Il leader nordcoreano Kim Jong Un (foto AP)

Meglio Chaplin del web

Il Grande Dittatore fece ridere il mondo, non si ride di Kim Jong-un

Spettacolare disastro della libertà causato dagli hacker di Pyongyang. La “Pearl Harbor del 1° emendamento”.

Roma. Il presidente Obama ha scelto una linea dura. Ieri ha affermato: “Nessun dittatore ci imporrà la censura. E la Sony ha sbagliato a ritirare il film dalle sale. Me lo avessero domandato, avrei risposto di non farlo. Risponderemo nei tempi e nei modi che decideremo”. Ma il caso “The Interview” – la commedia di Seth Rogen e James Franco in cui si ride del regime nordcoreano, ritirata dalle sale cinematografiche dopo le minacce di un gruppo di hacker – è arrivato ieri al dunque con un comunicato dell’Fbi: ci sono “abbastanza informazioni per concludere che il governo della Corea del nord è responsabile di queste azioni”. Un’analisi dell’attacco informatico dei Guardians of Peace ha dimostrato collegamenti con “i software che l’Fbi è certa siano stati prodotti dalla Corea del nord” e ha individuato indirizzi Ip associati alle infrastrutture cibernetiche del regime. L’obiettivo era “infliggere danni significativi a un’azienda americana e calpestare il diritto di espressione dei cittadini americani”. E il diritto è stato effettivamente calpestato. La diffusione del film in cui due agenti della Cia uccidono il dittatore Kim Jong-un è stata cancellata. Il giurista Alan Dershowitz l’ha chiamata “la Pearl Harbor del Primo emendamento”. La Casa Bianca aveva già fatto capire che non si trattava di una sofisticata operazione di hackeraggio di una compagnia privata da parte di un gruppo di cyberterroristi in cerca di dati sensibili e scambi di email imbarazzanti; si trattava di un’aggressione di tipo politico, ordinata dal regime facendo affidamento sulle risorse cibernetiche interne oppure appaltando il servizio a una nuvola di mercenari riunita sotto il nome rivelatore di Guardiani della Pace. Era così che Nixon nel suo viaggio in Cina aveva definito gli americani che proteggevano la Corea del sud.

 

Pyongyang ha colpito un’azienda per colpire un ideale. Lo ha detto ieri il segretario per la Sicurezza nazionale, Jeh Johnson: “E’ un attacco alla nostra libertà di espressione e al nostro modo di vivere”. Le autorità americane ora confermano la paternità dell’attacco, ma le impronte digitali di Pyongyang erano sparse ovunque. Uno dei paradossi di questa breccia, il più letale attacco informatico della storia a un’azienda, è che un regime militare paranoico e pericoloso, con capacità atomiche e diritti umani sotto zero, ma tutto sommato debole, isolato e preda di cicliche crisi economiche, è riuscito a colpire un pilastro dell’american way of life. Con armi convenzionali difficilmente ci sarebbe riuscito. La minaccia che il regime non è in grado di agitare in modo credibile nel mondo reale, fisico può esercitarla in forma digitale, più rarefatta ma non priva di conseguenze. A Natale gli americani non vedranno questo colto cinepanettone a tema nordcoreano, danno contemporaneamente economico e simbolico. L’intellettuale conservatore Bill Kristol suggeriva il parallelo con il 1940, quando gli americani facevano la fila al cinema per vedere Charlie Chaplin che sbeffeggiava Hitler nel “Grande Dittatore”.

 

E Hitler era il tiranno più pericoloso del mondo, non l’erede di un’insulare dinastia militare asiatica. George Clooney si riferisce a questo quando parla di un “nuovo paradigma” e l’attore aveva diffuso una petizione di solidarietà a Sony, sperando che la mobilitazione di Hollywood potesse convincere l’azienda a non farsi intimidire dalle minacce nordcoreane: non ha firmato nessuno.

 

[**Video_box_2**]Il problema ha a che fare con l’efficacia dei mezzi: e paradossalmente i mezzi che mettono Pyongyang nelle condizioni di colpire l’America sono gli stessi a cui si attribuisce un ruolo salvifico nella realizzazione del progresso. Connettività e apertura digitale sono forze che con una mano emancipano e con l’altra soggiogano; gli oppressi con uno smartphone in tasca diventano rivoluzionari in potenza, ma i dittatori isolati con un esercito di hacker-schiavi diventano improvvisamente pericolosi.
All’inizio del 2013 il direttore esecutivo di Google, Eric Schmdit, ha fatto una visita a sorpresa in Corea del nord assieme a Bill Richardson, ex governatore del New Mexico e già mediatore per il rilascio di un prigioniero americano detenuto dal regime di Pyongyang. Schmidt ha spiegato alcuni mesi dopo lo scopo della visita: “La Corea del nord è l’ultimo paese chiuso del mondo. Un paese che ha sofferto per la mancanza di informazioni. Internet è stato costruito per tutti, anche per i nordcoreani. Il modo rapido per creare crescita economica in Corea del nord è aprire la rete”. Era molto più di un viaggio per aprire nuove opportunità di business; era una missione del corpo diplomatico della società aperta alla corte dei suoi nemici. Portavano la fiaccola della di libertà digitale ai popoli oppressi. Il manager di Google ha organizzato le sue riflessioni sulle capacità di internet di spezzare i regimi nel libro “The New Digital Age”, dove scrive: “L’emancipazione digitale sarà per alcuni la prima esperienza di emancipazione nella loro vita, dando la possibilità di essere ascoltati e presi sul serio”. L’emancipazione non vale solo per i benintenzionati. “Per un hacker sufficientemente dotato, finanziato e motivato, tutti i network sono vulnerabili”, ha scritto sul Wall Street Journal Bruce Schneier, esperto di di sicurezza della scuola di legge di Harvard: “Per questo gli esperti di sicurezza non sono sorpresi dalla vicenda della Sony”. Tutto, secondo Schneier, dipende dalle capacità degli hacker e dalle motivazioni. Un incursore informatico in cerca di numeri di carte di credito cambierà presto bersaglio se al primo tentativo trova troppi ostacoli; ma un aggressore motivato da un’agenda ideologica non si farà spaventare, e tenderà a sviluppare le competenze che gli mancano. Grazie alla rivoluzione digitale questo lo possono fare anche in Corea del nord.

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