Dice un gesuita francese: “Quando la Compagnia era ancora cattolica”

Su Etudes è stata pubblicata qualche vignetta di Charlie Hebdo che ha come oggetto la chiesa cattolica. Tra le altre c’è Benedetto XVI che amoreggia con una guardia svizzera. Polemica.

15 Gennaio 2015 alle 06:30

Dice un gesuita francese: “Quando la Compagnia era ancora cattolica”

Alcune delle vignette pubblicate dalla rivista Etudes

Roma. In nome della fraternité e della liberté, la rivista di cultura contemporanea Etudes, una sorta di Civiltà Cattolica francese pubblicata dalla Compagnia di Gesù, ha inserito nel suo ultimo numero qualche vignetta di Charlie Hebdo che ha come oggetto la chiesa cattolica. Niente riferimenti al profeta Maometto né all’autoproclamato califfo Abu Bakr al Baghdadi. Su Etudes c’è Benedetto XVI che amoreggia con una guardia svizzera, tra sguardi languidi e guance rosse, c’è Franceso seminudo con tanto di peli sul petto che balla al carnevale di Rio de Janeiro. C’è perfino Cristo, crocifisso, che supplica l’umana pietà per essere schiodato da quel legno. “Anche noi siamo Charlie”, scrivono i soldati d’Ignazio francesi, redattori della rivista.

 

Ridere fa bene, e “l’humour nella fede è un buon antidoto al fanatismo”, specie di chi “prende tutto sul serio”. E pazienza se ciò che di solito viene preso sul serio siano il Papa, Gesù e il resto della Trinità. Non a tutti però l’iniziativa è piaciuta, neanche all’interno della Compagnia stessa. Padre Jean-François Thomas – che all’indomani dell’elezione di Ratzinger a Pontefice scrisse un lungo commento per France Catholique in cui difendeva il nuovo Papa dalle “meschine accuse” di essere un retrogrado conservatore – ha preso carta e penna e ha inviato una lettera al superiore provinciale di Francia, salvo poi decidere di rendere pubblico il tutto. Non si fa illusioni, dice, sull’esito di quella che definisce una “protesta”, comunque inoltrata a chi di dovere anche perché consapevole che “un buon numero di gesuiti della mia comunità la pensa allo stesso modo” benché “non possa o non osi esprimersi”. “Il numero natalizio del settimanale Charlie Hebdo”, dice il sacerdote, “ha rappresentato di nuovo un attacco a Cristo, alla Santa Vergine e alla fede cristiana. Pubblicare quattro caricature anti cattoliche – seppur scelte tra le più soft – su una rivista della Compagnia, è scandaloso”. La libertà di parola, scrive, “non è la libertà di offendere quotidianamente i credenti e di essere blasfemi contro Dio. La volgarità che si erge ad assoluto fa piangere e non fa altro che attirare ancora più odio”. Se la prende con la vignetta contro Joseph Ratzinger, a suo giudizio  la peggiore fra tutte quelle pubblicate in quanto “diffamatoria”, mentre quella che ha come tema la crocifissione è a dir poco “patetica”. “Non credevo”, aggiunge padre Thomas, “che certi gesuiti potessero ridere di un soggetto del genere. Personalmente piango ogni giorno per tutta la sofferenza vissuta nella loro carne da tanti cristiani perseguitati, molto meno difesi dalla redazione di Etudes”, periodico che, a giudizio del padre gesuita, “era una grande rivista quando la Compagnia aveva ancora il senso profondo di cosa vuol dire ‘cattolico’”. Personalmente, aggiunge, “io non faccio parte del gregge che si predispone a belare in coro, né in questo campo né in altri”.

 

[**Video_box_2**]Intanto, in uno degli ultimi appuntamenti della visita nello Sri Lanka – da oggi e fino a lunedì sarà nelle Filippine, il paese più cattolico del continente – il Papa ha nuovamente parlato della libertà religiosa, definendola “un diritto umano fondamentale. Ogni individuo – ha detto Francesco – deve essere libero, da solo o associato ad altri, di cercare la verità, di esprimere apertamente le sue convinzioni religiose, libero da intimidazioni e da costruzioni esterne”. Il giorno prima, intervenendo all’Incontro interreligioso che ha avuto luogo a Colombo, Bergoglio aveva auspicato che “la collaborazione interreligiosa ed ecumenica” sia in grado di dimostrare che, “per vivere in armonia con i loro fratelli e sorelle, gli uomini e le donne non devono dimenticare la propria identità, sia essa etnica o religiosa”. E’ questo il presupposto per sviluppare un dialogo che deve fondarsi su una presentazione piena e schietta delle nostre rispettive convinzioni”.

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