Il cda Rai, ormai insondabile come la materia di cui sono fatti sogni e incubi (immagine dal “Fantasma dell’Opera”, film di Joel Schumacher del 2004 tratto dal musical di Andrew Lloyd Webber)

The Phantom of Rai

Marianna Rizzini

Fenomenologia dei consiglieri di amministrazione. Tutti a bordo di un vascello che fluttua senza meta come l’Olandese volante.

Magari fosse davvero una leggenda gotica, quella del cda Rai, ormai insondabile come la materia di cui sono fatti sogni e incubi (“ma che combinano i consiglieri? sono impazziti? e perché il consigliere del Tesoro ha votato contro il provvedimento del Tesoro e i consiglieri di centrosinistra contro il governo di centrosinistra?”, si sente dire in giro da qualche giorno, da quando il cda ha impegnato a maggioranza l’azienda a presentare ricorso contro il prelievo forzoso del canone, voluto da Matteo Renzi per coprire parte degli 80 euro in busta paga). Fosse davvero una leggenda gotica, questa storia della creatura aziendale misteriosa che non si sa bene più quanto e a che cosa serva, dove vada e a che pro, si vedrebbe apparire di notte il fantasma del cda Rai, nella nebbia, tra flutti alti quasi quanto l’albero maestro – un po’ catafalco un po’ “Olandese volante”, il vascello maledetto condannato per l’eternità a solcare i mari senza una meta precisa, senza poter tornare a casa e senza poter toccare terra altrove, sballottato da onde di tempesta verso Giava o verso il Capo di Buona Speranza, terrore di chi lo avvista all’orizzonte (oggi lo avvistano da Palazzo Chigi, il vascello-cda, e trasecolano al pensiero di quei Gherardo Colombo e Benedetta Tobagi, consiglieri di cosiddetta “società civile”, che votano per il ricorso anti prelievo accanto ai consiglieri di centrodestra Antonio Verro e Guglielmo Rositani, ma soltanto dopo aver ascoltato il parere di “illustri giuristi”). Intanto qualcuno dal vascello scende – vedi Luisa Todini, imprenditrice e figlia di grande imprenditore delle costruzioni, protagonista in gioventù di un Bildungsroman nella Pampa argentina, poi eurodeputata, poi cardine delle relazioni industriali con la Russia ma pure con l’Ucraina, poi quasi-candidata alla presidenza della regione Lazio, poi nominata (sotto il governo Monti) consigliere Rai per l’area Pdl-Lega e infine scelta (sotto il governo Renzi) per la presidenza di Poste italiane. Todini si è dimessa dal cda per sottolineare “l’irresponsabilità del gesto” dei colleghi, ed è andata a “In mezz’ora”, trasmissione dell’ex presidente Rai Lucia Annunziata (su Rai3), a dire che i giornalisti della tv pubblica “amano il potere” – ed è stato subito apriti-cielo in zona Usigrai.

 

Se nei porti del nord, due o tre secoli fa, qualche marinaio vedeva nel misterioso veliero funereo – frutto della sua immaginazione o di un miraggio – le minacce espansionistiche di chissà quale potenza oscura e straniera, oggi gli alfieri della trasparenza talebana in politica, davanti alla sagoma fluttuante del cda Rai, innalzano grida sempre uguali: “Poteri forti!, poteri forti!”, dicono, vedendo sempre un qualche Bilderberg acquattato nell’ombra (quale consigliere risponde a chi?, si domandano i cultori del gioco di società Rai, in area grillina ma non solo). “Ecatombe a bordo” (la peste, la peste!), si sospettava a riva quando dalle acque spuntava uno scafo non conosciuto, senza apparente nocchiero al timone – e la massa dei marinai impressionabili, nell’ora in cui il vino di locanda distorceva ricordi e paure, raccontava come un sol uomo di aver visto spuntare dal nulla la nave fantasma con il suo capitano ormai scheletrico sul ponte, intento a giocare a dadi col diavolo in persona. Ma in Rai “l’ecatombe”, come dice una più recente ma sempre fosca leggenda autoctona di Viale Mazzini, avvenne una volta sola: “Durante Tangentopoli, nel 1993”, ricorda un insider, “quando i democristiani vennero presi di mira, sebbene sempre nei modi felpati tipici del carrozzone televisivo pubblico”. E, dice l’insider, “c’era chi cercava di riciclarsi, di mascherarsi: complice la furia spazzatutto in politica, i cda successivi divennero meno esplicitamente lottizzati, e sempre più inclini a imbarcare gente della società civile”. “Rai dei professori”, si diceva quasi con orgoglio, lì per lì, all’idea di avere ai vertici della tv pubblica gente del calibro di Claudio Dematté, pro-rettore della Bocconi e ordinario di Economia aziendale (caso ha voluto che la seconda occasione della Rai in teoria de-politicizzata, quella “dei tecnici”, arrivasse, quasi vent’anni dopo, per opera di un altro professore bocconiano di nome Mario Monti).

