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Roma fuori mercato

In un paese (davvero) liberista non sentiremmo parlare di cupole e cravattari. O molto di meno. Indagine economica sulle radici pubbliche della corruzione. Se la mazzetta va di moda (e l’Italia non è l’Eden) prendetevela con la burocrazia e l’elefantiasi dello stato. Altro che fare leggine.

5 Dicembre 2014 alle 06:24

Roma fuori mercato

Legge e bustarella pari sono? “Abolite lo stato e abolirete la corruzione”, ha detto il premio Nobel per l’Economia Gary Becker

Sarà colpa del neoliberismo? L’inchiesta sulla “mafia capitale”, che segue quella sull’Expo, che segue quella sul Mose, che ne segue infinite altre, riporta il tema della corruzione al centro del dibattito. A prescindere dalle responsabilità dei singoli – che saranno accertate dalla magistratura – è importante evitare una trappola retorica: quella di vedere, in ciascuno di questi episodi, una vicenda isolata, che si presta allo schema narrativo del “re stregone e la sua cupola”. Non ci sono mele marce da cui liberare l’albero dell’Eden per il semplice fatto che non c’è alcun Eden: in Italia la corruzione, a vari livelli, è un fenomeno endemico. Lanciare grida moraliste di stupore non è una soluzione ma solo la ricetta di don Raffaè: quella per cui lo stato “si costerna s’indigna s’impegna poi getta la spugna con gran dignità”. Bisogna rimuoverne le cause strutturali. E, per farlo, bisogna anzitutto capirne le ragioni.

 

La corruzione non può essere ricondotta alla mera (e ovvia) disonestà degli individui coinvolti. Se la tentazione fa l’uomo ladro, cambiare l’animo umano è forse un obiettivo ammirevole, ma rimuovere la tentazione è un approccio più realistico ed efficace (del resto, nel “Padre nostro”, il fedele non chiede a Dio di essere angelicato, ma di non essere indotto in tentazione). La corruzione non è un’anomalia inspiegabile: è un comportamento economico razionale sotto determinate condizioni. Alcune persone corrompono, e altre si lasciano corrompere, se i costi attesi sono inferiori ai benefici: cioè, se la probabilità di essere catturati è bassa (e la sanzione contenuta) e se i vantaggi derivanti dai favori ottenuti sono abbastanza grandi.

 

La letteratura economica si misura col tema della corruzione da almeno quarant’anni, e cioè da quando Susan Rose-Ackerman ha pubblicato il fondamentale articolo “The Economics of Corruption”. Quell’articolo mette in luce un aspetto banale ma non ovvio: la corruzione può esistere sia nel settore privato sia nel pubblico, ma è solo nel pubblico che produce conseguenze sistemiche. Questo perché rende friabile il terreno su cui le imprese si muovono e determina un’asimmetria tra gli “insider” che godono di protezione e gli “outsider”. Tutti gli studi empirici, sia riferiti ai paesi sviluppati sia a quelli in via di sviluppo, confermano che la corruzione scoraggia gli investimenti, influenza l’allocazione della spesa pubblica e inibisce la crescita.

 

[**Video_box_2**]Quali sono, però, gli elementi che favoriscono la corruzione, e cosa fare per ostacolarla? Un paper di Paolo Mauro per il Fondo monetario internazionale suggerisce che il brodo di coltura della corruzione è dato dall’ampiezza dell’interventismo pubblico e dalla sua discrezionalità. La corruzione cresce con l’iper-regolamentazione, l’erogazione di sussidi e l’opacità delle scelte e dei processi decisionali. Di conseguenza, scrive Mauro, “la liberalizzazione, la stabilizzazione, la deregolamentazione e la privatizzazione possono ridurre significativamente le opportunità di corruzione”. Un’indagine di George Clark e Lixin Colin Xu per la Banca mondiale a sua volta dimostra che “si può ridurre la corruzione attraverso la privatizzazione e la concorrenza”. La ragione è intuitiva: in un regime concorrenziale, un impiegato infedele può naturalmente prendere bustarelle per agevolare un fornitore, ma normalmente questo determina extra costi che di solito emergono rapidamente, e nella peggiore delle ipotesi possono condurre al fallimento della società stessa. Il pubblico non ha, di norma, gli anticorpi della disciplina di bilancio.

 

Un’altra caratteristica della corruzione è la sua contiguità alla spesa pubblica, e in particolare alla spesa in conto capitale. Analizzando il caso siciliano, Guglielmo Barone e Gaia Narciso hanno trovato che la mafia si stabilisce preferenzialmente nei comuni che riescono a ottenere trasferimenti pubblici più cospicui. Ciò finisce per “spiazzare” gli investimenti produttivi, ulteriormente abbattendo le prospettive di crescita.

 

Non è un caso se il livello di corruzione – stimato attraverso l’indice di Transparency International – è correlato a una serie di indicatori che rilevano l’apertura del mercato e la qualità delle istituzioni, quali l’Indice delle liberalizzazioni dell’Istituto Bruno Leoni, l’Indice della libertà economica della Heritage Foundation, l’indicatore sulla Regulatory Quality della Banca mondiale, e misure di performance come la classifica Doing Business e quella della competitività del World Economic Forum. Incrociando tutti questi indicatori emergono le debolezze strutturali dell’Italia. Liberalizzazioni e privatizzazioni servono a contenere la corruzione perché implicano una restrizione del perimetro dei favori possibili. Ma questo non è sufficiente. Finché esistono poteri pubblici, esisteranno opportunità di corruzione: come ha detto una volta Gary Becker, “abolite lo stato e abolirete la corruzione”. Senza spingersi a lambire il territorio dell’anarchia, però, c’è molto da fare. Se liberalizzazioni e privatizzazioni erodono il beneficio atteso dalla corruzione, infatti, l’erogazione di sanzioni adeguate ne accresce il costo. Le pene, soprattutto, devono essere credibili: più che grida manzoniane, serve una giustizia ben funzionante.

 

Un ultimo aspetto riguarda la trasparenza e la governance dei processi pubblici. Rendere visibili le transazioni tra il privato è cruciale, così come lo è limitare le “prelature personali” all’interno della Pubblica amministrazione. Le best practice internazionali, per esempio, prevedono la sistematica rotazione dei dirigenti apicali della Pa, per evitare il formarsi di consorterie e il consolidarsi di rapporti.

 

I migliori alleati di corrotti e corruttori, insomma, sono l’interventismo pubblico, le lungaggini giudiziarie e le rigidità burocratiche. I loro nemici sono invece le riforme che obbligano lo stato a fare poche cose e farle bene. Non sorprende dunque che i fatti di cui si parla anche in questi giorni riguardino appalti o imprese pubbliche. La presenza dello stato nell’economia è il cortile di casa della cattiva politica. La corruzione è nello stato: la legalità è liberista.

 

Carlo Stagnaro

E’ nato nel 1977. E’ direttore Energia e ambiente dell’Istituto Bruno Leoni. Oltre che col Foglio, collabora con varie pubblicazioni italiane e straniere. Fa parte della redazione della rivista Energia e ha pubblicato articoli su testate specializzate quali Oil & Gas Journal ed Energy Tribune. Per l’IBL cura l’Indice delle liberalizzazioni; il suo ultimo libro è “Sicurezza energetica. Petrolio e gas tra mercato, ambiente e geopolitica”. E’ sposato con Silvana e ha un figlio, Andrea.

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