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Musulmano, letterato da Nobel. Kadaré difende Israele a spada tratta

“Servo sionista”. “Collaborazionista”. “Nemico dei palestinesi”. Le accuse in questi giorni contro lo scrittore albanese non si contano: “Lo stato ebraico vive con la minaccia della scomparsa”.

12 Febbraio 2015 alle 10:41

Musulmano, letterato da Nobel. Kadaré difende Israele a spada tratta

Lo scrittore albanese Ismail Kadaré

Roma. Il giornalista della France Presse a un certo punto della premiazione gli domanda: “Ma qui, a Gerusalemme, i palestinesi potrebbero obiettarle che la loro libertà è ristretta”. Ismail Kadaré gli risponde: “Non mi sono posto questa domanda. Io sono uno scrittore. E vengo da uno dei pochi paesi al mondo che hanno aiutato gli ebrei durante la guerra. Il popolo albanese ha sempre difeso gli ebrei, sotto la monarchia, sotto il comunismo, dopo il comunismo. Ecco perché non ho mai pensato a questo altro problema (dei palestinesi, ndr)”.

 

L’Albania, infatti, è l’unico paese coinvolto nel Secondo conflitto mondiale in cui non ci siano state deportazioni e che può vantare di aver salvato tutti gli ebrei presenti sul suo territorio. Gli ebrei in Albania erano duecento prima della guerra, mentre alla fine della guerra risultarono essere oltre duemila. Tirana e Gerusalemme sono da anni anche alleati affiatati, entrambi hanno in odio il fondamentalismo islamico ed entrambi hanno fatto del boicottaggio dell’Iran khomeinista una bandiera nell’arena internazionale (il premier albanese Sali Berisha ha definito Mahmoud Ahmadinejad “nazista”). Sono rimasti dunque delusi quelli che avrebbero voluto vedere il più grande scrittore albanese vivente boicottare la cerimonia in cui gli è stato comminato il Premio Gerusalemme, il riconoscimento letterario biennale assegnato a scrittori “il cui lavoro è connesso con i temi della libertà dell’uomo, della società, della politica e del governo”, già vinto da Bertrand Russell e Octavio Paz, Coetzee e Naipaul, fino a Murakami e Vargas Llosa (degli italiani lo ha vinto soltanto Ignazio Silone nel 1963). Ismail Kadaré, il cui poema “A mezzogiorno si è riunito l’ufficio politico” suscitò le ire dei custodi dell’ortodossia comunista, e il cui manoscritto, che risale al 1974, non soltanto non venne pubblicato ma venne addirittura sequestrato, a Gerusalemme è andato a ritirare il suo premio. E non ha fatto neppure come lo scrittore inglese Ian McEwan, che ha sì accettato, tre anni fa, ma poi ha usato la cerimonia di premiazione per dare lezioni di morale e politica a Israele. Comunista, musulmano, esule parigino, candidato ogni anno a vincere il premio Nobel per la Letteratura, anche Ismail Kadaré ce le aveva tutte per rifiutare l’onorificenza israeliana. C’era anche un precedente: in passato, la scrittrice sudafricana Nadine Gordimer rifiutò il Premio Gerusalemme per motivi politici. E l’annuncio che l’edizione 2001 del Premio sarebbe andata a Susan Sontag generò un’ondata di lettere, appelli e messaggi che misero non poco in imbarazzo la scrittrice liberal americana. Invece a Gerusalemme Kadaré c’è andato e ha elogiato perfino Israele di fronte all’opinione pubblica.

 

“Servo sionista”. “Collaborazionista”. “Nemico dei palestinesi”. Le accuse in questi giorni contro Kadaré non si contano, come quelle che lo additavano nell’Albania stalinista come “decadente”, “esistenzialista”, “surrealista”, “umanista astratto”, i simboli della detestata cultura borghese. Scrittore di romanzi, saggi, poesie e antologie, Kadaré, autore del “Generale dell’armata morta” e dei “Tamburi della pioggia”, a Gerusalemme ha detto che Israele affronta “il pericolo della scomparsa” e che questo accomunava l’Albania delle guerre balcaniche e lo stato ebraico di oggi: “Entrambi vivono con la minaccia e l’angoscia della sparizione”. Entrambi i paesi hanno a che fare con nemici ostili, l’Albania con lo slavismo di Milosevic e Israele l’islamismo. Per dirla con Mila Kundera, anche lui vincitore del Premio Gerusalemme, “un piccolo paese può scomparire, e lo sa bene”. Lo sapeva l’Albania e lo sa Israele.

Giulio Meotti

Giulio Meotti

Lavora al Foglio dal 2003. Si è laureato in Filosofia. Ha scritto per il Wall Street Journal. È autore di quattro libri su Israele, alcuni tradotti in più lingue. È sposato. Ha due figli.

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