrazione tollerabile della giustizia” (Adam Smith)

A proposito di Adam Smith, considerato da molti il padre dell’economia politica e da tutti il capostipite della sua scuola classica, Sergio Ricossa una volta ha scritto: “Adam Smith (1723-1790) nacque a Kirkcaldy in Scozia, figlio di un pubblico funzionario che tra l’altro esercitò la professione di controllore delle dogane. A quattro anni il bambino venne temporaneamente rapito da una banda di zingari, unica avventura in una vita altrimenti calma e senza drammi. Al Glasgow College incontrò Francis Hutcheson, professore di filosofia morale, che lo introdusse all’illuminismo scozzese, che la nostra storiografia generalmente subordina all’illuminismo francese, ma che invece meriterebbe un posto superiore”. E questa suggerita da Ricossa, a oltre due secoli di distanza dalla scomparsa di Adam Smith, non sembra essere l’unica utile opera di revisionismo storico e intellettuale da compiere sul conto dell’autore de “La ricchezza delle nazioni”. Così perlomeno la pensa Douglas A. Irwin, economista e storico dell’economia al Dartmouth College, ateneo dello stato americano del New Hampshire che figura tra gli otto della prestigiosa Ivy League.

 

Irwin ha di recente pubblicato un saggio di una quarantina di pagine – “Adam Smith’s tolerable administration of justice and the wealth of nations” – da cui emerge che Smith dimostrò di saperla lunga quando coniò la nota metafora del mercato come “mano invisibile”, ma che fu altrettanto preveggente nel tratteggiare il ruolo di una sorta di “mano visibile” in mancanza della quale è impossibile lo sviluppo economico e sociale di uno stato. Questa “mano visibile” – espressione che Smith non ha mai usato, s’intenda – è metafora di un’amministrazione tollerabile e degna della giustizia.

 

Procediamo con ordine. Smith, nella sua opera “La Ricchezza delle Nazioni” (1776), avviò una sistematizzazione del pensiero economico sullo sviluppo dell’economia di mercato. Sua è l’idea che “non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio, o del fornaio che noi ci aspettiamo la nostra cena, ma dalla loro considerazione del proprio interesse personale. Non ci rivolgiamo alla loro umanità, ma al loro egoismo (self-love), e ad essi parliamo dei loro vantaggi e non delle nostre necessità”. Segue un’altra fortunatissima formula: il detentore di capitale, “perseguendo il proprio interesse (…) è condotto come da una mano invisibile a promuovere un fine che non entrava nelle sue intenzioni”. Così Smith spiega a se stesso e ai lettori il sentimento di meraviglia provato dinnanzi allo “spettacolo del mercato, dove dal caos apparente nasceva un ordine sociale” (Ricossa). Non a caso “La ricchezza delle nazioni” si apre con una lunga e dettagliata descrizione dei capillari rapporti di produzione che stanno dietro a un semplice “abito di lana”: il pastore, il selezionatore di lana, il pettinatore, il tintore, il filatore, il tessitore, il follatore, l’apprettatore e “molti altri devono mettere insieme le loro differenti arti al fine di portare a termine anche solo questa produzione casalinga”. E ancora: mercanti, vetturali, costruttori di navi, marinai, velai, cordai, “devono essere stati impiegati al fine di mettere insieme le differenti sostanze usate dal tintore, spesso provenienti dagli angoli più remoti della terra!”. E così via, fino ai minatori e ai taglialegna. Tutto ciò “non è originariamente l’effetto di una saggezza umana che prevede e persegue quella generale opulenza che determina”.

 

Irwin, con le sue nuove ricerche sul pensatore scozzese, non intende accodarsi a quanti, in questi ultimi decenni, hanno tentato di ribaltare il senso del messaggio di Smith. Non vuole negare le conclusioni ancora oggi profondamente originali e spiazzanti della “Ricchezza delle Nazioni”, quelle per cui noi umani ci troviamo (fortunatamente) immersi negli effetti non intenzionali di tanti atti di egoismo, perché l’individuo “ricercando il proprio interesse promuove frequentemente quello della società, più efficacemente di quanto accadrebbe se nell’agire si proponesse di seguire l’interesse generale”. Né Irwin vuole percorrere di nuovo una delle strade più battute dagli intellettuali liberal e gauchiste, quella delle presunte incongruenze tra la “Teoria dei sentimenti morali”, opera che Smith pubblicò nel 1759, e “La ricchezza delle nazioni” del 1776 (per una ragionata controreplica italiana a questo approccio, si legga “L’intelligenza del denaro” di Alberto Mingardi, edito da Marsilio).

