Bruno Vespa con la moglie Augusta Iannini. “Eredi? Alla Rai ci sono ottimi professionisti. Ma condurre una trasmissione come la mia richiede un’esperienza che si accumula negli anni”

L'irrottamabile Vespa

Salvatore Merlo

Da più di vent’anni scivola come sabbia tra gli ingranaggi del potere. Il suo talk resiste a ogni governo e a ogni cambio di vento. Ecco il conduttore di “Porta a Porta”. “Non ho difficoltà a dire che il mi oprogramma è stato importante per Berlusconi. Ero l’unico conduttore moderato in Italia”.

Dice: “Il potere dovrebbe essere esercizio, ma più spesso in Italia è occupazione”. Allora gli rispondo: ma sei uomo di potere anche tu. Hai attraversato come sabbia tutti gli ingranaggi del potere, della Prima e della Seconda Repubblica, forse ora persino della Terza: hai navigato da galeone nel giornalismo Rai, sei scivolato da re della televisione di stato nelle fessure e nelle grandi sale del Palazzo, adesso ricopri anche l’incarico di direttore editoriale del gruppo Riefesser-Monti. E mai ti sei fatto stritolare. Anzi. “Non è vero”, risponde lui, con la sicurezza calma e la modestia di volpe. “Intanto nella mia vita ho anche subito le epurazioni. E poi, avere potere significa poter decidere, fare dei favori. E che favori faccio io? Chi viene da me in televisione ci viene perché ha assolutamente diritto d’essere invitato. Anche Di Pietro venne a ‘Porta a Porta’, quando eravamo in causa, e a quel tempo davvero non ci sopportavamo. Io non gli diedi la mano, ma lo ospitai”. E insomma Bruno Vespa si descrive compostamente democristiano, di una Dc a modo, e dunque forse inattuale, non certo la Dc cinica, che combinava e scombinava, e neppure quella demitiana con le sue pretese palingenetiche, ma la Dc dimessa e compita che tutto assorbe e tutto ricompone (anche le domande più biricchine), che crede all’informazione sacerdotale, che indossa la veste talare del giornalista. Ma è poi vero? “Rispetto a Ferruccio de Bortoli ed Ezio Mauro, ai direttori di Corriere e Repubblica, io sono un bambino, un ingenuo. La tivù è decisiva più dei giornali nell’influenzare, nel determinare orientamenti, anche di voto. Ma le grandi firme dei quotidiani sono più importanti, più potenti degli anchorman televisivi. ‘Porta a Porta’ influisce più del Corriere della Sera. Beppe Grillo è venuto da noi, perché aveva bisogno d’intercettare un certo tipo di elettori…”. Però? “Però nessuno oserebbe mai dire che io sono più potente di un direttore di giornale”.

 

Eppure Vespa è avvolto da questa reputazione d’avere infinite conoscenze e amicizie potenti, una caratteristica, gli dico, che in Italia spesso è maggiormente d’aiuto d’una fama di correttezza, d’intelligenza o anche di ricchezza, aggiungo. “Ma no. Anche le storie sulla terrazza di casa, le cene, sono tutta fiction. Ogni volta che ho invitato Berlusconi a casa mia c’era sempre uno dell’altra parte”. Appunto, gli rispondo. “Ma dài. Questa favola che io avrei officiato i grandi patti della Seconda Repubblica mi fa ridere”. Ma anche tua moglie, Augusta Iannini, è una donna potente, molto conosciuta, rispettata, dirigente del ministero della Giustizia con tutti i governi e tutti i ministri. E a questo punto Vespa ascolta senza dire niente, inclinando la testa, con un’espressione di attenzione e di sommesso calcolo. Poi dice: “Significa che a casa non ci annoiamo. Diciamo che manteniamo molto aperta la dialettica famigliare”. E davvero è felpato, avvolgente, sguscia via come sabbia. “Uno potente in televisione è stato Maurizio Costanzo. Io non ho mai promosso carriere”, dice. Pausa. Tono di lieve, compiaciuta ironia: “Semmai talvolta porto fortuna. Un tempo dissi che ci sarebbe voluto un Papa polacco… e guarda un po’…”.

