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Perché le riforme istituzionali sono la miglior ricetta per far crescere il paese

Documenti del Foglio. Il consigliere economico di Renzi, Yoram Gutgeld, ci spiega il piano (modello Fukuyama) per combattere la vetocrazia. La crescita economica e sociale dipende prima di tutto dalla qualità delle istituzioni economiche e politiche.

9 Febbraio 2015 alle 17:46

Perché le riforme istituzionali sono la miglior ricetta per far crescere il paese

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi (foto LaPresse)

Al direttore - L’interessante articolo di Rosamaria Bitetti apparso sulle colonne di questo giornale la settimana scorsa, e l’editoriale del Foglio del lunedì del direttore su come sfuttare al meglio il contesto economico favorevole, ci dà l’occasione per spiegare con maggior forza perché le riforme istituzionali sono fondamentali per il rilancio economico e sociale del paese. L’articolo riassume un vasto corpo di ricerca accademica dalla quale prendo spunto. Prima osservazione. La crescita economica e sociale dipende prima di tutto dalla qualità delle istituzioni economiche e politiche. Nel loro importante libro “Why Nations Fail”, Daron Acemoglu e James Robinson ne danno un plastico esempio fotografando (letteralmente) due città di nome Nogales che si trovano sul confine tra gli Stati Uniti e il Messico. Le due città sono in realtà delle gemelle separate alla nascita. Erano in origine una singola città che si è divisa in due dopo la guerra tra i due paesi del 1848. La Nogales statunitense ha tre volte la ricchezza media della sorella messicana. La ragione del divario, secondo gli autori, è proprio la natura inclusiva delle istituzioni statunitensi. Istituzioni economiche che garantiscono diritti di proprietà, mercati aperti e accesso all’istruzione, fondate su istituzioni politiche che assicurano larga partecipazione, pluralismo, certezza di diritto, e un sistema di pesi e contrappesi per le singole istituzioni. Si chiama democrazia. Quindi tutto bene per la democrazia? Non proprio. La capacità del governo del popolo a fare davvero il bene del popolo, cioè a seguire efficacemente l’interesse generale, si sta progressivamente erodendo. I motivi sono noti. Il crescente potere dei gruppi di interesse organizzati, la frammentazione dei poteri decisionali, la complessità dei problemi che rende a volte difficile per i comuni cittadini distinguere tra proposte inefficaci e soluzioni vere.

 


Yoram Gutgeld


 

Sembrano guai tutti nostrani, e invece sono fenomeni pressoché globali. Malanni che affliggono in varia misura tutte le democrazie, compresa la più grande, gli Stati Uniti. I problemi altrui non sono un motivo per rallegrarsi, ma da italiani leggendo il libro “The rule of Nobody” di Philip Howard ci si sente meno soli. Quando scopri che il tempo medio di approvazione di progetti infrastrutturali negli Stati Uniti è dieci anni ti rendi conto che tutto il mondo è paese. Quando senti che la legge dello Stato di Kansas che disciplina le case di riposo per gli anziani è un tomo con centinaia di regole tra cui, per esempio, “L’altezza del davanzale non dovrà superare tre piedi per almeno la metà dello spazio della finestra”, capisci che la burocrazia asfissiante è una malattia comune.

 