 

Irwin dunque apre il suo lavoro, pubblicato in una collana del National Bureau of Economic Research americano, ribadendo che “forse la domanda più importante di tutta la disciplina economica è perché alcuni paesi siano ricchi e altri poveri. Questa era anche la domanda fondamentale posta da Adam Smith nella sua ‘Ricchezza delle nazioni’, giustamente interpretato come il testo fondativo della disciplina”. La risposta di Smith, secondo Irwin, si trova all’inizio del primo libro che compone l’opera: il reddito di un paese dipende dalla produttività della sua forza lavoro che, a sua volta, dipende dalla specializzazione e dalla divisione del lavoro guidate dagli scambi e consentite dall’estensione del mercato. La “mano invisibile”, insomma. Questa risposta fa scaturire subito una seconda domanda, secondo Irwin: “Come è possibile che alcuni paesi siano in grado di avvantaggiarsi della divisione del lavoro, e altri invece no?”. Qui interviene l’aspetto più originale dell’analisi del professore del Dartmouth College, frutto di una lettura approfondita e sistematica degli scritti di Smith che lo spinge a rivalutare “un aspetto finora negletto” del lavoro del pensatore scozzese: “In fin dei conti, Smith fornisce una risposta anche a questa seconda domanda: la sicurezza dei diritti di proprietà. (…) Nel 1755, oltre un decennio prima della pubblicazione de ‘La ricchezza delle nazioni’, Smith scrisse una singola frase che racchiude larga parte del suo pensiero sullo sviluppo economico: ‘Non è richiesto molto altro, per condurre un paese dallo stato di barbarie più deprimente al livello più alto di opulenza, se non la pace, una tassazione non asfissiante e un’amministrazione tollerabile della giustizia. Tutto il resto discende dal naturale corso delle cose’”.

 

Avessimo letto per bene Smith – sembra suggerire Irwin – non avremmo dovuto aspettare il premio Nobel americano per l’Economia Douglass North (nato nel 1920), oppure i lavori di James A. Robinson e Daron Acemoglu su “Perché le nazioni falliscono”, per comprendere l’importanza delle istituzioni di un paese e specialmente del sistema giudiziario ai fini della crescita.

 

Ne “La ricchezza delle nazioni”, il filosofo ed economista scozzese individua un “sistema di libertà naturale”, di libera impresa, come il suo preferito. Un sistema in cui lo stato non deve allocare risorse, gestire l’economia o dirigere le imprese; saranno i mercati, decentralizzati e competitivi, a determinare quali prodotti e servizi offrire. Perciò scrive tra l’altro: “Ogni individuo, finché non viola le leggi della giustizia, è lasciato perfettamente libero di perseguire il proprio interesse nel modo che vuole, e di portare la sua laboriosità e il suo capitale in competizione con quelli di ciascun altro individuo o gruppo di individui”. Irwin punta l’attenzione su questa frase: “Finché non viola le leggi della giustizia”. Dunque secondo Smith il governo non deve essere invasivo, certo, ma “mantenere un ruolo molto importante da giocare per sostenere le condizioni nelle quali un sistema di libertà naturale possa fiorire. Smith credeva – scrive oggi lo studioso americano – che il governo avesse tre compiti principali: garantire la difesa nazionale, ‘proteggere per quanto possibile ogni membro della società dall’ingiustizia o dall’oppressione di ogni altro membro, ovvero il compito di stabilire un’esatta amministrazione della giustizia’, e occuparsi di alcuni lavori pubblici”. Il secondo compito, l’amministrazione della giustizia, è particolarmente “critico”, osserva Irwin. Non a caso, nelle sue “Lezioni di Giurisprudenza” del 1763, Smith scriveva che “il primo e più importante proposito di ogni sistema di governo è mantenere la giustizia; prevenire il fatto che i membri di una società possano usurpare la proprietà di altri, o impossessarsi di quello che non è loro”. Pure nella “Teoria dei sentimenti morali” non manca un riferimento alle reazioni istintive che tutti noi proviamo di fronte a un’ingiustizia, al risentimento che è “la salvaguardia della giustizia”, un desiderio che “sembra essere la grande legge che ci viene imposta dalla Natura”. Tale risentimento però, in assenza di istituzioni adeguate, può portare al dissolvimento della società: “Non può esistere una società tra quanti, in ogni momento, sono pronti a danneggiarsi e farsi male a vicenda. Nel momento in cui il danneggiamento inizia, nel momento in cui il risentimento e l’animosità reciproca prendono piede, allora tutti i legami vanno in frantumi (…). Se esistesse una società di soli ladri e assassini, questi ultimi dovrebbero almeno astenersi dal rubare e dall’uccidersi a vicenda”. Sempre nella stessa opera, Smith ricorda che un sistema giudiziario efficace è più “essenziale” di una pur diffusa predisposizione alla carità verso il prossimo; paragonando la società a un palazzo, scrive che la beneficenza è “un ornamento che abbellisce, non va confuso con le fondamenta che sostengono la costruzione”, mentre la giustizia “è il pilastro principale che tiene tutto il palazzo. Se rimosso, la grande e immensa struttura della società umana crollerà in un attimo, disgregandosi fin nei suoi atomi”.