 

[Vestito di un blu che le luci rendono elettrico e in certe angolazioni iridato, Vespa gigioneggia con il cameriere del ristorante romano in cui l’ho portato, Checco il Carrettiere. “Possiamo fare dei carciofi alla romana”, suggerisce l’uomo in grembiule bianco. “Dopo di che abbiamo finito”, risponde Vespa. “… E anche dei fiori di zucca”, elenca l’altro. E lui: “Tutti peccati con i quali si comincia e non si sa come si finisce”. Poi rivolto a me: “Vino?”. Solo se lo scegli tu. “Potremmo fare un Montepulciano d’Abruzzo. Lo Zaccagnini non ce l’ha?”. E il cameriere: “No, ho un Emilio Pepe del 2010”. “Peccato”. Poi Vespa mi racconta: “Zaccagnini è il mio benefattore. Adesso produco vino e lui mi ha messo a disposizione la sua rete commerciale. Faccio circa cinquantacinquemila bottiglie l’anno”. Accidenti. E ci perdi molti soldi? “L’obiettivo e il pareggio”. Gli chiedo, dubbioso: ma perché a un certo punto della vita tutti vi mettete a fare vino, anche D’Alema? E lui: “Abbiamo pure lo stesso enologo, Riccardo Cotarella. Per colpa sua una volta D’Alema mi ha fatto una scenata di gelosia pazzesca”]

 

Berlusconi ti voleva sindaco di Roma, gli dico. “E’ vero. Ai tempi del secondo mandato di Francesco Rutelli il Cavaliere mi chiese di candidarmi. Mi telefonò di buon mattino, ero appena uscito dalla doccia. Gli dissi: ‘Guardi, perderei. E di brutto anche’. E Berlusconi, stupito: ‘E perché mai perderesti?’. E io: ‘Perché all’ultimo te deum alla chiesa del Gesù ho seguito Rutelli e il Papa. E a un certo punto non capivo più chi fosse Rutelli e chi il Papa”. E la proposta di Berlusconi ti sorprese? “Già una volta, era il 1995, Pinuccio Tatarella mi chiamò d’urgenza. ‘Vediamoci subito’. Allora andai a incontrarlo, c’era anche il suo scudiero, Italo Bocchino. Volevano diventassi una specie di ministro della Cultura, indipendente, uno che tranquillizzasse la gente che non era ancora pronta a votarli”.

 

A me hanno detto che Berlusconi vorrebbe candidarti sindaco di Roma anche adesso. “Non che io sappia. Uno dei limiti del centrodestra è che non programmano niente. Se vogliono vincere le elezioni, devono sceglierlo adesso, subito, il candidato sindaco di Roma. E quello, l’aspirante primo cittadino, già da subito deve cominciare a fare opposizione, a fare le pulci a Ignazio Marino. Non è difficile. Marino è il peggior nemico di se stesso”.

 

Alcuni dicono che fingi d’essere obiettivo. “La verità è sfuggente. Stiamo ai fatti, portatemi le prove di una mia mancanza d’obiettività e sono pronto a fare autocritica come da tradizione comunista. Nella mia redazione, a ‘Porta a Porta’, c’è di tutto, da quello che vota Grillo fino a quello che simpatizza per Fratelli d’Italia. Ai miei redattori e collaboratori dico una cosa sola: votate chi volete, ma non fatemene accorgere. E io stesso ho grande autonomia. L’autonomia si conquista. E se vogliamo, questa sì, è una forma di potere. Ma io sto ai fatti. Chi dice che non sono obiettivo mi porti le prove. La mia filosofia è che in un pezzo politico è obbligatorio essere asettici. E a questo principio mi attengo. Le opinioni, anche in trasmissione, io le esprimo, certo. Ma le esprimo nel contraddittorio. Ricevo lezioni sull’obiettività da alcuni giornalisti che lavorano per quotidiani che nascondono le notizie. Anche la disposizione di un pezzo contiene in sé un’opinione”. Ma anche tu disponi i pezzi in un certo ordine a ‘Porta a Porta’, obietto. “Ovviamente. Ma io poi ci apro sopra un dibattito. Pensaci: da quanti anni è che i politici non criticano ‘Porta a Porta’? Parecchi anni. Non è un caso”.

