cerca

Titì forever

Thierry “The King” Henry è stato l’unico calciatore ad avere dedicata una statua quando ancora giocava. Ora lascia il trono. E’ nato alle porte di Parigi, ha giocato con Monaco, Juventus, Barcellona e New York Red Bulls ma ha amato solo l’Arsenal.

29 Dicembre 2014 alle 15:32

Titì forever

La statua di Thierry Henry davanti all’Emirates Stadium di Londra, “casa” dell’Arsenal

A sad day hearing Thierry Henry has officially retired from the beautiful game. What a great player and legend #Hero”. Quando il 16 dicembre il profilo dei supporter dell’Arsenal, Arsenal News, ha twittato l’addio al calcio del calciatore nato a Les Ulis, Francia, in molti, e non solo i tifosi della squadra londinese, pensano che effettivamente sia un giorno triste per il calcio. Erano passati solo pochi minuti da quando Thierry Henry aveva salutato tutti ai microfoni di Sky, piegato la sua ultima maglia, quella bianca con i tori rossi sul petto dei New York Red Bulls, e annunciato la fine della sua carriera sportiva. Un addio al campo, non al calcio. Il suo futuro sarà dietro un microfono, il ritorno nella sua città d’adozione, Londra, lì dove ha giocato per otto stagioni, lì dove ha fatto innamorare i Gooners, i tifosi dell’Arsenal, lì dove ha segnato un’epoca e si è guadagnato sul campo il titolo di “legend” e di “best Arsenal’s all time player”.

 

Thierry Henry ha detto basta a 37 anni, trenta dei quali passati su di un campo di calcio. L’età giusta per l’addio, il meglio alle spalle, l’apice raggiunto e mantenuto per diverse stagioni, tutto quello che un giocatore può vincere, già vinto: una Champions League, diversi titoli nazionali, un Mondiale e un Europeo. L’unica pecca, se pecca la si può considerare, il Pallone d’oro mancato, ma è uno smacco di poco conto soprattutto nel calcio moderno dove oltre ai meriti sportivi conta anche la risonanza mediatica delle imprese in campo. E in questo il francese non è mai stato all’altezza di giocatori magari meno dotati tecnicamente ma molto più ammiccanti con macchine fotografiche e telecamere. Un addio che era nell’aria, che poteva essere intuito dallo sguardo del calciatore il 29 novembre al Gillette stadium di Foxborough, Massachusetts, quando al termine della finale di Conference i New York Red Bulls vennero eliminati dai New England Revolution, fallendo così per il terzo anno di fila l’accesso alla finale di Mls (Major League Soccer). Henry si ferma al centro del campo guarda le tribune dello stadio, i suoi tifosi, gli ultimi, alza le mani, lo sguardo nel vuoto e saluta. Un saluto definitivo a tutti gli amanti del calcio.

 

Un addio che poteva essere rinviato però di almeno sei mesi. Il giorno dopo l’eliminazione infatti Arsène Wenger, allenatore dell’Arsenal, chiama il francese e gli propone un contratto fino a giugno. Un secondo ritorno con la maglia dei Gunners dopo l’addio del 2007 e la parentesi di due mesi del 2012. Sarebbe stata l’ultima maglia, quella più importante della sua carriera, il modo più romantico di salutare il calcio giocato. Thierry ci pensa, i ricordi sono vivi, la passione per i biancorossi londinesi è ancora accesa, ma gli anni sono passati, i compagni e rivali per una maglia da titolare sono tanti, agguerriti e soprattutto giovani e talentuosi. C’è però l’orgoglio, quello di chiudere al meglio, quello di concedere ai tifosi solo il ricordo migliore, quello degli anni passati, da non corrodere con prestazioni che potrebbero non essere all’altezza di quanto già fatto. Il “ci penserò” è cordiale, il no sincero. Il rammarico dell’allenatore pure, un posto glielo avrebbe trovato, anche a metà servizio, anche solo per qualche spezzone, perché la stima tra i due è antica e vivissima.

