Ignazio Visco e Matteo Renzi

Cosa è successo tra Renzi e Bankitalia

Marco Valerio Lo Prete

Le incomprensioni iniziali con il Rottamatore poco riverente, il colpo della Bce e ora il feeling insperato su Popolari e Bad bank.

Roma. In tempi di traslochi parlamentari, sarà bene precisare che Banca d’Italia, addirittura per statuto, non può diventare “renziana”. Né i suoi vertici, cresciuti a pane e autonomia, sono personalmente attratti dall’ipotesi di apparire troppo appiattiti rispetto al governo, quale che sia. Detto ciò, è innegabile la sintonia che nelle ultime settimane caratterizza – anche in pubblico – le relazioni tra Palazzo Koch e Palazzo Chigi. Sui giornali di domenica, all’indomani del Congresso Assiom Forex dove è intervenuto il governatore Ignazio Visco, era tutto un fiorire di stime del pil al rialzo, di “frecciate” patriottiche verso i falchi europei, di “consensi” per l’ipotesi bad bank e di “via libera” alla riforma sulle Popolari.

 

Non è sempre andata così. Quando il premier si insediò, alla fine dello scorso febbraio, il piglio del Rottamatore era quello predominante. Rottamatore a 360 gradi, perlomeno negli annunci. Con gli inquilini di Palazzo Koch che non gradivano – per usare un eufemismo – di essere infilati agli occhi dell’opinione pubblica in quel calderone etichettato come “Pa”, Pubblica amministrazione, oggetto di strali di ogni sorta. Nel marzo 2014, al Messaggero, Renzi descrisse nei dettagli cosa intendeva quando parlava della “palude” intenzionata a fermarlo. Nella lunga lista, che allora andava dalla “strana coppia Camusso-Squinzi” alle province, ci finì pure l’Istituto centrale. Tra un risparmio stimato sulle province e un taglio alle Camere di commercio, Renzi si chiedeva: “Ma ha senso continuare ad avere più di 100 sedi della Banca d’Italia?”. Così il direttore generale dell’Istituto, Salvatore Rossi, sentì il bisogno di inviare una lettera di precisazione al quotidiano romano, nel quale ricordava la chiusura di 39 filiali sulle 97 esistenti nel 2008, con annessa rivendicazione di uno spirito rottamatore ante litteram: “Gli obiettivi del governo sono, oltre che giusti, raggiungibili. Si può fare, lo abbiamo dimostrato”. Renzi però insisteva. Per mondare la macchia lettiana di un governo percepito come troppo vicino alle banche (ministro dell’Economia di Letta era tra l’altro Fabrizio Saccomanni, ex dg di Bankitalia), il neo premier decise nella manovra d’aprile di far lievitare da 1,2 a 1,8 miliardi la tassa sulla rivalutazione delle quote di Bankitalia approvata dal predecessore. Idem sul tetto agli stipendi dei banchieri centrali, prima stoppato da Mario Draghi (Bce), poi attuato volontariamente da Visco&co. 

 

A lungo lo stile poco riverente di Renzi non ha aiutato ad alimentare il feeling. Così come la difficoltà – sentita da tutte e due le parti in causa – nell’identificare interlocutori e intermediari di riferimento. Nel ventaglio di consiglieri di Palazzo Chigi c’è ovviamente Yoram Gutgeld; quando si tratta di vigilanza bancaria nel cerchio più ampio confluiscono pure l’avvocato Umberto Tombari sulle fondazioni (mentore di Maria Elena Boschi) o Lorenzo Bini Smaghi (non proprio graditissimo a Banca d’Italia per la sua antica impuntatura al momento di lasciare la Banca centrale europea). La personalità poco invasiva di Visco ha fatto il resto. La chimica personale però non è tutto. I vertici dell’Istituto negli scorsi mesi hanno seguito pure l’evoluzione dei dossier non strettamente bancari. A volte indisponendo Palazzo Chigi con audizioni parlamentari scettiche (sul Tfr in busta paga, per esempio) o previsioni non compiacenti sul pil (lo scorso ottobre il vice dg, Luigi Signorini, fu tra i primi a diagnosticare una fine d’anno peggiore delle attese). Poi però è noto, per esempio, che l’approvazione del Jobs Act, tra flessibilità in uscita nei rapporti di lavoro e impostazione delle tutele crescenti, ha ben impressionato Banca d’Italia. “Con questa situazione parlamentare, non era affatto scontato”, dicono a Palazzo Koch.

 

[**Video_box_2**]L’assonanza si è trasformata in fronte comune de facto nel momento più difficile vissuto negli ultimi mesi dal sistema paese, cioè quando la Bce ha pubblicato i risultati dei suoi stress test. Mentre i giornali internazionali ci dipingevano come gli ultimi della classe al cospetto dei mercati, Banca d’Italia ha fatto intendere in pubblico che i nostri istituti di credito erano stati oltremodo penalizzati dai criteri utilizzati a Francoforte (presieduta nel frattempo da un’altra vecchia conoscenza della Banca d’Italia, Draghi). Nessuno da Palazzo Chigi ha fatto trapelare insoddisfazione per l’opera di vigilanza e di diplomazia (quest’ultima gestita innanzitutto da Fabio Panetta, vice dg) di Via Nazionale. Visco d’altronde era stato uno dei primi banchieri centrali a sostenere autorevolmente che in Europa c’era anche un problema di domanda debole, puntellando lo sforzo di Renzi per “cambiare verso” a Bruxelles. Aiuto reciproco, visto che ora la riforma delle Popolari abbozzata per decreto dal governo, oltre che accogliere richieste storiche della Banca d’Italia, consente perfino al New York Times di dire che il modello italiano potrebbe essere esportato alle disastrate Landesbanken tedesche. Dalla difesa all’attacco. Con la ciliegina apposta a fine gennaio dal ministro dell’Economia, Padoan, che ha aperto all’istituzione di una bad bank di sistema per ripulire i bilanci delle banche. Un mix di sapienza tecnica (in tandem tra Mef e Banca d’Italia) e robusto scudo politico (fornito da Renzi) visto che di mezzo ci sono le poco popolari garanzie pubbliche.

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