 

Gian Antonio Stella una volta ha scritto che sei “equivicino”. E non piaci troppo nemmeno ad Aldo Grasso. “Eufemismo”, risponde Vespa. “Se facessi ‘Porta a Porta’ con lo stesso pluralismo con cui Aldo Grasso cura le sue rubriche sul Corriere mi avrebbero già cacciato a pedate. Tutto legittimo, per carità. Ma è possibile che in quarant’anni di carriera, per lui non ho mai fatto nulla di buono?”.

 

[**Video_box_2**]Il tuo ultimo libro Mondadori s’intitola “Italiani voltagabbana”. Filippo Facci ha scritto, su Twitter, che finalmente Vespa si è dedicato a un’autobiografia. “Ovviamente quando ho scelto il titolo mi sono anche posto il problema che mi si sarebbe potuto rivoltare contro. Ti pare che non ci ho pensato? Certo che l’ho fatto. Ma io non sono un voltagabbana. Il voltagabbana è uno che sta con uno, poi sta con l’altro, poi cambia ancora. E nel libro, se lo sfogli, vedrai che a cavallo tra il fascismo e la Repubblica in Italia sono successe cose pazzesche. Quelli sono stati i veri voltagabbana. Togliatti si prese tutta l’intellighenzia fascista, e in tanti passarono da Mussolini alla sinistra, all’antifascismo senza colpo ferire”. Quelli chi? “Bocca, Biagi, Carosio… Anche Montanelli e Scalfari, o Napolitano, erano fascisti. Ma le loro sono storie più complicate. Io invece non ho mai… Guarda, gli amici me li sono fatti più spesso tra gli sconfitti. Divenni amico di Andreotti dopo la sua caduta. E di Craxi fui nemico, ma quando cadde gli feci le interviste ad Hammamet”. Di Berlusconi però sei stato amico, quando era potentissimo. “Mah… non so. Mediamente l’ho visto due o tre volte l’anno. Lui non mi ha mai chiesto un consiglio e io non gliel’ho mai dato”. Non sarai amico di Berlusconi. Ma di Gianni Letta, sì. “Lo conobbi nei bagni del Tempo, lui aveva ventotto anni e io diciannove. Lui era già una firma in ascesa. Entrai in bagno e vidi questo ragazzo biondo biondo che si lavava le mani, pensai: ‘Questo dev’essere il famoso Gianni Letta’”.

 

Qualcuno dice che Letta è stato il guaio di Berlusconi. “Dovrebbe dire ‘la fortuna di Berlusconi’. E questo il Cavaliere lo sa. Ogni tanto Letta ha proposto a Berlusconi dei nomi che non erano del giro stretto di Forza Italia. E’ questa la sua colpa? Questo è un merito di Letta”.

 

Gianni Baget Bozzo una volta disse che “Porta a Porta” era la cosa più importante che il centrodestra avesse in Italia. “Non ho nessuna difficoltà a dire che ‘Porta a Porta’ è stata importante per Berlusconi. E’ stata a lungo l’unica trasmissione italiana con un conduttore moderato”. E a questo punto Vespa guarda davanti a sé con un’espressione strana, attenta, di chi la sa lunga e vede ogni sfumatura, ma nella quale si coglie una certa freddezza, seppure appena percettibile. Dunque calcola le sue orbite segrete, “ma io ho anche vissuto l’epurazione e l’emarginazione nella mia vita professionale alla Rai”, dice. E racconta: “Dopo la direzione del Tg1 non chiesi niente, e mi trovai abbandonato. Mi ricordo ancora che nel ’92 fui l’unico giornalista ad avvicinare Scalfaro e il Papa che si trovavano in visita alle macerie di San Giovanni in Laterano, dopo gli attentati. Tornai al Tg1, avevo uno scoop tra le mani. Chiesi: posso fare il servizio? E Longhi, che era il direttore, mi rispose così: ‘Sì, fallo. Basta che non si veda la tua faccia’. Ecco. Capisci? Nel frattempo Lilli Gruber faceva le prime serate”.