 

 

Henry e Wenger si conoscono, si rispettano, si capiscono: il primo è creatura del secondo, il secondo deve al primo parte della sua fama. L’allenatore francese scopre l’attaccante nel 1990, quando allena il Monaco. Gliene parla un amico calciofilo: “Vicino a Parigi gioca un ragazzino che promette molto bene, l’ho visto giocare contro mio figlio e ha numeri incredibili”. Wenger manda il fido Arnold Catalano a osservarlo. Il giudizio è entusiasta, Thierry viene acquistato dalla squadra del Principato, ha 13 anni, troppo pochi per arrivare a Monte Carlo e non bruciarsi, così l’allenatore lo lascia prima al Viry-Châtillon per un altro anno e poi lo manda a farsi le ossa al centro tecnico di Clairefontaine, l’accademia nazionale della federazione francese alle porte di Parigi, lì dove la Francia pallonara manda a svezzare i migliori talenti. Nel 1993 l’approdo alla selezione giovanile del Monaco. Molti gol, grandi numeri e qualche convocazione in prima squadra sino al debutto in Coppa di Francia. Wenger lo schiera da ala destra nonostante lo consideri un attaccante, ma con un reparto avanzato composto da Klinsmann, Ikpeba, Wreh e Djorkaeff è dura trovargli un posto.

 

Con l’addio al Principato del tecnico alsaziano, Thierry ci mette due stagioni a diventare titolare. Ottiene il posto nella stagione 1996/1997 in coppia prima con il brasiliano Sonny Anderson e poi con David Trezeguet. I due giocano, si divertono, si trovano a meraviglia, e iniziano ad attirare l’attenzione dei grandi club europei. Thierry diventa per tutti Titì, viene corteggiato prima dall’Inter, poi dal Real Madrid, infine firma un quadriennale con la Juventus nel gennaio del 1999 – pagato l’equivalente di 11,5 milioni di euro – con l’ingrato compito di sostituire Alessandro Del Piero infortunatosi seriamente – lesione del legamento crociato anteriore – l’8 novembre 1998 contro l’Udinese. Sostituire uno come Alex è impresa ardua, i tifosi dal francese si aspettano gol e assist, numeri e spettacolo. In cinque mesi scende in campo 18 volte, segna tre gol e dà l’impressione di essere un giocatore inadatto alla serie A, nonostante il grande potenziale.

 

Se Henry stenta in Italia, Wenger trionfa in Inghilterra: vince Premier League e FA Cup al secondo anno (1997/1998), non si riesce a ripetere per un punto la stagione successiva, si guadagna stima e fiducia. E inizia a battere i pugni sul tavolo della dirigenza. Vuole Henry, vuole allenare quel giocatore che ha scoperto e che non ha mai potuto realmente valorizzare perché esonerato ai tempi del Monaco. I vertici dirigenziali non sono convinti, Titì non ha entusiasmato alla Juventus, è magrolino, del tutto inadatto al calcio inglese fatto di agonismo, muscoli e contrasti, e poi sulle corsie esterne ci sono Marc Overmars e Freddie Ljungberg, altri esterni non ne servono. Wenger si infuria, minaccia le dimissioni e di convincere parte della squadra a seguirlo. Il manager dell’Arsenal è con le spalle al muro: spiegare alla proprietà e ai tifosi il perché delle dimissioni del tecnico, ritrovarsi con una squadra demotivata oppure assecondare l’alsaziano? Decide di fidarsi. Ad agosto convince Moggi a liberarsi del francese con 11 milioni di sterline. Henry raggiunge Wenger e il tecnico commenta: “E’ arrivato colui che darà lustro all’Arsenal nei prossimi anni”. Ma se l’allenatore è al settimo cielo, sono i tifosi a essere scettici. Alla presentazione allo stadio ci vanno in pochi: quel ragazzo non convince, “troppo esile, troppo secco” è il commento di una fanzine degli ultrà dei Gunners. Che sentenzia: “Uno così non dura. Wenger, questa volta l’hai fatta grossa. Sostituire Anelka (al tempo goleador dell’Arsenal) con un ex grande attaccante (Suker) e con un ragazzo senza fisico non pagherà”.

 

Henry con Arsène Wenger il giorno della presentazione all'Highbury

 

Le critiche al tecnico alsaziano si moltiplicano dopo le prime partite del precampionato. La squadra non convince, il gioco non c’è, i risultati sono altalenanti e dopo sei partite l’Arsenal è ottavo con l’aggravante di essere stato già sconfitto da Manchester United e Liverpool ossia due delle avversarie per il titolo. Il problema maggiore è però Titì. Fuori dal gioco, mai in partita, mai decisivo e cosa peggiore ancora a secco in campionato e con una grande colpa: se lui gioca uno tra Kanu, Suker e Overmars deve stare in panchina. Henry si presenta a Highbury, lo stadio dei Gunners dal 1913 al 2006, con un’accelerazione di 50 metri palla al piede sulla destra, sterzata al centro e tiro direttamente sugli spalti, con Bergkamp, beniamino del pubblico, liberissimo in area pronto a segnare indisturbato. In sei partite sbaglia qualsiasi cosa, si prende fischi e insulti, maledizioni e inviti a ritornarsene in Francia.

