Lo strano enigma del prezzo in picchiata del petrolio, geopolitica a parte

Leonardo Bellodi

Fino a pochi mesi fa il prezzo del barile era a 115 dollari. Oggi è sceso di quasi il 40 per cento e non vi è una ragione che da sola riesca a spiegare le dinamiche di questo crollo.

Un rebus avvolto in un mistero dentro un enigma. La famosa frase pronunciata da Churchill nel 1939 a proposito della Russia calza a pennello con quanto sta succedendo oggi nel mondo del petrolio. Fino a pochi mesi fa il prezzo del barile era a 115 dollari. Oggi è sceso di quasi il 40 per cento e non vi è una ragione che da sola riesca a spiegare le dinamiche di questo crollo. E quando non vi è una logica apparente, nascono e si alimentano le teorie più fantasiose che descrivono complotti e intrighi. Molti giurano che l’Arabia Saudita, paese sunnita, non abbia fatto niente in occasione dell’ultimo vertice di Vienna dell’Opec per tagliare la produzione al solo fine di punire la Russia e l’Iran per l’appoggio dato al regime sciita siriano di Assad. Altri pensano che sia una mossa per togliere all’Iran la possibilità di giocare di nuovo un ruolo centrale nella regione soprattutto in un momento in cui molti lo considerano un alleato prezioso nella lotta all’Isis. In effetti, l’Arabia Saudita ha una situazione che le permetterebbe di fare qualche ragionamento geopolitico: conta per più del 30 per cento dell’intera produzione dell’Opec, ha risorse finanziarie enormi, un surplus di bilancio e uno dei più bassi costi di produzione del petrolio al mondo. Sono però in molti ad avere una visione diversa e a pensare che in realtà l’atteggiamento saudita non sia dettato da logiche geopolitiche ma commerciali. Il vero obiettivo sarebbero gli Stati Uniti che con un prezzo del petrolio così basso potrebbero non ritenere più conveniente l’esplorazione e produzione di shale oil e gas a casa loro. E’ una spiegazione verosimile dal momento che gli Stati Uniti stanno diventando sempre più autosufficienti e l’Arabia Saudita potrebbe alla lunga diventare un alleato e un partner commerciale sempre meno necessario. Un’altra spiegazione plausibile è che l’Arabia Saudita non ha cercato di aumentare i prezzi memore dell’esperienza degli anni Ottanta quando l’Opec cercò di intervenire senza successo: malgrado il taglio alla produzione i prezzi continuarono a scendere con l’unico risultato di una perdita di quote di mercato e soldi per i paesi del Golfo.

 

Vi è poi una corrente di pensiero che non guarda agli intrecci geopolitici ma più semplicemente a quanto è successo nel mercato del petrolio negli ultimi anni. Alla fine degli anni Novanta, il barile si vendeva a poco meno di 10 dollari al barile. Pochi anni dopo, il prezzo ha cominciato a salire vertiginosamente a causa dell’aumento della domanda, soprattutto in Cina. Ciò ha portato il greggio a 100 dollari, un valore che ha incentivato le compagnie a cercare e produrre in zone del mondo prima poco convenienti. Negli Stati Uniti per esempio, si è cominciato a produrre il cosiddetto tight oil che ha raggiunto circa 4 milioni di barili al giorno (la produzione mondiale è di più o meno 76 milioni di barile al giorno). L’aumento della produzione non ha però avuto alcun effetto sui prezzi a causa della situazione in Libia e delle sanzioni in Iran. Dopo l’estate di quest’anno molto è cambiato: la Libia ha il più alto livello di produzione di petrolio e gas dall’inizio della rivoluzione, il regime di sanzioni sull’Iran è stato in parte alleggerito e soprattutto la domanda in Giappone, Europa e Cina è scesa. L’aumento della produzione, la diminuzione dei consumi e la percezione da parte degli operatori che i conflitti internazionali non avranno ripercussioni significative sulla produzione mondiale avrebbero dunque fatto collassare il prezzo del 40 per cento. E’ quasi impossibile prevedere cosa succederà nei prossimi anni. Ma sappiamo che questa situazione non è, come si potrebbe pensare, una buona cosa per tutti.

 

[**Video_box_2**]Lo è certamente per i consumatori. Si è calcolato che in alcuni paesi la diminuzione del prezzo della benzina possa corrispondere a un aumento salariale del 2 per cento. Lo è sicuramente per le industrie. Dall’altro lato però, una riduzione così accentuata potrebbe alimentare l’instabilità politica internazionale. Il budget statale della Russia per esempio è stato calcolato con un prezzo del petrolio a 100 dollari al barile. Putin ha dichiarato al G20 in Australia che stanno rifacendo i calcoli e che non vi è niente da temere. Ma un acuirsi della crisi economica in Russia, già duramente colpita dalle sanzioni internazionali potrebbe alimentare spinte nazionalistiche e desideri revanchisti. La situazione è ancora peggiore in Iran il cui bilancio statale regge, pare, con un petrolio a 140 dollari al barile. Il regime di Rohani ha promesso condizioni sociali migliori per tutti e su queste promesse poggia anche il tentativo di avvicinarsi alla comunità internazionale. Se le aspettative andassero deluse, le istanze estremiste cavalcherebbero il malcontento. Analoghe situazioni sono in Libia, Algeria, Egitto le cui economie sono dipendenti dalla produzione e vendita di idrocarburi. Il prezzo del petrolio non è solo un enigma per come si forma, lo è anche per le sue conseguenze imperscrutabili.

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