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Va bene la lotta gay friendly, ma smettetela di banalizzare il presepe

Da qualche anno tutto si è complicato ed essendo il tutto frutto della complicazione del politicamente corretto, tutto si è banalizzato. Nessun luogo, al mondo, è ormai molestato come questo simbolo: chi leva, chi mette, chi corregge e l’ego dei vari proponenti trabocca fin quasi a cacciare il Bambinello dalla mangiatoia.

23 Dicembre 2014 alle 06:19

Va bene la lotta gay friendly, ma smettetela di banalizzare il presepe

Un presepe "tradizionale"

Te piace ’o presepe?” – chiedeva Luca Cupiello a quello screanzato di suo figlio Tommasino. Si sa, come lo sventurato rispose. Puntando almeno, lo sfaccendato, direttamente ad altro: “Voglio ’a zuppa ’e latte!”. Da qualche anno, invece, tutto si è complicato – ed essendo il tutto frutto della complicazione del politicamente corretto, tutto si è banalizzato. Nessun luogo, al mondo, è ormai molestato come il presepe: chi leva, chi mette, chi corregge, chi sottrae, chi aggiusta, e l’ego dei vari proponenti trabocca fin quasi a cacciare il Bambinello dalla mangiatoia. Bisogna purtroppo riconoscere che tra i più petulanti – giustissima battaglia, tediosissima prassi – ci sono i paladini dei diritti gay: ché essere gay friendly, tanto allestendo una vetrina in centro quanto nei servizi di concierge in hotel, così come sistemando le statuine del presepe, sempre bella figura (al massimo rapita ispirazione, come gli stilisti quando mettono in passerella una modella con tonaca e giarrettiera a vista: roba così) si fa. La buona sorte mutata in lagna perenne.

 

Adesso è venuta fuori, ultima ma di sicuro non ultima, questa storia del centro commerciale nel piacentino. A parte l’azzardo e insieme la felicità dell’idea del presepe nel peccaminoso tempio consumista (con annessi e connessi della stalla di Betlemme, siamo decisamente “in partibus infidelium”), mettere due san Giuseppe intorno alla culla, ecco, è l’ennesimo ritorno del (banale) sempre uguale. Primo, perché la stessa pensata (le statuine del padre putativo vanno via come il pane, e più di quelle delle pecore, in certi frangenti) l’avevano avuta, appena tre anni fa, al centro sociale “Paci’ Paciana” di Bergamo, ove il povero falegname, con un suo clone a ridosso di bue e asinello, stava a simboleggiare “una coppia di fatto”, che esibisce nella mangiatoia il figlio avuto grazie “alla fecondazione eterologa” – trattasi, col terrificante linguaggio che i nuovi diritti accreditano ma che ogni suggestione sradica, di “famiglia omogenitoriale”, in fuga dall’omofobia peninsulare come in seguito dal feroce Erode. Secondo, proprio a voler restare nell’ambito della correzione politica: e la sottovalutazione della Madonna (della mamma, della donna), al centro di un vertiginoso mistero, dove la mettiamo? Ora, già buona grazia che al posto dei due san Giuseppe non abbiamo messo direttamente Elton John & David Furnish, appena convolati a giuste nozze, pur con i Beckham al posto dei pastorelli – molto più pop e molto più fashion – ma dov’è la correttezza nella logica per cui, per far spazio ai propri convincimenti (che poi, se tutto è omofobia si rischia che niente sia omofobia, a cominciare dagli stronzi che davvero vorrebbero gli omosessuali dove li metteva Hitler) si fanno fuori gli altri protagonisti? Pare, il presepe gay, l’invenzione post-femminista della Madonna oggetto. Almeno, si legge nelle cronache, nell’allestimento presso il seminario di San Miniato, Maria e Giuseppe sono rimasti al loro posto, e per marcare la giusta causa sono solo stati aggiunti due pastorelli maschi che si tengono mano nella mano, tra ovini e comete – manco fossero al Gay Pride.

 

[**Video_box_2**]Continua molestia, per il povero presepe: si è vista pure la povera Moana nuda, in quello allestito anni fa presso l’amministrazione di Bologna, nella Sala d’Ercole. E alcuni anni fa, due deputati della Rosa nel pugno (do you remember?) ebbero la bella pensata di piazzare due coppie gay (bamboline e bambolotti simil-Barbie) direttamente nel presepe allestito a Montecitorio, e innalzavano cartelli con sopra scritto “Anche in Italia il matrimonio gay come nella Spagna di Zapatero” e “Pacs Now”. Infiniti i presepi con immigrati di ogni genere, col bambinello dalla pelle scura (forse neanche troppo lontano dall’originale). E nella cattedrale di Agrigento, per la Natività del 2010, Maria e Giuseppe erano al loro posto, ma mancavano i Re Magi. Al loro posto una scritta: “Si avvisa che quest’anno Gesù bambino resterà senza regali: i magi non arriveranno perché sono stati respinti alla frontiera insieme agli altri immigrati”. Così banale essere provocatori per forza. E al di là della buona battaglia, il presepe sta sempre meglio nelle mani di sant’Alfonso Maria de’ Liguori che dell’Arcigay.

Stefano Di Michele

Diplomato in ragioneria, però con il minimo dei voti. Prima del Foglio, è stato per molti anni all’Unità. Ha studiato (con profitto) dalla suore, dove ha frequentato l’asilo e le elementari. E’ stato iscritto (non pentito) al Pci. Gli piace oziare, avere del tempo da perdere, leggere libri sui bizantini. Non viaggia, non sa l’inglese, non ha un blog, non capisce di calcio, non sa suonare nessun strumento musicale, non ha la patente. Ama appassionatamente i gatti, i papaveri e i cocomeri. Ne ha due (di gatti): Borges e Camilla. Detesta i cacciatori, la gente con la pelliccia, i toreri, i cristiani rinati (se non è venuta buona la prima ci sarà un motivo) e i Suv. Adora Elias Canetti, Borges (gatto e poeta), Brunella Gasperini, Pessoa, la Yourcenar, Cèchov, Kavafis, il suono della fisarmonica, il tenente Colombo, le strisce di Mafalda e andare la sera – a sentir racconti e a raccontare – dar filettaro. Da credente, è convinto che ci sia qualcosa di miracoloso e divino negli animali, negli alberi e nei versi di Emily Dickinson. In generale si fida della polizia, dei preti (a volte) e dei vecchi comunisti.

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