 

Alla settima di campionato, il 18 settembre, Wenger, esasperato dalle critiche, lo lascia fuori dagli undici titolari. L’avversario è il Southampton, squadra da bassifondi di classifica con la quarta peggior difesa. L’Arsenal però fatica, il gol non arriva e l’alsaziano al 71’ prova la carta Henry. Dagli spalti fischi, qualcuno si alza e se ne va, molti rimangono increduli e ammutoliti. Ammutoliti e increduli rimarranno anche sette minuti dopo: palla lunga del capitano Tony Adams, stop col sinistro di Titì, che si gira, fa due passi in orizzontale verso il centro e dalla lunetta dell’area di rigore fa partire un destro a giro che beffa il portiere. Prima rete. Primi applausi, l’inizio di quelli cha saranno otto anni di grandi gol e soddisfazioni. Fu quello il primo di 26 gol stagionali utili a raggiungere la seconda posizione in campionato, la qualificazione alla Champions League e la finale di Coppa Uefa persa ai rigori con i turchi del Galatasaray. I primi 26 tasselli dei 228 totali, miglior marcatore di ogni tempo dei Gunners. Una storia di gol iniziata quel 18 settembre 1999 e conclusasi il 9 gennaio 2012, durante i due mesi di prestito passati a Londra aspettando l’inizio della Mls, con due reti decisive per portare il bottino di gol in campionato a 175 e superare così il record di Cliff Bastin, ala e bandiera dei Gunners negli anni 30.

 

 

Thierry Henry abbandona il suo primo soprannome e diventa “The King”. Si tramuta in icona dei Gunners, diventa eroe e amore. Un amore talmente forte che supera l’addio al club del francese il 25 giugno 2007. Il Barcellona lo acquista per 24 milioni, lui cerca di convincere la società sino all’ultimo a non licenziare il vicepresidente David Dein – al quale era molto legato – e a non cacciare Arsène Wenger, ma la risolutezza della dirigenza lo spinge all’addio polemico. Non con i tifosi però, ai quali dedica una lettera pubblicata sul Sun: “Non sono mai stato triste come ora. Arsène Wenger ha detto che non rinnoverà il contratto alla scadenza, rispetto la sua decisione, ma io avrò 31 anni alla conclusione della prossima stagione e non posso rischiare di restare senza Arsène Wenger e David Dein. Non si può negare che la partenza del vicepresidente ha destabilizzato la situazione. Wenger è parte della mia vita. E’ stato il mio tecnico al Monaco ed è lui che mi ha portato qui. Amo l’Arsenal, i tifosi, lo staff e la città, ma il motivo che mi spingeva a rimanere qui erano queste due persone”.

 

Un addio che diventò beffa quando a metà luglio arrivò la conferma a sorpresa del tecnico alsaziano. Un addio che non incrinò il rapporto tra i Gooners e The King: al suo ritorno a Londra in maglia blaugrana, il 31 marzo 2010, i tifosi gli tributarono all’ingresso in campo al 77’ un’autentica ovazione, nonostante il Barça stesse vincendo all’Emirates Stadium per 2-1. Applausi e cori di incitamento, gli stessi che cantavano quando giocava con la maglia dei Gunners e uno striscione: “Forever Henry, once Gooner, always Gooner”. Thierry a fine partita venne chiamato sotto la curva dell’Arsenal e lì partirono quasi cinque minuti di applausi ininterrotti che non si fermarono neppure una volta che il giocatore, con le lacrime agli occhi, rientrò negli spogliatoi.
Henry fu il primo a segnare in quello stadio con la maglia dell’Arsenal nel giorno dell’inaugurazione e della partita d’addio a Dennis Bergkamp il 22 luglio 2006 (il primo in assoluto fu Jan-Klaas Huntelaar allora all’Ajax). Cinque anni dopo quel gol e un anno e mezzo dopo il tributo dei suoi ex tifosi, The King ritornò all’Emirates Stadium, ma questa volta non per giocare. L’evento si svolgeva all’esterno e di sportivo aveva solo il contorno. A mezzogiorno del 9 novembre 2011 Thierry Henry rimosse un drappo rosso sotto al quale era nascosta una statua di bronzo con le sue sembianze, esultante dopo un gol, inginocchiato sotto la curva: il suo vessillo. “L’immagine di questa statua è un esempio perfetto dell’amore che provo per questo club. Io in ginocchio di fronte all’Emirates con Highbury alle spalle: è incredibile. Vorrei ringraziare i tifosi – aggiunse – perché sono sempre stati speciali e per questo ho sempre cercato di dare il meglio di me stesso, anche se so che a volte questo non è stato sufficiente. Ma ho sempre dato tutto, per i supporter e per il club”.