 

Professori come panacea di tutti i mali, questo era il credo espresso in editoriali e commenti tv in quel lontano ’93 (poi però, a distanza di tempo, Bruno Vespa definì i professori “persone di prim’ordine svincolate dai partiti, ma animate da furia moralizzatrice e rivoluzionaria”). Nominato presidente della tv pubblica su indicazione degli allora presidenti delle Camere Giovanni Spadolini e Giorgio Napolitano, Dematté, vagamente angustiato per le lettere anonime che giungevano e che conservava, forse a beneficio di futuri tribunali, nella cassaforte del suo ufficio, aveva altre quattro figure di chiara fama intellettuale attorno: i consiglieri Tullio Gregory (filosofo), Feliciano Benvenuti (giurista), Elvira Sellerio (mente-demiurga della casa editrice omonima) e Paolo Murialdi (giornalista). E siccome un’altra leggenda Rai dice: “Guarda il direttore generale e capirai i consiglieri”, come se tra dg e cda si stabilissero quelle strane leggi di somiglianza acquisita, valide tra coniugi dopo vent’anni di matrimonio come tra cane e padrone dopo un decennio, quell’anno il dg Gianni Locatelli, ex direttore del Sole 24 Ore, divenne simbolo della corrispondenza biunivoca tra azienda e vascello fantasma del cda: cda che c’è, ma spesso non si vede. Cda che in qualche modo parla, ma in qualche modo è come se non ci fosse (e però, quando meno te lo aspetti, come nel caso del ricorso sul prelievo del canone, può tirare brutti scherzi a governi amici e nemici, seppure sempre in nome della giustizia, della legalità e della costituzionalità, come hanno detto i due consiglieri di “società civile” Gherardo Colombo, ex magistrato di Mani pulite, e Benedetta Tobagi, scrittrice e figlia di Walter Tobagi, giornalista ucciso in un agguato delle Brigate rosse nel 1980. “Legalità e costituzionalità”, è stata la bandiera del loro “no” al provvedimento voluto dal governo (renziano), governo espresso pur sempre dal partito (Pd) che tanto li aveva coccolati nei giorni bersaniani.

 