 

E Vespa, mentre rievoca il passato, assume l’aria dello scalatore indefesso. Dunque parla come se la vita non l’avesse preparato alla ribellione, ma all’ostinazione, alla pazienza, allo sforzo continuamente rinnovato. “Poi nel 1994 mi diedero una piccola trasmissione pomeridiana, si chiamava ‘Oltre le parole’. E io invitavo un altro emarginato: Giovanni Sartori. Era fuori quota. Ebbene in quella trasmissione io feci la prima intervista a Berlusconi, praticamente non lo conoscevo, me l’aveva presentato Letta, di sfuggita, qualche anno prima. Un giorno Locatelli mi diede l’opportunità di fare una trasmissione politica a cavallo delle elezioni che poi Berlusconi avrebbe vinto. E io in poche ore portai dentro Bossi, Occhetto, Martinazzoli, Berlusconi… E dopo qualche mese, dopo la vittoria del Cavaliere, finalmente tornai a lavorare davvero”. A questo punto Vespa scende d’un tono, come per sottolineare il passaggio: “Guarda che Berlusconi ha ridato voce a tanti che non ce l’avevano più”.

 

A quei tempi c’era Michele Santoro, con “Samarcanda”. Che rapporto hai con lui adesso? “Buono. E ho un buonissimo rapporto anche con Marco Travaglio”. Ma va? “Eh sì, non mi chiama più insetto”. Però non lo hai mai invitato a “Porta a Porta”. “Non per un motivo particolare. Semplicemente non era nelle cose. Ma Travaglio non appartiene a quella nutrita fascia di persone che si è sempre rifiutata di venire a parlare da me. Pensa che Fabio Fazio iniziò la sua carriera facendo la mia imitazione. Avevamo un rapporto fantastico, poi è cambiato tutto quando è diventato quello che è oggi. Non mi ha mai nemmeno invitato a ‘Che tempo che fa’ per presentare uno dei miei libri. Mai”. Chi è che si rifiuta di venire a “Porta a Porta”? “Non mi va di fare nomi”. Repubblica. “Con Repubblica sono in causa da dieci anni. Ma Pirani veniva, se ne fregava. E pure Giovanni Valentini. Guarda, la vera caduta del muro di Berlino è stato il patto del Nazareno fra Renzi e Berlusconi”.

 

[Arriva il Montepulciano d’Abruzzo. Vespa fa roteare il calice, odora, guarda il vino con quell’aria da intenditore, seria e concupiscente insieme. Gli dico: si favoleggia della tua cantina di vini. Quanti ne hai? “Tanti. Troppi. Era un marasma fino a poco tempo fa. Giorgio Pinchiorri una volta mi ha detto: vengo io a mettertela in ordine. Adesso l’ho sistemata. Finalmente so dove mettere le mani. C’è una sezione di vini toscani e piemontesi, una seconda sezione con tutte le altre regioni d’Italia, poi una di soli vini bianchi, e infine una sezione molto piccola di vini francesi, che non amo”. L’atmosfera distesa mi consente una domanda sbarazzina: com’è che tu non hai amorazzi, amanti, foto sui giornali scandalistici con donne più giovani, come capita a molti dei tuoi famosi colleghi del giornalismo televisivo? E Vespa, in un lampo: “Si vede che sono disabile”. Una battuta. E allora gli ricordo con affettata sorpresa che lui non ha fama d’essere spiritoso. “Io mi prendo in giro da morire. Sono molto ironico”, dice, sollevando però la testa e gonfiando le narici come se si stesse preparando a ruggire]

 

A settant’anni Bruno Vespa è stato tutto nel giornalismo Rai. Allora gli chiedo se non teme la rottamazione. “La rottamazione la subisci quando non hai più mercato”, dice. “E io il mercato ce l’ho. Questo per me è un anno di grazia, sarei dovuto morire professionalmente. E invece ho aumentato gli ascolti. Rispetto all’anno scorso faccio di media mezzo punto in più di share”. Perché saresti dovuto morire? “Perché la Rai, per risparmiare, ha prolungato ‘Ballarò’ e ‘Chi l’ha visto’. Ha prolungato la prima serata e io vado in onda tardissimo. La verità è che senza una ripresa pubblicitaria, diciamo senza una ripresa in generale, in Italia sono guai”.