 

Qualcosa di mai accaduto, di unico. Non perché non ci siano altre statue dedicate a calciatori – da Valderrama a George Best, da Bobby Moore a Stanley Matthews –, ma perché è stata la prima ad essere eretta in onore di un giocatore ancora in attività. Henry giocava in America, lontano dal grande calcio, ma al grande calcio sarebbe ritornato esattamente un anno dopo, sempre con la maglia bianco-rossa dell’Arsenal, per due mesi soltanto, utili a risentire l’inno della Champions, e a giocare in quell’impianto che ospitava al suo esterno il monumento a lui, il campione più amato della storia ultracentenaria dei Gunners.

 

 

“Thierry è una leggenda, un mito, qualcosa di eccezionale capitatoci sotto gli occhi. E’ stato il più forte giocatore ad aver vestito la nostra maglia, gli abbiamo regalato il nostro amore, lui il suo. Se ne è andato, ma anche andandosene non ci ha traditi, è rimasto fedele ai nostri colori, sia nelle parole che nei fatti”, ha detto in un’intervista di qualche anno fa lo scrittore Nick Hornby, grande tifoso dei Gunners. “Henry è l’Arsenal, pezzo distaccato del nostro cuore. La statua fuori dall’Emirates non è altro che un dono fatto a chi ci ha permesso di gioire per la nostra squadra, qualcosa di dovuto”, ha recentemente affermato il tennista Andy Murray.

 

[**Video_box_2**]Henry infatti fa parte di quella ristretta cerchia di giocatori “che si amano a prescindere dalle scelte fatte, dalle pieghe che prende la vita sportiva. Il suo trasferimento al Barcellona è stato traumatico, non lo nego, ma il rapporto con lui non ne ha risentito. Tra i tifosi e Thierry è rimasto un affetto che è impossibile da spiegare, che va oltre ogni logica calcistica. Il suo ritorno in prestito, anche se sono stati solo pochi mesi è stato eccezionale. Quando ha segnato, tutto lo stadio è impazzito di gioia, c’è stato un momento di estasi generale”, ha detto Roger Daltrey, cantante degli Who.

 

Henry come Paul Gascoigne, che quando ritornò da avversario, con la maglia del Tottenham, al St James’ Park per affrontare il Newcaste, squadra che lo aveva cresciuto e lanciato nel calcio professionista, trovò sugli spalti uno striscione con scritto “We are always crazy for Gascoigne” e, a partita conclusa, venne a gran voce chiamato sotto la curva per un’ovazione. Lui non si limitò a questo, decise di salire in tribuna e abbracciare i tifosi e bersi con loro una pinta di birra. Henry come Jimmy Greaves, bomber inglese da 375 gol in Premier e 44 su 57 gare in Nazionale, cresciuto nel Chelsea, un passaggio al Milan e poi ancora in Inghilterra al Tottenham. Al ritorno a Stamford Bridge, i suoi primi tifosi lo accolsero con cori di stima e lo sorressero per tutta la partita: non smisero nemmeno dopo il gol che condannò i blues alla sconfitta. Henry come Ruud Gullit, che quando tornò al Philips Stadion nel 1992 venne accolto da un fitto lancio di messaggi d’amore dei suoi vecchi tifosi e, dopo un numero sulla fascia, venne osannato come fosse ancora l’idolo dei Boeren.

 

Giocatori che superano le barriere del tifo, ai quali le tifoserie rimangono attaccate quasi come fossero bambini aggrappati a un peluche. Amori irripetibili, che superano il cambio di casacca, l’affronto di un gol da avversari. Amori che nel caso di Henry diventano eterni, diventano bronzo fuori dallo stadio, come fossero baluardi, esempi da imitare, eroi che il tempo non può sfumare né far sfiorire.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi