Dio, frate bue e sora volpe

Eduardo Savarese

Laudato sia il governo che, proprio alla vigilia della Natività, smentisce la depenalizzazione del reato di maltrattamento sugli animali. Proposta: diamogli i nostri stessi diritti, ricordandoci di Francesco e Chiara d’Assisi.

Caro Direttore, si apprende della puntualizzazione del governo sullo schema di decreto legislativo che, nel prevedere la non punibilità del fatto per reati sanzionati con la pena della reclusione massima di cinque anni, ove il giudice apprezzi la tenuità della condotta (e la non abitualità del comportamento), avrebbe condotto alla depenalizzazione del reato di maltrattamento degli animali, per consentire “una più rapida definizione (…) dei relativi procedimenti penali”. Dai tecnici del ministero della Giustizia arriva, infatti, la rassicurazione che questo reato non subirà gli effetti di depenalizzazione delle future norme. E, almeno di questo, bisogna davvero rallegrarsi. Perché la depenalizzazione (posso affermarlo in concreto per avere svolto le funzioni di giudice penale per un biennio), in linea di principio, è una risposta efficace del sistema giuridico ai tentativi sempre in agguato di edificare opinabili moralismi di stato, con la scusa del rafforzamento della legalità (termine quasi insoffribile per gli abusi cui lo condannano troppi sepolcri imbiancati). Il processo penale italiano (che funziona poco) è una macchina, allo stato, complessa, dispendiosa, rallentata: è necessario adoperarlo quando soluzioni meramente risarcitorie appaiono evidentemente insufficienti.

 

La norma penale, poi, e per sua natura, addita un fatto quale crimine, cioè come condotta caratterizzata dall’offesa a un bene reputato rilevante dalla comunità, prima ancora che dallo stato. Nel calderone dell’effetto depenalizzante che mi sento perciò di salutare con favore rischiava di finire, tuttavia, un reato dietro cui si annida non un transitorio passaggio di opinioni più o meno alla moda, ma una visione integrale della Vita: il maltrattamento di animali. Non voglio intrattenermi in ponderose analisi teoretiche. E arrivo, forse ciecamente, alla conclusione: la tutela della vita animale deve avere lo stesso valore della vita umana. Cito l’Alta corte del Kerala (pur se, nell’attuale frangente, mi costa richiamare la giurisprudenza indiana come esempio di civiltà), perché l’oriente arriva, talvolta, prima e meglio di noi a comprendere la realtà: “Anche se non appartengono al genere homo sapiens, gli animali sono esseri viventi che hanno diritto a un’esistenza dignitosa e a un trattamento umano senza crudeltà e torture (…); non è solo nostro dovere fondamentale mostrare compassione per gli amici animali, ma anche riconoscere e proteggere i loro diritti (…). Se gli uomini hanno diritti fondamentali, perché gli animali non possono averli?” (Nair v. Union of India, n. 155/99, giugno 2000). Il punto, dunque, sta in una domanda semplice: la nostra comunità crede che la vita degli animali sia degna dello stesso rispetto della vita umana? Oppure siamo legati a una concezione “reale”, sicché gli animali sono una specie un po’ più complessa di res? Se si sposa la prima posizione, non solo la depenalizzazione è aberrante, ma le pene attuali palesemente insufficienti. Ove, invece, si ritenga che sempre di res, di cose, si stia parlando, la depenalizzazione è risposta ragionevole ed efficace. Mi solleva che, forse, il “chiarimento” del governo sia motivato dal rifiuto di quest’ultima risposta. I limiti del discorso giuridico sui diritti mi paiono derivare da una visione della vita che spesso, in nome della laicità, finisce col soffrire di una gittata troppo corta. Il discorso giuridico, soprattutto nella parte in cui la comunità deve stabilire di punire una condotta come criminosa, deve fare i conti (lo so, per molti che un magistrato della Repubblica italiana sia così scarsamente laico sarà avvilente) con una prospettiva che abbraccia i significati profondi della vita, i processi lontani, immensi, e in larga parte ignoti (e forse imperscrutabili sino alla Fine dei Tempi), della Creazione. E non è che sia necessario immergersi in letture complesse per apprezzare il valore della vita animale! Basterà soffermarsi su due momenti della nostra tradizione italiana cristiana, cari a moltissimi, credenti o meno, e che voglio richiamare in questo Natale che si avvicina a pochi giorni dalla strage dei piccoli pachistani.

 

[**Video_box_2**]Allora cominciamo con lo sfogliare il testo napoletano di “Tu scendi dalle stelle”, scritto nel dicembre 1754 da Sant’Alfonso de’ Liguori: Quanno nascette Ninno. La nascita del Bambino scatena la reazione della natura, in primo luogo: gli uccelli “cantanno de na forma tutta nova” e gli animali vivono nella pace (“La pecora pasceva co’ lione / Co’ o caprette / se vedette / o liupardo pazzeà; / L’urzo e o vitiello / E co’ lo lupo ’npace o pecoriello”). Il canto dice dunque che la Creazione è un Tutto, che integralmente va preservato (anche con i mezzi insufficienti della giustizia umana che, pure, ci è data per farne l’uso migliore). Ma molti secoli prima due santi meravigliosi sapevano che nelle profondità della Creazione c’erano gli animali: Francesco d’Assisi, nel chiedere che si predisponesse a Greccio la scena della natività, fece allestire una capanna con bue e asino (attingendo ai Vangeli apocrifi). Non solo: richiese che, in quei giorni, agli animali venisse dato più fieno, a che potessero anche loro gioire della nascita del Salvatore. Quando, ricevute le stimmate sul Monte de La Verna, Francesco vi saliva in preghiera, frotte degli uccelli più vari gli andavano incontro ad accoglierlo. Infine, i frati francescani narrano tutt’oggi che, morto il santo, e presa l’abitudine di celebrare l’Ora Nona (le tre del pomeriggio, ora della morte del Cristo) con una processione che conducesse al luogo dove il povero di Assisi aveva ricevuto le stimmate, in un giorno di neve incessante, i frati non uscirono ad adempiere il rito, e fu così che, il giorno successivo, si trovarono sulla neve le tracce delle zampe degli animali del bosco che, in luogo degli uomini, avevano voluto ricordare l’ora del dolore e della salvezza, del loro amico, e dell’Amico della Creazione. Ma anche Chiara d’Assisi era mossa dalla stessa sollecitudine: visitando San Damiano, scoprirete, in targhette di accompagnamento alla visita dei luoghi, i richiami alle consorelle sul trattamento mite verso le creature (dalle tortore alle rose: anche le piante, dunque). La compassione profonda comporta naturalmente il rispetto della Vita in ogni sua forma: ma temo che il sentimento altissimo della compassione, l’unico che può salvarci (anche dalla crisi economica… fino alla salvezza dell’anima), si smarrisca nel perseguimento dell’efficienza, il nuovo Vitello d’Oro dell’Europa, e di un’Italia che dovrebbe fare esercizio di memoria dei suoi santi nel proteggere le creature deboli ed esposte alla crudeltà. Del loro destino, noi non solo e non tanto siamo chiamati a rispondere ora: soprattutto allora saremo convocati a rendicontare l’amministrazione della vigna dove passarono gli uccelli feriti, i cani presi a calci, i gatti bruciati vivi, le volpi martoriate.

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