 

[Gli squilla il telefono. “Senti, scusa, mi controlli la curva di ascolti di mattino in famiglia? Grazie, sì, grazie”]

 

“E dunque, come ti dicevo sarei dovuto morire quest’anno. Doveva essere l’anno della rottamazione”. E invece no. Sei irrottamabile. “La politica non tira più. Annoia. Ce n’è troppa in televisione. Allora ho ridotto gli spazi, faccio solo mezz’ora. Ieri sera, per esempio, andavano in onda, assieme a me, ‘Piazza Pulita’ e Del Debbio, tutta politica. Con il vantaggio, tutto loro, che cominciano prima. Allora io c’ho messo Valeria Marini. E di politica ho fatto solo trenta minuti, di servizio”. E gli ascolti erano più alti con la Marini che con Maurizio Lupi. “Certo”. Ma la parola rottamazione ti piace? “Non è un termine garbato. Significa che sei un oggetto diventato vile. Ma dà l’idea di un ricambio. Traumatico. Ma un ricambio”. Però tu sei insostituibile, sei la sublimazione del giornalista Rai. E non hai eredi. “Alla Rai ci sono ottimi professionisti. Ma condurre una trasmissione come la mia richiede un’esperienza che si accumula negli anni. E anche gli anchorman televisivi americani, se ci pensi, non sono giovanissimi”. Ma hai ancora ambizioni? “Sempre. Mettiamola così: nella vita non ho mai avuto aspirazioni. Ma non avere aspirazioni precise significa anche non avere limiti. Posso fare tutto, diventare tutto, ottenere tutto. A un certo punto mi sarebbe dispiaciuto non diventare direttore del Tg1…”. E ci pensi mai alla pensione? “Non mi ci vedo. Io faccio mille cose in una giornata. Scrivo, preparo la trasmissione, mi occupo della mia azienda vinicola. Tutti i giorni”. E non pensi mai che si debba lasciare nel momento massimo del successo, come fanno certe stelle del cinema o della canzone? “Al mio protettore chiedo una sola cosa”. E qui Vespa alza gli occhi al cielo: “Aiutami a saper scendere. E che sia una discesa morbida, senza botto”. E insomma, come il pittore John Ruskin, anche Vespa pensa che nessun grande professionista cessa di lavorare finché non raggiunge il suo punto di fallimento. “E io non l’ho ancora raggiunto”. Domanda: meglio Giovanni Floris o Massimo Giannini? “Ci sono troppe trasmissioni di politica, tutte alla stessa ora. Mi pare che ne abbiano contate diciannove”. Santoro o Corrado Formigli? “Santoro resta nella storia della tivù, ha inventato un modo di fare la televisione”. Il populismo in prima serata. “La rivoluzione contro la Prima Repubblica è cominciata a ‘Samarcanda’”. E com’è la televisione oggi? “Volgare. E io mi chiedo sempre: ma è la tivù a essere volgare o è il pubblico a essersi involgarito? E il pubblico si è involgarito perché la tivù è volgare, o la tivù si è volgarizzata per compiacere il pubblico? Non ho la risposta”.

