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Elogio di Angelo Panebianco, raro caso di editorialista libero

La mafia romana non esiste, scrive il professore. E la corruzione è meno vasta dell’ossessione nazionale che la circonda, con effetti devastanti. Sono tesi difficili da sostenere, che costano incomprensioni e  contestazioni, e lo isolano tra i suoi pari più convenzionali. Ma si deve dire: chapeau.

6 Gennaio 2015 alle 06:30

Elogio di Angelo Panebianco, raro caso di editorialista libero

Angelo Panebianco (foto LaPresse)

Roma. Poiché non è luogocomunista, il 2 gennaio ha dimostrato il raro coraggio dell’inconvenzionalità e su Sette, il Magazine del Corriere della Sera, ha scritto che quella di Roma, la cosiddetta mafia capitale, mafia non è. E poiché non ha nemmeno l’anello al naso, il 13 agosto del 2013 aveva criticato l’intervista al Mattino del famoso giudice Esposito – quello della condanna a Berlusconi, il magistrato poi finito a procedimento disciplinare (e prosciolto) proprio per quell’intervista – e in un editoriale aveva descritto con parole ferme, e non corrive, il ventennale squilibrio tra potere politico e “potenza” giudiziaria, argomento di cui lui si è occupato parecchie volte negli ultimi anni, e senza mai accarezzare per il verso giusto il pelo delle procure ma senza nemmeno per questo diventare berlusconiano (come alcuni vorrebbero che lui fosse, per banalizzarlo). Sessantasette anni, nato e cresciuto accademicamente a Bologna con parentesi di ricerca negli Stati Uniti, ad Harvard e a Berkeley, e in Inghilterra, alla London School of Economics, Angelo Panebianco in Italia è l’erede di Nicola Matteucci, il fondatore del Mulino, è insomma il vero prodotto di quella tradizione liberale che fiorì e inventò la casa editrice bolognese prima della sua evoluzione a sinistra, prima di Romano Prodi e di Nomisma, prima della sua definitiva trasformazione in un salotto affatto diverso.

 

Panebianco scrive da più di vent’anni gli editoriali sul Corriere della Sera, serissimo, talvolta pedante, noioso per gli stupidi perché non grida: mai infatti un eccesso, mai una sbavatura, nemmeno la sua barba – curata – è eccessiva, niente a che vedere con quella brada di Beppe Grillo. Panebianco è il vero moderato d’Italia, ha cioè la fermezza dei moderati, che non sono i trafficatori alla Pierferdinando Casini, gli abulici rentier alla Angelino Alfano, ma sono i veri laici, cioè coloro i quali sanno mantenere una distanza tra sé e le cose che dicono. Il 13 luglio scorso, per esempio, aveva criticato con durezza le politiche di Matteo Renzi sull’immigrazione e aveva stigmatizzato anche le aspirazioni “confusamente cosmopolite” della sinistra italiana, “una sinistra – aveva scritto Panebianco – che oggi potremmo definire francescana, costitutivamente incapace di tracciare una linea di confine fra ‘noi’ e ‘loro’ (e di ragionare quindi in termini di interesse nazionale), incapace di stabilire quanti e quali: quanti immigrati accettare, con quali caratteristiche professionali”. Il giorno dopo la pubblicazione di questo editoriale, all’università, dove insegna Scienza politica, a Bologna, Panebianco è stato oggetto per la seconda volta in un anno di un’aggressione da parte di gruppi studenteschi di ultra sinistra, che non lo amano, che non gli riconoscono il diritto a esprimersi, e ai quali lui ha risposto senza mai incresparsi, ma semplicemente continuando a scrivere esattamente come prima, esattamente le stesse cose. E insomma princìpi pochi, ma invincibili, i suoi – la libertà individuale ed economica, l’occidentalismo in politica estera, il bipolarismo in Parlamento – accompagnati da quell’eleganza formale che è l’antica grammatica italiana, codice difficoltoso da maneggiare, ma non per Panebianco, che consente di contenere persino la polemica dura sempre dentro una cifra di eleganza stilistica: contro le tasse di Renzi, contro i pasticci anomali di Berlusconi, contro l’inconcludenza violenta di Grillo, contro le riforme nella scuola (sia quelle di Beppe Fioroni sia quelle di Mariastella Gelmini).

 

[**Video_box_2**]Al Corriere, Panebianco rappresenta la sicurezza della Politologia, e fu Paolo Mieli, da direttore, a premiarne, valorizzandolo, lo stile preciso ma garbato, rendendolo in pochi anni una delle firme più riconoscibili del giornale borghese e del terzismo italiano, quella zona d’intelligenza e moderazione che stava a metà – terza, appunto – tra l’anomalia berlusconiana e il fluire progressista della sinistra prima comunista, poi diessina e infine ulivista. Scrisse una volta Panebianco, a novembre del 2004: “… Michele Salvati ha criticato i cosiddetti ‘terzisti’, termine improprio che, nel linguaggio giornalistico corrente, identifica alcuni intellettuali che alla militanza partigiana preferiscono l’analisi critica dei problemi pubblici e si sforzano di giudicare, armati solo di un pregiudizio a favore dei principi liberali, le politiche degli opposti schieramenti”. Un ruolo, questo, che Panebianco ha interpretato al meglio nel suo giornale, e senza mai fare il Rodomonte, senza mettersi in carriera, senza mai montanelleggiare come altri suoi illustri colleghi professori/editorialisti: non si ricorda infatti un solo cedimento di Panebianco all’alterna tirannia dei luoghi comuni e delle demagogie d’Italia, a cominciare dall’ultima e rutilante, quella di Grillo, il gran tribuno a cinque stelle che tra un vaffa e l’altro aveva sedotto anche qualche altro barbuto professore di Via Solferino. E insomma, Panebianco, al Corriere, è il professore vero. E’ quello che sul Corriere usa la dottrina, ma senza mai sporcarla di vanità, e con quel gusto speciale di non accarezzare sempre i fenomeni per il verso giusto, di non accontentare il senso comune: “Abbiamo raccontato a noi stessi, e al mondo intero, che a Roma c’è la mafia, trasformando così una grave vicenda di malversazione pubblica in qualcosa d’altro, e di ancora più grave. Perché poi stupirsi se gli inglesi prendono la palla al balzo e dicono che no, non si possono fare le Olimpiadi a Roma perché quella città è in mano alla mafia? Che gli italiani adorino autofustigarsi è provato dalle reazioni che molti di loro hanno quando si imbattono in qualcuno che non crede affatto che l’Italia sia il paese più corrotto del mondo occidentale. Parlo per esperienza”. Un’esperienza di contestazioni faziose, ma anche di applausi disinteressati. Chapeau.

Salvatore Merlo

Salvatore Merlo

Milano 1982, giornalista. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.

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