Il maestro Riccardo Muti (foto LaPresse)

Muti al primo scrutinio: la cronaca

Stefano Di Michele

L’alma mia nessun più smova, e partì lo spartito inaugurale. Un Direttore al Quirinale. L’Italia nel mondo salvata dalla musica che prende il posto delle chiacchiere costituzionali.

"L’alma mia nessun più smuova…”, pensò il nuovo presidente della Repubblica, Riccardo Muti, mentre si apprestava a leggere il giuramento davanti alle Camere in seduta comune: “Giuro di essere fedele alla Repubblica e di osservarne lealmente la Costituzione”. Subito dopo partirono i ventuno colpi di cannone a salve dal Gianicolo, festevole saluto al successore di Giorgio Napolitano. La chioma folta e corvina del Maestro, ormai Presidente, leggermente sussultò al rimbombo, osservando dalla scranno più alto il carnaio di deputati e senatori attruppati sotto di lui nell’aula di Montecitorio. Boom! “Or mi sovviene, è come nell’Otello, quando entra in porto la trireme veneziana: atto terzo, scena quinta, mi pare”, mormorò al presidente del Senato, seduto alla sua sinistra. Grasso annuì pensieroso: “Vero, simile alla festa di Santa Rosalia, signor Presidente!”. Era stato eletto al primo colpo, il Maestro, lo scorso martedì venti gennaio (“Presenti 979, votanti 977, astenuti 2, voti Muti voti 752...”: dal comunicato ufficiale), festa di San Sebastiano. “Come Bach”, aveva segnalato la mattina a casa, mentre faceva colazione. Già nel suo primo discorso, subito dopo la proclamazione, il Presidente Muti con chiarezza aveva delineato la sua visione dell’Italia da capo dello Stato, affatto disgiunta dalla visione stessa del Maestro Muti, rievocando, dopo aver ringraziato per il consenso ricevuto, “il Paese che con Guido D’Arezzo ha dato il nome alle note, che con Corelli ha inventato la forma concerto, che con la Camerata de’ Bardi ha inagurato il melodramma, che con Stradivari e Guarnieri ha fabbricato gli strumenti più fiabeschi del mondo”.

 

Ma simile al predecessore Napolitano, non ha mancato di bacchettare la rissosità tra i partiti, che pure praticamente all’unanimità gli hanno proposto di salire al Quirinale. “Per mestiere mi capita di seguire dieci linee musicali, che si intersecano e si contrappuntano, ma tendono all’armonia. Invece se metti anche solo tre politici in televisione, subito si gridano addosso, e non si capisce più nulla”. A ulteriore ammonimento, ai parlamentari elettori citò la scritta che sovrastava l’orologio davanti alla villa comunale della sua Molfetta, ove si recava giovinetto a passeggiare: “Mortales vos esse docet quae labitur hora”. Applauso corale, e corale precipitarsi di mani maschili sotto il banco. Poi, a capo scoperto, nonostante una leggera e fredda pioggerellina che cadeva su Roma, a bordo della Lancia Flaminia del 1960, con a fianco il presidente del Consiglio Renzi (che non mancò di proporre un selfie, Altare della Patria sullo sfondo), scortato da corazzieri a cavallo e motociclisti, giunse al Colle. E qui si è posto subito all’opera – sia politica, sia lirica, essendo sua ferma intenzione, come avvertì da subito i leader politici, di servire il Paese sia nella nuova veste di capo dello Stato, sia nella consolidata e meritatamente lodata veste di direttore d’orchestra. “Un po’ al Quirinale col dott. Marra – scandì – un po’ in Illinois con la Chicago Symphony Orchestra. E tenete pure conto dell’Orchestra dei Wiener Philarmoniker, della Symphonieorchester des bayerischen Rundfunks, dell’Orchestre Nationale de France, e della New York Philarmonic...”. “Certo, Riccardo, certo – incoraggiò Renzi – Ehi, ragazzi, il Presidente c’ha pure l’Opera di Roma...”. Muti sussultò, come se tutti gli elefanti dell’ “Aida” fossero entrati a briglia sciolta nel Salone dei Corazzieri. Fece un largo gesto con la mano, quasi a indicare una ciurma di immaginari orchestrali: “Quella, se Dio vuole... Piuttosto, è mia ferma intenzione occuparmi costantemente dell’Orchestra giovanile Luigi Cherubini, da me fondata. La bacchetta, insomma, non la lascio...”.  Napolitano, lì a fianco, gli sussurrò un’ultima indicazione politica: “Per sicurezza, tieni a portata di mano pure ‘a peroccola... Con questi qui, l’eccessiva confidenza è ‘a mamma d’a mala criànza. Ora io vado, che Clio mi aspetta. Tu stammi bene”. Così, il musicale settennato – tra iniziale italico sconcerto, e successiva indiscussa ammirazione – ebbe a cominciare.

