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Matrimoni immaginari

La verità della coppia non è mai la mia versione o la tua, è la faccia nascosta della luna. L’illusione, la disillusione e la possibilità di essere “noi”. Leggendo Nicholls e McEwan.

8 Dicembre 2014 alle 09:23

Matrimoni immaginari

Edward Hopper, “Hotel sulla ferrovia”, 1952 (collezione privata). Insieme, in mezzo ad altre persone, si cercano con lo sguardo e credono di sapere che cosa l’altro stia pensando

Che cosa significa davvero “noi”? Che cosa siamo, quando diventiamo noi? Mai più una sola storia, perché dentro quella storia è entrata la vita di un altro, la versione di un altro, i suoi occhi addosso e il suo punto di vista. Quello che lui (o lei) si aspetta, quello che non succede, quello che lui crede di sapere e non sa. Come me, che ascolto soltanto la mia versione e mi guardo solo con i miei occhi mentre dico: prova a metterti nei miei panni. Una sera sul divano trascorsa insieme non è mai una soltanto, perché appartiene anche all’altro: il suo sguardo e la sua presenza modificano ogni cosa che ci riguarda, come quando la mano di Tereza stringe forte il polso di Tomás, di notte, ne “L’insostenibile leggerezza dell’essere” di Milan Kundera, e cambia tutto: lui, che prima di Tereza non ha mai voluto dormire con le sue amanti, si sveglia e sente il peso di quella mano, da cui non può liberarsi, perché quella mano stretta significa: noi. Non sono più io, siamo noi due. Per qualche tempo o per molti anni, per troppo poco o per tutta la vita. Sul divano e nel mondo, ma con occhi e versioni diverse, e l’impossibilità di decidere quale sia la verità. La verità non esiste più: ci siamo noi, il nostro sguardo sull’altro, e quello che la vita insieme fa alle persone con la mano stretta intorno al polso. Così adesso ci sono tre modi di vedere la stessa cosa: la mia versione, la tua, e un altro modo misterioso, nascosto, attraverso occhi che nessuno dei due riuscirà a indossare.

 

I romanzi appena usciti di Ian McEwan e David Nicholls raccontano due matrimoni diversi, simili soltanto nella lunga durata, e due coppie di mezza età, marito e moglie che invecchiano, uno accanto all’altra da decenni, ciascuno nella propria parte del letto, ciascuno con un’idea in mente, che a volte si inabissa e a volte ricompare: noi. E all’improvviso, nella prima pagina, ma è l’improvviso solo per chi lo racconta, è l’improvviso per chi ha in mano la propria versione e la trasforma in verità, succedono cose diverse. Nel romanzo di David Nicholls, “Noi” (pubblicato da Neri Pozza), la moglie sveglia il marito nel cuore della notte. D’estate, poco prima che il figlio parta per il college. Lui, perché questo romanzo è la sua versione, il suo punto di vista, pensa subito ai ladri, si trascina di stanza in stanza e controlla porte e finestre, poi risale in camera e rassicura sua moglie, dev’essere il rumore che fa l’acqua nei tubi, le dice. Ma lei non vuole essere rassicurata, non ne ha bisogno. “E chi ha parlato di ladri? Ho detto che secondo me il nostro matrimonio è arrivato al capolinea, Douglas. Penso che ti lascerò”. Abbiamo fatto del nostro meglio, siamo stati bravi con nostro figlio, siamo stati anche felici insieme, gli dice, ma ora che il nostro lavoro è finito, voglio voltare pagina. Ricominciare. Douglas ha cinquantaquattro anni, fa lo scienziato e ama sua moglie, fino a quel momento la sua verità è stata: un matrimonio felice, la donna che amo e che mi ha rimesso al mondo, nostro figlio che mi detesta ma è normale. Anche Fiona Maye, giudice della sezione Famiglia dell’Alta corte britannica, convinta di riuscire a portare ragionevolezza e giustizia (quindi verità) in situazioni difficili, estreme, è certa di amare, riamata, l’uomo che le dorme accanto da trentacinque anni. E nella prima pagina del romanzo di Ian McEwan (“La ballata di Adam Henry”, Einaudi), la sua verità placida e seria, la sua versione di quella vita insieme senza figli ma con grandi responsabilità e soddisfazioni viene spazzata via mentre riascolta l’eco delle proprie parole: “Stronzo! Sei solo uno stronzo!”. Il marito, cinquantanove anni, forse ancora bello, le ha annunciato, mescolando lo scotch nel bicchiere, dentro il loro salotto, nella loro bella casa, che ha deciso di avere una storia con un’altra (Melanie, ventottenne, esperta di statistica). “Non sei stata tu a dirmi una volta che nei matrimoni che durano anni si finisce per sembrare come fratello e sorella? Beh, ci siamo arrivati, Fiona, sono diventato tuo fratello. E’ un rapporto dolce, affettuoso, e io ti voglio bene, ma prima di tirare le cuoia ho bisogno di una bella storia passionale”. Se lei non sarà d’accordo non importa, lui ha deciso, vuole “farsi un ultimo giro”.