 

[Gli squilla di nuovo il cellulare. Tra qualche ora Vespa presenterà il suo libro con Silvio Berlusconi. Dunque dà disposizioni. Prende appunti, con una grafia minuta minuta, su un elegante calepino di pelle marrone]

 

Visto che siamo in tema glielo chiedo: Berlusconi è in declino? “Il Cavaliere sceglierà un erede vero”. Hai detto “sceglierà”, indicativo futuro, significa che ne sei sicuro. “Dovrebbe cedere degli spazi, legittimare un erede, condividere la scelta di un nuovo leader con gli uomini del suo partito. Ma sono cose che vanno preparate. Questa volta non potrà essere un altro predellino dell’ultimo momento, un colpo di teatro, un’esplosione pirotecnica di marketing creativo. Anche Matteo Salvini andrebbe bene. In fondo Salvini oggi dice le cose che ha sempre detto Berlusconi, lui di fatto sta replicando la stessa campagna elettorale berlusconiana, quella della vittoria del 2008 e del pareggio del 2011: batte sulla difficoltà della classe media, sulla sicurezza, le tasse”. Ma Berlusconi non ce l’ha mai avuta con gli immigrati. “E infatti Salvini dovrebbe sottoporsi a una piccola, ma opportuna, revisione genetica. Dovrebbe fare quello che Berlusconi fece quando fondò il Pdl. Il passaggio dello scettro deve avvenire, può avvenire”. Chi vorresti presidente della Repubblica? “Per carità di Dio. Se facessi un nome sarebbe immediatamente depennato da ogni ipotetica lista di quirinabili”. Un motivo in più per fare un nome. “No, no. Lascia stare. L’elezione del presidente della Repubblica in Italia è una storia di sterminate sepolture. E’ più facile immaginare un Papa che un capo dello stato”.

 

[Ancora il telefono. C’è un problema di telecamere e riprese video per la presentazione del libro. Almeno così mi sembra di capire]

 

Ma davvero li scrivi tutti tu i libri che pubblichi? Non ti fai aiutare, nemmeno per le ricerche? “Per due o tre anni mi ha aiutato una collega, per le ricerche. Ma ora faccio tutto da solo. Soltanto per i primi tre capitoli del mio ultimo libro ho consultato quarantasette volumi. E’ la parte più divertente del lavoro. Uso molto internet. Compro su Amazon, compro i libri fuori commercio su maremagnum.com, qualcosa su eBay”. Possiedi molti libri? “Ho un intero appartamento di soli libri, l’ultima volta che li ho contati erano quindicimila. Nella mia vecchia casa, che era su due piani, facemmo rinforzare il soffitto con delle travi d’acciaio perché al piano superiore c’era una libreria e temevo mi crollase proprio sul letto”. Primo giornale al mattino? “Il Corriere della Sera. Da sempre. Nel complesso sono un estimatore di De Bortoli. Ma questo suo ‘licenziamento a tempo’ non ha senso. Il direttore è un monarca che deve avere pieni poteri, si sostituisce dalla sera alla mattina. Non così. Il problema del Corriere è che non ha più un editore”.

 

[L’intervista è finita, Vespa deve correre agli studi Rai, e poi a Piazza di Pietra, al tempio di Adriano, alla presentazione del libro con Berlusconi. Conclude il pasto con una spremuta d’arancia, ci aggiunge dentro una strana polverina marrone che trasforma il succo in una specie di glutinoso budino, che lui poi raccoglie con il cucchiaio. “E’ un integratore”, dice. “Coagula i grassi. Serve a dimagrire”. Ci salutiamo. Un lampo improvviso nello sguardo: “L’intervista esce sabato?”. Mi auguro di sì. “E dopo ti dovrò mandare gli avvocati?”. Mi auguro di no]

 

 

La collana “A tu per tu” di Salvatore Merlo ha ospitato finora Ferruccio de Bortoli, Ezio Mauro, Giancarlo Leone, Flavio Briatore, Fedele Confalonieri, Giovanni Minoli, Luca di Montezemolo, Urbano Cairo, Claudio Lotito, Giovanni Malagò, Beppe Caschetto

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi universitaria in Inghilterra. Ho vinto alcuni dei principali premi giornalistici italiani, tra cui il Premiolino (2023) e il premio Biagio Agnes (2024) per la carta stampata. Giornalista parlamentare, responsabile del servizio politico e del sito web, lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.