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Sanremo, che cosa c'è dietro al 49 per cento di share (anche)

Redazione

Girotondo fogliante poco serio sulle reali cause del successo della prima serata del Festival. Tutti, in un modo o nell'altro, prima o poi finiscono su Rai Uno.

Abbiamo chiesto a un po’ di redattori del Foglio di spiegare perché la prima puntata del Festival di Sanremo abbia sfiorato il 50 per cento di share. Molti di loro – quasi tutti – ne hanno visto effettivamente almeno un pezzo, contribuendo ad aumentare la percentuale di spettatori. Ognuno di loro, però, ha un motivo più o meno casuale per cui lo ha guardato. Eccoli di seguito, a partire da direttore, condirettore e vicedirettore.

 

Claudio Cerasa. Sono riuscito miracolosamente a scampare alla replica di “Un posto al sole” per vedere la nona puntata di “Fargo”. La puntata si era registrata male e allora ho messo “Ballarò”. “Ballarò” era in pubblicità e allora ho messo Sanremo. Ho messo Sanremo e sono rimasto, come immagino tutti, incollato su Rai Uno più per capire esattamente di che colore era la pelle di Carlo Conti che per ascoltare Al Bano e Romina. Terribilmente noioso. Terribilmente rassicurante. Terribilmente magnetico.

 

Alessandro Giuli. Non ho visto Sanremo per dimenticanza e pigrizia e belve domestiche da sfamare. Però ho sentito distintamente (e cantato anch'io) "Felicità" perché tutti gli inquilini del palazzo, forse del rione, avevano la tivù accesa su Sanremo come nella partita dell'Italia in un famoso film di Fantozzi che poi Villaggio sfonda il vetro di una casa al primo piano e dice: "Scusi, chi ha fatto palo?". Al Bano e Romina.

 

Maurizio Crippa. Distrattamente annoiato su Floris. A un tratto ho visto la Serracchiani, ho pensato a Sanremo, ho girato e beccato l'Esorcista di Friedkin. La chiave di entrambi gli sciò, ho pensato. Visto quello.

 

Piero Vietti. Ho sempre seguito Sanremo, ma quest’anno le forze mi hanno abbandonato prima. Ieri sera ho guardato uno splendido speciale di Sky Sport su Gianfranco Zola e Paul Scholes (lo aveva registrato mia moglie la sera prima, per sé). Finito il programma e spento il decoder, il digitale terrestre mi si è acceso in automatico su Rai Uno, sprofondandomi in pieni anni Ottanta per dieci minuti buoni. Felicità.

 

Paola Peduzzi. Stavo guardando "DiMartedì" e Salvini ha elaborato la sua analisi di politica estera tra fronte est e fronte sud. Dopo "la questione è molto chiara, a Kiev c'è un governo nazi-fascista" ho girato su Siani, il quale però mi ha fatto meno ridere.

 

Marianna Rizzini. Era totalmente premeditata: Sanremo io lo vedo punto e basta, rito di febbraio (Sanremo, frappe e castagnole). Guardare le pettinature, questo il bello, e Nek dà sempre soddisfazione. Poi il panino, il bicchiere di vino – con karaoke. Poi annoiarsi aspettando invano gli Spandau Ballet (ma quando cantano?). E consolarsi con gli Imagine Dragons, con la sensazione netta di preferire i malmostosi ma vintage Coldplay (gap generazionale?).

 

Giulia Pompili. Era appena finita la nuova puntata di The Walking Dead, che avevo registrato. Non avevo ancora digerito la cena a base di yakitori, ho dato un'occhiata a Twitter, parlavano tutti di Albano e Romina, ho evitato accuratamente Rete4 (c'era "L'Esorcista"), sono finita su RaiUno.

 

Matteo Matzuzzi. A me Sanremo interessava solo per i buu che il pubblico in sala indirizzava alla giuria di qualità, quella che dava dieci solo agli snob e ai cantanti buoni per i critici da ostriche e caviale. Obiettivamente, era un momento di sano trash nazional-popolare. Poi la giuria di qualità l'hanno abolita e l'interesse per Sanremo in me è scemato. Ieri però ho acceso la tv solo per assistere alla riesumazione di Albano e Romina, il primo a tentare acuti che riuscivano solo a Monserrat Caballé circa cinquant'anni fa e la seconda a muovere la bocca per le brave coriste lì dietro appollaiate. Soddisfatto e appagato, mi sono gustato gli zombie di The Walking Dead.

 

[**Video_box_2**]Alberto Brambilla. Ho guardato Sanremo con l'intento di guardarlo (non ci sono capitato per caso) sono rimasto attaccato all'iPad (diretta streaming Rai, non so se rientro nel 49 per cento) perché volevo vedere quanto andava a finire male, la sequenza mi ha tramortito: un comico non ridicolo esce di scena strappando gli applausi ricordando un amico morto, superspot di Unicredit nel mezzo della competizione a più riprese (che banca di sistema!), scazzi ex matrimoniali tra due cariatidi della canzone italiana riunite per l'occasione e per il cachet. Mi è piaciuta la presa per il culo dei giornalisti sanremesi del trio Boiler. Bella la linea vocale di "Una finestra tra le stelle" di Annalisa. Insomma seguendo il gusto per l'orrido ho scoperto che non tutto faceva così ribrezzo.

 

Luca Gambardella. E' andata così. Oziavo su Twitter mentre a “Ballarò”, a sorpresa, ho trovato Claudio Lotito tra gli ospiti di Giannini. Sciorinava l'ennesima citazione "latinesca", non ricordo più quale, stavolta sui privilegi dei politici. Ho avuto un mancamento e alla fine mi ha convinto Spinoza con la sua diretta Twitter del Festival. "Rivedere Al Bano e Romina a Sanremo è emozionante quanto trovare Olindo e Rosa a una riunione di condominio". Ho cambiato canale e li ho rivisti. Ho rimpianto Lotito.

 

Giovanni Battistuzzi. Che ci sia Sanremo lo sanno tutti sempre con giorni d'anticipo, se ne parla, se ne scrive, anticipazioni, interviste, cose così. Poi come sempre ce se ne dimentica, si accende la tv, si vede altro e dopo che si è concluso ciò che si stava guardando, si fa il consueto zapping. E si dice: "Ah ma c'è Sanremo". Sempre così, ogni anno e ogni anno si rimane a guardarne alcuni minuti. Ieri c'era Platinette, che non era Platinette ma Mauro Coruzzi, ma tant'è. Cantava, impomatato non in abiti sbrilluccicosi, ma in uno smoking con tanto di farfallino aperto, senza nodo. Ho chiuso subito, non che la canzone facesse schifo, non che non cantasse bene, non è questo. Il problema è un altro: non sono più gli anni 90, nemmeno i duemila. Vedere Platinette che non è Platinette è come ascoltare J-Ax senza Articolo 31, non ha senso.

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