 

Così in un attimo non c’è più noi, non c’è nemmeno vita sommersa, un tradimento segreto (Fiona l’avrebbe preferito), ma l’annuncio di una verità unilaterale che spalanca una porta da cui non si voleva passare. Crediamo sempre di conoscere chi ci sta accanto. Nostro marito, nostra moglie. E li conosciamo davvero: quanto zucchero nel caffè, quali libri, il modo di scendere dal letto la mattina, i gesti per raccogliere i capelli nel fermaglio, la radio in bagno a tutto volume con la rassegna stampa che gracchia mentre scroscia l’acqua nella doccia. Anche il tempo che ci mette a passare da arrabbiato a non più arrabbiato, e l’espressione che farà adesso, quando gli dirò di quella cena sabato sera. Ma c’è una sola faccia visibile: è come quando dalla terra guardiamo la luna, e molte cose saranno per sempre in ombra. Altre, semplicemente, non vorremo mai vederle, le confineremo in un angolo buio, lo sgabuzzino dei segreti e delle cose non dette.

 

Quand’è stata l’ultima volta che abbiamo fatto l’amore?, chiede a Fiona il marito, e lei non sa rispondere, non vuole, non è quello il punto, non pensava che fosse così importante. Nella versione di quella moglie che rappresenta la giustizia e decide delle vite altrui, compone dissidi, litigi feroci sull’affidamento dei figli, sulla vita dei bambini in attesa di trasfusioni, e cerca la verità fra le macerie create da quelli che un tempo si sono amati, il marito ha imposto un ultimatum, e ha gettato la luce cattiva dello sconforto e della fine su una vita che lei credeva di conoscere: è diventato un altro, uno sconosciuto che vuole essere giovane e tiene in mano un bicchiere di scotch. Non è così, le risponde lui. Prova a rovesciare la questione. Prova a metterti nei miei panni. Tu che faresti?

 

Prova a metterti nei miei panni, prova a guardarti con i miei occhi, adesso devi essere allo stesso tempo te e me, sentire la mia paura di morire, vedere le tue caviglie ingrossate, la tua stanchezza, la tua distrazione, il tuo mondo che è sempre da un’altra parte, dentro un libro o dentro le vite degli altri, mai dentro la mia. E’ questo che si deve fare, quando si è in due, quando si è un “noi”? Sviluppare la capacità massima di immaginazione affettiva, accorgersi di continuo che la propria versione è incompleta e colmarla.

 

Mia madre mi diceva spesso, contrariata: se tu potessi vederti con i miei occhi, e io immaginavo lei che si toglieva gli occhi e me li passava: io li indossavo, più scuri dei miei, e vedevo questa bambina col muso, arrabbiata per qualche ingiustizia subìta, ma non mi bastavano i suoi occhi per cambiare idea su quell’ingiustizia. Glieli restituivo volentieri: sto meglio con i miei, grazie. Non posso mettermi nei tuoi panni, non voglio: prendi tu i miei occhi e vedrai la vita insensata degli adulti che si affannano ad arrabbiarsi per una parola sbagliata, per un ritardo, che stanno zitti a tavola e tolgono il piatto via di scatto e poi si chiudono a parlare in bagno (ma non potevano parlare a tavola?).

 