 

[**Video_box_2**]Da subito, Muti attentamente esaminò, fornito di apposita strumentazione, i vasti saloni del Quirinale, alla ricerca di quello avente l’acustica migliore. Con ovvio inizio dalla Sala della Musica. Né la Sala del Bronzino né la Sala degli Scrigni, però, risposero alle sue aspettative,  l’ampio Salone delle Feste fu rapidamente assegnato alle prove dei giovani della Cherubini, e pareva che giusto il Salone degli Arazzi rispondesse alle presidenziali esigenze. “Vorrei portare qui il mio pianoforte, casomai ci fosse da intrattenere qualche illustre ospite. E un secondo sarebbe da sistemare lassù, allo studio della Vetrata”. Subito dopo il nuovo Presidente pose mano ai principali dossier, oltre che a un accurato calendario di visite ufficiali capaci di contenere tanto l’opportuno incontro con gli altri capi di Stato, quanto il suggestivo abbinamento con qualche opera, in loco diretta dal nostro capo dello Stato. Magari per Obama è possibile ripetere lo strepitoso “Falstaff” fatto a Busseto, “con orchestra ridotta come lo fece Toscanini”. E certo a Tokio, quando si tratterà di incontrare l’imperatore  Akihito, magari suonare con la Tokio Metropolitan Symphony Orchestra, così da riparare al torto subito l’estate scorsa, quando gli orchestrali dell’Opera romana nel Sol Levante non si recarono. Immenso verdiano, immenso wagneriano, Muti – che diresse un “Parsifal” da ognuno giudicato straordinario – potrebbe certo deliziare frau Merkel, sottratta per qualche ora alla petulanza renziana sui vincoli europei, con un “Tannhaüser” finora mai diretto. E per il presidente Hollande, che ha similari patimenti sia sentimentali che politici, in apposito salone dell’Eliseo, o direttamente dal podio della già sperimentata Orchestre Nationale, la rarissima “Symphonie funèbre et triomphale” di Berlioz.

 

Per l’Italia, l’opera politica e musicale del Presidente Muti si è rivelata, nel volgere di pochi mesi, di straordinario successo. Nell’Argentina di Bergoglio, il Verdi del “Macbeth” e della “Messa da Requiem”, accompagnati dalla Simfonica Nacional e Filarmonica di Buenos Aires, hanno segnato un momento di tale empatia che manco Evita rediviva avrebbe potuto tanto. E proprio con i suoi ragazzi della Cherubini, Muti si è presentato per la prima visita a Papa Francesco, recante  il capolavoro di Poulenc, “I dialoghi delle carmelitane” – opera significativa e insieme opportuna. E i novant’anni del suo predecessore Napolitano sono stati festeggiati presso il San Carlo, musiche di Scarlatti e Paisiello e Cimarosa, che per decenni, prima della salita al Colle il Maestro ha con insuperabile maestria praticato. Omaggio siffatto, con rare perle, quali “Nina ossia la pazzia per amore” e “Chi dell’altrui si veste presto si spoglia”. Raccontano al Quirinale che al momento il Presidente è molto concentrato in vista dell’inagurazione a Milano dell’Expo 2015 – e così marcherà la sua presenza, il capo dello Stato, non solo con il suo intervento di apertura dell’evento, ma pure con un trionfale ritorno alla sua Scala, ove dirigerà un capolavoro assoluto quale il “Fidelio” – “una sorta di inno del mondo”, ebbe a spiegare Muti stesso anni fa. Impegno, il suo, fin dall’inizio salutato con favore quasi dalla stampa tutta. Sul Corriere della Sera, visto il nuovo clima politico, de Bortoli aveva commissionato un editoriale a Paolo Isotta, di Muti amico e ammiratore, dal titolo emblematico: “Quando urge il periglio”, ove il critico musicale aveva elogiato  il grandissimo direttore d’orchestra, “il più grande vivente insieme con Bernard Haitink”, come il grande presidente che già si annunciava. “Maestro, ’a bellezza vostra!”, ha salutato Isotta, spiegando che, per la felicità di simile evento, fosse il caso di intonare, piuttosto che Mameli, “’O miercurì d’ ’a Madonna ’o Carmine”, seppure fosse avvenuta l’elezione di martedì. Su Repubblica, significativamente, Eugenio Scalfari, eccezionalmente pure lui di mercoledì, scriveva un solido articolo tra il politico e il personale: “Solo con Muti la sera andavamo all’Opera”. Dal Quirinale, si sa, il presidente ascolta, suona e per il meglio opera. La sapienza sua avrebbe dei Mozart a profusione e insuperabili Beethoven ancora da spendere per il bene della Patria. E per il Capodanno prossimo, invece del discorso, concerto, come quelli a Vienna dalla sala dorata del Musikverein. Renzi è già stato esortato a restare composto durante la “Marcia di Radetzky”.

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