 

La protezione della proprietà privata, dunque, è la prima esigenza per rispondere alla quale alcuni gruppi di individui hanno dato vita a forme di governo organizzato: “Dove non esiste proprietà, o dove questa non superi (quando accumulata) il valore di due o tre giorni di lavoro, un governo civile non è così necessario”. Il tormentone internazional-egualitarista del francese Thomas Piketty era ancora molto di là da venire; e Smith non ha difficoltà a dire che “il governo civile, essendo istituito per mantenere la sicurezza della proprietà, è istituito in realtà per difendere i ricchi dai poveri, e quelli che hanno una qualche proprietà da quelli che non ne hanno nessuna”. “Grande proprietà” e “grande diseguaglianza” vanno a braccetto in natura, secondo Smith, e d’altronde “quando le persone si trovano in ogni momento in pericolo di essere derubate di tutto ciò che possiedono, non avranno motivo per essere industriose. Nulla potrebbe essere di maggiore ostacolo per il progresso verso la ricchezza”. Qualcuno dei nostri contemporanei subito griderebbe al “pensiero regressivo” in agguato; a dire il vero Smith sosteneva che la protezione del diritto di proprietà da parte di un sistema di leggi e di giudici offre pure incentivi migliori ai meno fortunati. “Il governo e le leggi – è scritto nelle ‘Lezioni di Giurisprudenza’ – rendono più difficile per i poveri acquisire ricchezza con quella violenza che altrimenti eserciterebbero verso i ricchi. Il governo e le leggi gli trasmettono il messaggio che essi o dovranno continuare a rimanere poveri oppure dovranno guadagnarsi la ricchezza allo stesso modo in cui i ricchi lo hanno fatto”.

 

Questione di sicurezza, dunque, ma soprattutto di corretti incentivi per alimentare un’attività economica quanto più fiorente possibile. Non a caso ne “La ricchezza delle nazioni”, tra i motivi della grandezza inglese, Smith cita “soprattutto quell’amministrazione della giustizia equanime e imparziale che fa sì che i diritti dell’individuo inglese più meschino siano da rispettare anche agli occhi dell’individuo più importante; e ciò, assicurando a ogni uomo i frutti della propria attività, offre l’incoraggiamento maggiore e più efficace per ogni sorta di attività”. Smith come noto non era un fanatico; pur attribuendo tanta e tale importanza al sistema delle leggi e all’amministrazione delle stesse, non si spinse mai a dire che il sistema giudiziario dovesse essere “perfetto”. L’aggettivo che il padre dell’economia politica affianca più spesso all’espressione “amministrazione della giustizia” – osserva Irwin – è piuttosto “tolerable”. Cosa vuol dire “tollerabile”?