Ma la smania di “mettere un intellettuale” nel cda delle nebbie viene da lontano, da prima di Tangentopoli e da molto prima degli anni in cui Bettino Craxi definiva il Consiglio, non ancora riformato in senso restrittivo (con meno componenti), “un numero telefonico”, e precisamente un “643111”, per via della proporzione immutabile dei consiglieri, rigorosamente lottizzati in quantità di sei democristiani, quattro socialisti, tre comunisti, un repubblicano, un socialdemocratico e un liberale. “Metterci un intellettuale” era stata una suggestione potente anche negli anni Sessanta. Fu così che Giorgio Bassani, lo scrittore, fresco di pubblicazione del romanzo “Il giardino dei Finzi-Contini” e vincitore del Premio Viareggio, fu chiamato a ricoprire la carica di vicepresidente Rai dopo l’ingresso del Psi al governo, per volere di Pietro Nenni. Bisogna mandare in Rai “una grande personalità della cultura e non un funzionario”, si diceva nelle riunioni di partito, come racconta un funzionario dell’epoca, “bisogna dare un segno”, “mettere le persone giuste al posto giusto”. Bassani nel 1963 entra in Rai, si occupa di programmi culturali, resiste meno di tre anni (nel 1966 si dimette per protesta contro i dirigenti del giro Ettore Bernabei che hanno approvato nuove nomine senza consultarlo, per giunta durante un suo viaggio all’estero). Ed è infatti sempre attorno alle nomine che si gioca il balletto spettrale del cda (e dei suoi presidenti). Capitò così in anni molto più vicini a noi (2009) che il presidente Rai Paolo Garimberti, ex firma di Repubblica ed ex corrispondente da Mosca con il vezzo di dirsi non-spettatore di reality show, giunto in azienda in anni di grande lotta tra il direttore generale Mauro Masi e Michele Santoro, venisse attaccato per una questione di nomine non soltanto dai consiglieri di sinistra ex-dicci e di sinistra postveltroniana (Nino Rizzo Nervo e Giorgio Van Straten), ma anche dall’allora segretario del Pd Dario Franceschini, autore di un leggendario sms (“su questa linea non posso seguirti”, aveva scritto Franceschini a Garimberti, reo, agli occhi del suo mondo, di aver detto “sì” ad alcune nomine indigeste per il partito e per gli altri consiglieri di centrosinistra, con grande scorno della stessa Repubblica, inizialmente felice di avere un così illustre rappresentante nel cda Rai, poi via via più imbarazzata). Soltanto lo jogging intensivo sul Lungotevere poté salvare il presidente Garimberti dalla crisi di nervi (oggi invece è sotto tiro, per diversi motivi, la presidente tecnica Anna Maria Tarantola, accusata pubblicamente di “pavidità” da Benedetta Tobagi). C’è da dire che in seguito il flemmatico Garimberti si è vendicato: definito da Santoro “uno che imita Ponzio Pilato senza averne la statura”, ha risposto invitando il conduttore a “non fare il demagogo”, ché, se Santoro voleva “épater le bourgeois”, lui, Garimberti, “non si faceva certo épater”.

 

[**Video_box_2**]Non tutto, però, in cda, è spiegato dalla suddetta legge non scritta per cui a ogni dg corrisponde un “tipo” di consigliere e viceversa: per quanto si cerchi di capire se davvero il tecnico Luigi Gubitosi abbia ceduto “tecnicità” ai suoi consiglieri, tocca alla fine rassegnarsi al fatto che Colombo & Tobagi restino profondamente “non tecnici”, e tenacemente convinti di rispondere alla sempre osannata e idolatrata società civile, un fantasma ancora più fantasma del cda stesso. (Quasi incredibile resta poi il caso del tecnicissimo Marco Pinto, consigliere in quota Tesoro che, sul prelievo del canone, ha votato di fatto contro il Tesoro, azionista Rai). Comunque era tutto già scritto: nell’estate 2012, a nomina imminente, Colombo & Tobagi, nomi clou delle trasmissioni di Fabio Fazio (Colombo anche di Fabio Volo), avevano fatto sapere di essere pronti alla missione a-partitica. Ma le donne di “Se non ora, quando?”, in particolare nella persona di Marina Terragni, si erano inaspettatamente dissociate dalla scelta: io non ho indicato espressamente Tobagi, aveva scritto Terragni. E Gad Lerner, dal suo blog, nonostante la sua stima per la società civile in generale, aveva fatto trasparire qualche dubbio: grande rispetto per “l’autorità morale” dei due quasi-nominati consiglieri, per carità, ma, aveva scritto Gad, Colombo & Tobagi, a suo avviso, potevano andare forse meglio per “un comitato di saggi” che per il cda di un’azienda in un “momento difficilissimo”. Risuonava, allora come ora, la vecchia domanda: un consigliere Rai deve essere competente sulla Rai? E i fan di Colombo & Tobagi rispondevano che no, bastava il resto, bastavano per esempio i due libri scritti dai quasi-consiglieri. L’ex magistrato aveva raccontato se stesso e la sua formazione nel 1996, nell’autobiografia “Il vizio della memoria”, dove i tempi grami (futuri e passati, Tangentopoli compresa) venivano scandagliati nella loro dimensione storico-psicologica. Come vive la gente alla vigilia delle tragedie del mondo?, si era domandato Colombo, immaginandola vestita da sera sull’orlo del baratro, “in raffinati caffè di Vienna appena prima dello scoppio della Prima guerra mondiale” (immagine forse ispirata alla “Cripta dei cappuccini” di Joseph Roth, con quella morte che incrocia “le dita ossute” sui calici di champagne). Anche Tobagi si era raccontata e aveva raccontato il padre ucciso dalle Br (nel libro “Come mi batte forte il tuo cuore”). Ma si era successivamente messa alla prova come ospite radiofonica, con qualche licenza giovanilistica (“oniroide”, disse Tobagi durante una puntata di “Io Chiara e l’Oscuro”, programma condotto dalla scrittrice Chiara Gamberale).