[**Video_box_2**]Nel suo recente capolavoro “Political Order and Political Decay”, Francis Fukuyama analizza le ragioni di quel che lui definisce “il declino della democrazia americana”. Ragioni che nascono per lo più proprio dalla Costituzione americana che protegge le libertà individuali attraverso un complesso sistema di pesi e contrappesi deliberatamente disegnata dai padri costituenti per limitare il potere dello stato. Il governo americano nasce, osserva Fukuyama, dalla rivoluzione contro la monarchia inglese. Sono proprio queste origini che hanno radicato nel Dna politico degli Stati Uniti una profonda sfiducia nel governo. Le disfunzioni del sistema istituzionale americano si manifestano in alcuni sintomi ricorrenti. Duplicazione di attività e confusione sui poteri delle diverse istituzioni, per esempio quelli dello stato centrale verso gli Stati  Federali (suona familiare?). Crescente ruolo del potere giudiziario nella determinazione delle leggi, e non solo nella loro applicazione. Questo potere, a onor del vero, ha avuto anche un ruolo positivo nella diffusione dei diritti civili, ma crea incertezza, complessità e costi alti (suona familiare?). Infine, quello che Fukuyama chiama “vetocrazia”, il potere di veto reciproco tra il presidente e il Congresso che crea frequenti ingorghi decisionali. Le difficoltà di Obama di portare avanti la sua riforma della sanità ne è uno di un crescente numero di esempi.

 

Si potrebbe obiettare a questa analisi adducendo la forte crescita economica degli Stati Uniti, ma ormai sono in tanti a sostenere che l’economia americana cresca a dispetto, e non grazie al suo sistema istituzionale. Ha, rispetto a noi, alcuni vantaggi strutturali. Un tasso di crescita demografica più alto; un mercato domestico più grande che determina maggior efficienza legata alla scala; una cultura radicata di libero mercato.

 

Veniamo appunto a noi. Sono proprio questi nostri svantaggi rispetto agli Stati Uniti che significano che non possiamo più permetterci le disfunzioni istituzionali delle quali soffriamo. Il fatto che colpiscono anche altri ci potrebbe fare sentire meno colpevoli, ma non ci esime dal doverle risolvere. Non ce le possiamo permettere anche perché il ruolo dello stato da noi è più importante che negli Stati Uniti per il semplice motivo che abbiamo un sistema di welfare governato dallo stato molto più inclusivo. C’è chi sostiene che non possiamo più permetterci un sistema di welfare cosi inclusivo. Non siamo d’accordo. Il modello dello stato sociale che non eroga esclusivamente i servizi (quindi aperto alla concorrenza), ma che governa, finanzia e regola sanità, istruzione e assistenza sociale è più efficiente rispetto al modello esclusivamente “privatistico”.  Non a caso la sanità americana costa quasi il doppio della nostra.

 

Possiamo permetterci, anzi dobbiamo permetterci uno stato sociale che garantisca istruzione, sanità e assistenza sociale di qualità e in modo efficiente. Ma proprio per permetterci questo non possiamo più permetterci che le nostre istituzioni non funzionino. E indubbio che da tempo non funzionano. Siamo diventati il paese del “no”. Le decisioni spesso non si prendono. Quando si prendono, i tempi sono biblici e il luogo della decisione è spesso sbagliato. La sciagurata riforma del titolo V per mano del governo di centrosinistra nel 2001 ha aggravato questo fenomeno. E se le decisioni si prendono ma non producono i risultati promessi, nessuno ne risponde.

 

Per questi motivi riteniamo le riforme istituzionali una priorità assoluta. Il lavoro fatto negli ultimi mesi ha prodotto testi di legge che affrontano questi problemi. I singoli dettagli sono sempre discutibili. Ma non si può discutere che abbiamo bisogno di un sistema elettorale che garantisca e che determini un vincitore chiaro in grado di governare per 5 anni. Non si può discutere che abbiamo bisogno di un processo legislativo più rapido e certo. Non si può discutere che abbiamo bisogno di una divisione di poteri tra stato centrale e regioni certa, che salvaguardi le priorità strategiche dello stato, e che garantisca servizi efficienti e di qualità uniforme in tutto il paese.

 

Chi sostiene che il governo sbaglia a porre cosi tanta attenzione alle riforme istituzionali e costituzionali, “bisogna dare priorità alle riforme economiche”, ignora che la differenza tra istituzioni che funzionano e istituzioni che non funzionano è la differenza tra Nogales USA e Nogales Messico. Altro che “non servono alle economia”.

 

 

Yoram Gutgeld, è deputato e consigliere economico del presidente del Consiglio

Yoram Gutgeld

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