 

Innanzitutto che la giustizia assolva ai suoi compiti basilari: “Raramente commercio e manifattura possono fiorire in uno stato che non benefici di una regolare amministrazione della giustizia, nel quale le persone non si sentono sicure nel possesso della loro proprietà, in cui la fiducia nel mantenimento dei contratti non sia puntellata dalla legge, e in cui l’autorità statale non sia regolarmente utilizzata nell’obbligare al pagamento dei debiti da tutti quelli che sono in condizione di farlo”. Smith cita proprio lo strapotere dei debitori che riescono a sfuggire regolarmente ai creditori come il fattore principale che ha frenato lo sviluppo di paesi tipo Spagna e Portogallo rispetto all’Inghilterra. 

 

Inoltre la giustizia dev’essere indipendente dall’esecutivo: “Quando l’ordine giudiziario è unito a quello esecutivo, è difficile che la giustizia non venga sacrificata sull’altare di quella che viene comunemente chiamata ‘politica’. Infatti le persone con alte responsabilità nella macchina statale potrebbero, anche in mancanza di episodi di corruzione, immaginare a volte che sia necessario sacrificare i diritti dell’uomo privato in nome di quegli interessi (statali)”. In questo modo, avverte Smith, la vessazione del contribuente diventa probabile, più che possibile: il potere politico sovrano incentiverebbe per esempio l’ordine giudiziario a operare con l’obiettivo di accrescere il gettito fiscale, costi quel che costi per i cittadini.

 

Intuizioni di questo tipo, sul nesso vitale tra diritti di proprietà, amministrazione della giustizia e ricchezza di una società – scrive Irwin nelle conclusioni del suo saggio – sono state troppo a lungo sottovalutate, salvo poi diventare centrali negli ultimi anni in una corposa mole di studi empirici. Se nell’accademia dunque si sta recuperando il terreno perduto, è auspicabile che presto anche le scelte politiche dei vari governi possano tener conto di ragionamenti simili. In special modo in un paese come l’Italia che nell’indice “Doing business” della Banca mondiale è ancora al 147esimo posto sui 198 classificati per l’esecuzione forzosa dei contratti per via giudiziaria; in un paese in cui sono necessari 1.185 giorni per chiudere una causa giudiziaria contro una media di 540 giorni per i paesi a industrializzazione matura. Quanta ricchezza abbiamo già sacrificato sull’altare di una giustizia lenta, spesso ingiusta e da anni irriformabile, insomma intollerabile? Ieri il presidente della Repubblica, Mattarella, ha ricevuto il ministro della Giustizia del governo Renzi, Andrea Orlando, probabilmente per discutere anche del processo di riforma della giustizia annunciato dall’esecutivo. Lì fuori resiste il solito leader radicale, Marco Pannella, in sciopero della fame per chiedere il rispetto del messaggio senza precedenti che l’ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, inviò alle Camere nell’ottobre 2013, proprio sulla questione giustizia. Ora si può pure rileggere Adam Smith e rivalutare l’importanza della “mano visibile”.

Marco Valerio Lo Prete

Marco Valerio Lo Prete

Al Foglio dal marzo 2009, dove entra appena laureato in Scienze Politiche, il suo cursus honorum è il seguente: stagista, praticante, redattore dell'Economia, coordinatore del desk Economia e poi dal 2015 vicedirettore. Nasce nel 1985 sull'Isola Tiberina. Nella Capitale si muove poco: asilo, scuole elementari e medie, liceo e università, tutto nel giro di pochi chilometri quadrati. In compenso varca spesso (e volentieri) le frontiere del Paese natìo. Prima per studiare un anno nella ridente Rochester (New York, USA), poi – dopo numerose e più brevi escursioni – emigra all'Université Libre di Bruxelles per sei mesi. E a Bruxelles ci ritorna, ancora per sei mesi, per affiancare un formidabile manipolo di Radicali che lavora al Parlamento Europeo. Mentre si trova nel punto del globo più distante da Roma, facendo ricerca sull’immigrazione all’Università di Melbourne, in Australia, riceve una e-mail dal Foglio: non ci crede, pensa sia spam, invece è uno stage. Da qualche tempo si applica allo studio della lingua tedesca.  

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