 

Un consigliere Rai deve essere competente sulla Rai?, è dunque il dubbio che tuttora attanaglia gli osservatori di smottamenti in Viale Mazzini, memori di varie tipologie di consiglieri (competenti e non). Ogni interpellato ha la sua predilezione: c’è chi stravede per il compianto Sandro Curzi, ex direttore del Tg3 di stampo “Telekabul” ed ex consigliere Rai adorato dai cronisti (“Che voi sape’?”, era la tipica risposta non in codice durante e dopo i vari cda, ché Curzi era disponibile al telefono sempre, per chiunque e a qualsiasi ora). Di incrollabile fede comunista (temprato, come ricorda Aldo Grasso, dagli stage giovanili a Radio Praga), Curzi si aggirava nella Rai di Claudio Petruccioli (presidente di area ex Pci-Pds-Ds) e Alfredo Meocci (dg berlusconiano). E procedeva senza ascoltare chi, da fuori, gridava all’“inciucio”, concedendosi pure saltuaria insubordinazione alla legge che gli proibiva il fumo sul luogo di lavoro. Ma oggi c’è anche chi, in Rai, ripensa quasi con nostalgia “al cattivo intelligente”, l’uomo del Tesoro tremontiano Angelo Maria Petroni; c’è chi riflette sull’“esperienza” dei “consiglieri veterani con anni e anni di cda alle spalle”, come i professori Walter Pedullà e Roberto Zaccaria, entrambi poi anche presidenti Rai, e chi ricorda l’ira funesta di Gennaro Malgieri, ex consigliere in quota An, ex deputato del Pdl e giornalista, nei giorni duri della supermulta della Corte dei Conti per la nomina a dg di Alfredo Meocci, giudicato poi ineleggibile in quanto ex componente dell’Agcom. Nei corridoi al settimo piano di Viale Mazzini, poi, qualcuno ancora si indigna ripensando “alle azioni un po’ gagà del consigliere di destra Marcello Veneziani, nemico di Lucia Annunziata”. Fatto sta che in Rai, oltre ai consiglieri e ai presidenti in carne e ossa (da anni gli affezionati seguono le gesta enogastronomiche di Guglielmo Rositani, consigliere di area An anche organizzatore di fiere del peperoncino in quel di Rieti), si muovono dietro le quinte due consiglieri collettivi “ombra”: l’associazione Articolo 21 (con Beppe Giulietti dominus), e l’Usigrai, protagonista di una battente campagna anti Renzi nell’estate scorsa (con minaccia di sciopero, poi revocato). E per quanto in molti settori Rai si magnifichi tuttora il valore dell’intellò in cda (disturba meno del politico?), gli esponenti della vecchia Rai di centrosinistra non citano mai nel novero degli intellettuali da cda gli ex consiglieri leghisti dal doppio nome (Ettore Adalberto Albertoni, docente di Storia, e Giovanna Bianchi Clerici, ricercatrice in lingua giapponese). Ma è pan per focaccia: gli esponenti della vecchia Rai di centrodestra non citano mai, nella rosa degli intellettuali da cda, i suddetti Zaccaria e Pedullà (citatissimo è invece Sergio Zavoli, presidente Rai negli anni Ottanta e autore, da giornalista, dell’inchiesta “La notte della Repubblica”). E se non molti si soffermano sull’esperienza in Consiglio di Francesco Alberoni, sociologo e commentatore, tutti giudicano “un caso” la presidenza Rai dello scrittore Enzo Siciliano (tra il 1996 e il 1997), anche per via della sua decisione di mandare in onda la diretta dell’apertura della stagione lirica della Scala: “Macbeth” in prima serata, su Raiuno, al posto del telegiornale delle 20. Tutto il resto è schema. Fa fede un titolo dell’Unità, marzo 2003: “La Lega vuole il 3 più 2, il presidente del Senato insiste per il 4 più 1. E si affaccia l’1 più 3 più 1…”. (Non è calcio né calcetto. E’ Rai).

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  • Marianna Rizzini
  • Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.