E’ quello che la vita insieme fa alle persone, ed è qualcosa che procede per accumulo, un giorno dopo l’altro, una tovaglia dopo l’altra: ci si legge nel pensiero e si finisce per credere di sapere tutto. Così il protagonista di “Noi”, svegliato di notte dalla verità di sua moglie, decide di mettersi nei suoi panni, di leggerle nel pensiero per riconquistarla: prova a tornare indietro nel tempo e guardare tutta la loro storia, il loro matrimonio, anche con gli occhi di lei, che a una festa venticinque anni prima ha sorriso e ha sbagliato il nome di quel ragazzo impacciato e nervoso che difendeva la scienza discutendo con un fricchettone “artista del trapezio”, convinto che i festival rock avrebbero sconfitto tutte le malattie. Lui, il marito, pensa che non può finire così, la vita senza di lei non è concepibile, e forse può ancora recuperare quell’accumulo di sbadigli, distrazioni che stanno portando la moglie via da lui, dentro un altro letto, forse, dentro una nuova possibilità di vita a due. Prepara un promemoria, un decalogo: dieci linee guida per cambiare lo sguardo di sua moglie sulla loro vita (sii dinamico! Non mostrarti mai “troppo stanco” o “non dell’umore giusto”. Non pretendere di avere ragione su tutto, anche se ce l’hai. Sii spiritoso. Accetta le canzonature e non reagire con astio o penose recriminazioni. Sii sempre allegro). E’ il tentativo estremo, goffo, ridicolo, commovente perfino, di un uomo che sente di avere sprecato i giorni a essere se stesso, invece di impegnarsi ad ascoltare lei, a usare i suoi occhi e a renderla felice. Fiona invece, nel romanzo di McEwan, resta immobile: non ha intenzione di andare incontro al punto di vista di suo marito, non può corrispondere a quella patetica insoddisfazione sessuale, resta nei propri panni, sconvolta ma salda, e lo guarda dalla finestra che trascina un trolley con dentro probabilmente le sue giacche migliori, mette il bagaglio sul sedile posteriore dell’auto, accende il motore ed esce dal parcheggio (“Fiona udì il mormorio dell’autoradio: musica leggera. Ma se la odiava, la musica leggera”). Lui è esasperato, lei è delusa, sotto choc, con metà parte del letto improvvisamente deserta.
Ma noi che leggiamo vediamo la terza cosa, quella misteriosa: i buchi che la vita lascia addosso alle persone. Le cose che mancano, l’ostinazione, lei che non alza la testa dalle sue carte, il senso di superiorità e il distacco, e lui con la camicia bianca aperta sul collo, con addosso il terrore di diventare vecchio e basta, il bisogno che qualcuno gli dica: sei ancora vivo. E in mezzo a tutti questi buchi ci sono le frasi che non pronunciamo, che ci muoiono dentro prima di arrivare alle labbra. Lei vorrebbe dirgli di restare, ma si trattiene, vorrebbe cercarlo, ma si sentirebbe ancora più umiliata. Il protagonista di “Noi” vorrebbe mostrare la disperazione per quell’idea di abbandono, vorrebbe urlare, ma si trattiene. Così alle versioni di noi stessi sconosciute all’altro si aggiunge anche tutto quello che abbiamo pensato, sognato e mai detto, e le frasi pronunciate soltanto dopo aver chiuso il telefono, oppure dentro la testa o nell’orecchio di qualcun altro (nei litigi lui dirà: ma non me l’hai mai detto!, e lei risponderà: dovevi capirlo, era così evidente!, lei poi dirà, magari piangendo: perché non me l’hai mai detto?, e lui risponderà: te l’ho detto).

 

[**Video_box_2**]Se si rinuncia alla verità, e si accetta il groviglio di cose felici e infelici che ci contengono, si può arrivare al nucleo fondamentale: non ha senso dire “la mia vita”, perché adesso, per quel poco o tanto, quella è la nostra vita, anche con i pensieri indicibili e la faccia in ombra della luna. Quando le due versioni non coincidono, quando io ricordo di averti detto “amore” e tu sei certo che ti ho detto “addio”. In una nuova serie americana, “The Affair”, la storia d’amore (un adulterio, una vita sommersa) viene raccontata per metà da lui, che ha incontrato quella ragazza portando la famiglia in vacanza, e per metà da lei, che in questo posto di vacanza vive e lavora con un lutto terribile nel cuore. Lui ha quattro figli, lei ne ha perso uno piccolo. Un commissario di polizia li ascolta, prima uno e poi l’altro, in ogni puntata, e niente di quello che succede, quello che fanno insieme, è mai la stessa storia per entrambi. Anche nudi a letto, sono due versioni diverse di una vita segreta. Ognuno adorna la propria storia con quello che avrebbe voluto, si sarebbe aspettato, con ciò che lo rende meno colpevole, perfino. Non sono bugie, ma è l’impossibilità di stabilire tra due persone: è andata così. Ed è il motivo per cui la stessa cosa che ci ferisce e ci strazia è molto più lieve, più comprensibile, quando i feritori diventiamo noi. Siamo come il protagonista dello spettacolo con le luci puntate addosso, e come il giudice Fiona Maye, certi di essere abbastanza liberi dalle emozioni per stabilire dove stia la giustizia, o almeno un’assoluzione piena. Fino a quando tutto diventa spettacolarmente irrazionale, e ci mette di fronte all’imprevedibilità dell’esistenza che avevamo creduto di comprendere e di maneggiare con abilità. Succede in questi due romanzi e succede nella vita insieme, quando si diventa “noi”, e si accetta che una faccia della luna resti per sempre in ombra. Lui che fuma alla finestra. Lei che scrive qualcosa al tavolo della cucina. Loro due insieme, in mezzo ad altre persone, che si cercano con lo sguardo e credono di sapere che cosa l’altro stia pensando. Ci sono momenti in cui funziona tutto meravigliosamente, e sembra di avere in mano la cosa occulta: le due versioni coincidono, la luna non è mai stata così grande e accesa. Carol Blue, la moglie di Christopher Hitchens, saggista e scrittore inglese morto pochi anni fa, ha raccontato in una postfazione a una raccolta di saggi le cene vocianti e gioiose che improvvisavano a casa loro, dove Hitchens si alzava per un brindisi che durava venti minuti. Dopo quelle sere perfette, lui la guardava e le diceva: “Che bello essere noi”.

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