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Perché la Corea del nord manifesta (pubblicamente) amicizia all'Italia

E' iniziata l'èra Mattarella. Auguri da tutto il mondo, anche dal paese di Kim Jong-un. I motivi dei buoni rapporti tra Italia e Corea del nord vengono da un passato non troppo remoto.

4 Febbraio 2015 alle 13:33

Perché la Corea del nord manifesta (pubblicamente) amicizia all'Italia

Kim Jong-un (al centro) e Kim Yong Nam (a destra)

E’ iniziata ufficialmente l’èra di Sergio Mattarella, dodicesimo presidente della Repubblica italiana. Auguri e felicitazioni da ogni parte del globo. Ma c’è un posto, nel mondo, che non perde mai occasione di far sentire la sua vicinanza all’Italia e alle sue istituzioni. Un posto che siamo abituati a vedere come un paese isolato, pressoché privo di attività diplomatiche. E invece. “Kim Yong Nam, presidente del Presidium della Suprema assemblea del popolo della Corea del nord, ha inviato domenica un messaggio di congratulazioni a Sergio Mattarella sulla sua elezione a presidente della Repubblica italiana. Nel messaggio esprime la convinzione che le relazioni tra i due paesi amici possono crescere fortemente e nel reciproco interesse, e augura successi al presidente della Repubblica italiana nel suo lavoro di responsabilità per la prosperità del paese”. Kim Yong Nam è il capo dello stato nordcoreano, presidente del Presidium e quindi braccio destro operativo di Kim Jong-un. Uno degli uomini più potenti della Corea del nord (uno che ha accesso alla stanza dei bottoni nucleari, per intenderci). Anche il 22 aprile del 2013, per l’elezione di Giorgio Napolitano, Pyongyang aveva mandato un messaggio d’auguri – pressoché identico – al presidente rieletto, augurandogli di lavorare per “la stabilità socio-economica e la crescita” dell'Italia.

 

Ma come mai il rogue state per eccellenza, un paese considerato dall'America tra i più pericolosi del mondo, usa l'agenzia di stampa di stato, la Kcna, contemporaneamente per mandare minacce di distruzione totale contro Seul e Washington e per manifestare amicizia all'Italia?

 

Nel caso di Napolitano, la spiegazione poteva sembrare facile. L'ex capo dello stato italiano ha un passato da dirigente del Partito comunista, e per la Corea del nord questo significa vicinanza spirituale con il concetto di Juche, la dottrina politica nordcoreana che si ispira al comunismo (e al nazionalismo) e sulla quale sono stati scritti interi tomi di narrazioni. In occasione dell'elezione di Sergio Mattarella però, il messaggio d'auguri significa altro, significa: seguiamo le vostre vicende istituzionali. E non è poco, visto che da Pyongyang difficilmente arrivano messaggi d'auguri indirizzati a un paese europeo.

 

I motivi dei buoni rapporti tra Italia e Corea del nord - buoni rapporti sconosciuti ai più, peraltro - vengono da un passato non troppo remoto. Nel 2000 l'allora ministro degli Esteri italiano, Lamberto Dini, decise di riaprire i colloqui con i paesi che erano stati isolati diplomaticamente da Washington e dai paesi del G7. “La dottrina Dini”, la chiamarono allora. La Farnesina si occupò di ristabilire relazioni con la Libia di Gheddafi, con l'Iran, e soprattutto con la Corea del nord di Kim Jong-il, perché secondo il ministro degli Esteri la strategia occidentale di isolazionismo aveva fallito (Stratford, in un'analisi di allora, spiegava i motivi del tentativo italiano di contare qualcosa in campo internazionale e diplomatico). Oggi - e sono passati quindici anni - molti analisti viste le ultime sanzioni economiche imposte a Pyongyang da Washington sono arrivati alla stessa conclusione. Nel 2000 il ministro Dini fece in modo che la rappresentanza nordcoreana alla Fao a Roma si trasformasse in una vera ambasciata. A oggi la Corea del nord è rappresentata in Europa in Inghilterra, Germania, Austria e Svizzera (tra i paesi che fanno più affari economici con la Corea del nord), ovviamente in Russia, poi in Spagna, in Svezia (la più antica ambasciata occidentale nordcoreana, responsabile anche dei negoziati per il rilascio dei detenuti americani di qualche mese fa), in Bulgaria, Repubblica Ceca, Polonia e Romania. Anche il senatore Antonio Razzi, segretario della Commissione esteri e grande conoscitore della Corea del nord, spiega al Foglio che a Pyongyang c'è un reale interesse per le vicende italiane, ma che a oggi le relazioni sono piuttosto di natura personale con le autorità di Pyongyang, e non diplomatiche e nazionali.

 

In ogni caso, a oggi, il lascito diplomatico e politico dell'operazione Dini si è trasformato in un'occasione mancata. Ancora una volta, l'Italia avrebbe potuto avere un ruolo diplomatico di rilievo in una questione fondamentale per la politica internazionale, in quanto prima nazione occidentale a occuparsi seriamente del dialogo con la Corea del nord.

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