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Lo stato dell’Unione

Perché Obama presenta una lista di riforme impossibili

Poteri di guerra per combattere meno e tasse per redistribuire la ricchezza.

22 Gennaio 2015 alle 06:18

Perché Obama presenta una lista di riforme impossibili

Barack Obama durante il suo discorso sullo stato dell'Unione (foto LaPresse)

New York. Raramente il discorso sullo stato dell’Unione contiene momenti memorabili o svolte politiche notevoli. Di regola è un discorso lungo e denso di tattica, costruito per raccontare all’America i desideri nobili della Casa Bianca e additare chi irragionevolmente impedisce che diventino realtà. Quello pronunciato da Barack Obama martedì sera non fa eccezione. I buoni dati sulla situazione economica permettono al presidente di parlare di “turn the page” e di dire che “l’ombra della crisi è passata”, mentre la maggioranza repubblicana che ora domina il Congresso offre a Obama il destro per lanciare idee ambiziose il cui fallimento sarà inevitabilmente attribuito all’opposizione ideologica e ottusa. Un accondiscendente editoriale del New York Times esplicita il meccanismo: “Lo stallo sembra quasi predeterminato per i prossimi due anni. Obama non deve confondere gli elettori su chi sia il responsabile della situazione”. Detto altrimenti: il presidente ha ottime idee sull’eguaglianza economica e sulla politica estera, ma la macchina dell’ostruzionismo repubblicano è già all’opera, animata da motivazioni squisitamente politiche. L’ennesima richiesta al Congresso di passare una legge ad hoc per autorizzare l’uso della forza militare per – formula standard – “degradare e infine distruggere” lo Stato islamico è un caso di scuola. L’opinione pubblica americana chiede maggiore decisione da parte della leadership americana contro il Califfato, e una legge che autorizza in modo specifico l’azione contro il nemico che estende la sua influenza fra l’Iraq e la Siria fornisce, almeno in teoria, le basi per un consenso bipartisan fra le colombe della Casa Bianca e i falchi repubblicani. Oltre a offrire la legittimazione del ramo legislativo di cui Obama ha bisogno per non apparire come il presidente che muove guerra a forza di ordini esecutivi. In linea di principio, i repubblicani sono pronti a negoziare sul tema – lo ha detto a più riprese lo speaker della Camera, John Boehner – ma i disegni di legge proposti fin qui dai democratici contengono enormi limitazioni alle misure militari che Washington potrebbe adottare per combattere lo Stato islamico.

 

La proposta del senatore democratico Robert Menendez, rappresentante della sinistra più rapace, proibisce categoricamente lo stanziamento di truppe in funzione “combat”; il libertario Rand Paul si spinge anche più in là, chiedendo la contestuale revoca della legge esistente che autorizza l’uso della forza militare in Iraq (ma non specificamente contro lo Stato islamico). Insomma, nel linguaggio di Obama invocare “nuovi poteri di guerra” significa chiedere al Congresso una legge più rigida e meno permissiva, un argine che confini l’uso della forza alle missioni aeree che sono lo strumento prediletto (e unico) nella concezione bellica di Obama. Il presidente chiede al Congresso una prudentissima legge sul dispiego delle forze militari per evitare di “prendere decisioni affrettate”: quando la “nostra prima risposta è inviare le truppe rischiamo di venire trascinati in conflitti inutili”, ha detto martedì. Della distruzione dello Stato islamico si deve occupare la “broad coalition” cucita dagli Stati Uniti, nella quale spiccano stati arabi, come ha ricordato il presidente. Nella coalizione anti Califfato combattono di fatto anche la Russia, l’Iran e il regime siriano di Bashar el Assad. Ma questo Obama non l’ha detto.

 

Obama non ha perso tempo a tendere le mani all’opposizione che saldamente controlla il Congresso. Ha riproposto l’aumento delle tasse ai ricchi e meccanismi di redistribuzione fiscale per favorire la classe media, ha parlato ancora dell’aumento del salario minimo, il college gratis, ci ha aggiunto l’estensione della maternità, gli asili gratuiti e altre misure che alimentano la vena narrativa dell’eguaglianza economica, non senza incursioni nel populismo da 99 per cento che innerva la sinistra antisistema, da Thomas Piketty a Elizabeth Warren: “Accetteremo un’economia in cui soltanto alcuni di noi stanno incredibilmente bene? O ci impegniamo per creare un’economia che genera salari più alti e possibilità per chiunque lavora?”.

 

[**Video_box_2**]Dove troverà le risorse per diventare l’eroe della middle class che vuole rialzarsi dopo che l’ombra della crisi è passata, Obama nel discorso sullo stato dell’Unione non l’ha detto, almeno non nel dettaglio. Non che non si sappia. L’aumento dell’aliquota sulle rendite finanziarie (ai livelli dell’èra Reagan: ma questo non l’ha detto), l’aumento delle tasse di successione, la riduzione degli sgravi fiscali per i fondi legati all’istruzione e una contorta riforma che alzerà le tasse sugli immobili che vengono passati in eredità dovrebbero contribuire alla realizzazione dei progetti obamiani. Ironicamente, non sono proposte che colpiscono soltanto i banchieri di Wall Street e le grandi corporation, ma tutti gli americani che stanno ripagando i debiti contratti per andare all’università o ereditano la casa dei genitori. In un certo senso, però, tutto questo non ha conseguenze. Obama non si aspetta di trovare al Congresso nei prossimi due anni i voti necessari per passare le riforme, ma il disperato piano di fattibilità, come ha spiegato un suo ex speechwriter, Jon Favreau, “non deve impedire il presidente dal proporre una soluzione che secondo lui risolverebbe il problema” della diseguaglianza. Peter Baker del New York Times ha posto la domanda cruciale nella nottata delle promesse impossibili e degli obiettivi irraggiungibili: “La domanda sollevata dal discorso è se promuovere iniziative senza speranze di successo costituisca un atto di leadership o una perdita di tempo”. Nel calcolo di Obama, naturalmente, enunciare l’agenda impossibile significa chiarire, al cospetto del popolo americano in prime time, che anche questa volta lui è dalla parte giusta della storia. Se le riforme non si concretizzeranno è perché la parte marcia della storia lo impedisce. E fare giustizia spetterà a chi verrà dopo di lui.

 

 

Mattia Ferraresi

Mattia Ferraresi

Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.

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